Venezuela, la ribellione contro la dittatura di Maduro


L’ultima, potente reazione alla dittatura di Maduro è stata organizzata poche settimane fa: il presidente ne è uscito, comunque, illeso
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Nicolás Maduro (immagine via Twitter.com/CarnetDLaPatria)

Quello venezuelano è un popolo annientato, sempre di più, da una grave crisi economica, sociale e umanitaria, e da una politica violenta e repressiva messa in atto dal governo dittatoriale di Nicolas Maduro. Presidente dal 2013, il delfino di Hugo Chávez ha vinto le ultime elezioni ottenendo il 67,7 per cento delle preferenze, in un Paese in cui solo il 46% degli aventi diritto ha votato, e dove, secondo i sondaggi, oltre l’80% della popolazione è contro la sua persona e la sua politica. È evidente, insomma, si tratti di una vittoria frutto di raggiri e di elezioni solo in apparenza democratiche. Maduro ha vinto, ma senza l’appoggio del suo popolo – a dichiararlo è Marinellys Tremamunno, giornalista venezuelana.

Molte volte si è tentato di rovesciare l’attuale governo del Paese sudamericano senza, però, riuscirci. I leader storici dei partiti che hanno provato a contrastare Maduro, infatti, o sono scappati all’estero o sono finiti in prigione. Le guarimbas (le rivolte di piazza dei quartieri di Caracas e delle altre città) non hanno avuto esiti positivi. Contro le proteste di piazza hanno vinto la polizia e i militari: dall’inizio delle manifestazioni, oltre 12 mila persone sono state arrestate arbitrariamente e, nelle carceri, si contano circa 330 prigionieri politici.

Chi prova ad alzare la voce è tenuto sotto controllo dal Sebin (il servizio di intelligence bolivariano), le rivolte sono represse brutalmente, come è accaduto con la sommossa avvenuta nella prigione “El Helicoide”. La gente ha paura. Come non averne? Human Rights Watch ha accusato il governo di tortura nei confronti dei prigionieri politici e di coloro che ad esso si oppongono; inoltre, il presidente Maduro è accusato di occultamento delle violenze perpetrate dal suo corpo di polizia per reprimere e punire idee politiche differenti. Si tratta di un popolo evidentemente perseguitato.

L’ultima rivolta, poche settimane fa. Come racconta il ministro delle Comunicazioni venezuelane, Jorge Dominguez, erano le 17.41 quando a Caracas si sono udite alcune esplosioni vicino al palco presidenziale e in alcune zone residenziali (nella zona in cui si stava svolgendo la parata militare). Risale a 7 il numero dei feriti, tutti appartenenti alla Guardia nazionale bolivariana. Si tratta di un attentato fallito, infatti, avvenuto mentre il presidente stava tenendo una cerimonia sulla Avenida Bolívar per la celebrazione dell’81° anniversario della creazione della Guardia nacional. Con lui c’era anche la “primera combatiente” – sua moglie, Cilia Flores.

Il discorso che il presidente rivolgeva alla nazione era trasmesso in tv, quando è saltato l’audio, la trasmissione è stata interrotta ed è intervenuta la sicurezza di Maduro, mentre le file militari di soldati schierati si rompevano per fuggire. Le esplosioni sono provenute da due droni con cariche esplosive: modello M600, ognuno conteneva un chilo di esplosivo C4 in grado di agire fino a 50 metri dalla deflagrazione. Quello contro il capo di Stato venezuelano è stato il primo attentato organizzato con droni commerciali su cui è stato posto dell’esplosivo.

Un atto terroristico, però, evitabile: “Il sistema di rilevamento e tracciamento dei droni Aeroscope sarebbe stato sicuramente utile alle autorità del Venezuela domenica scorsa“, ha dichiarato Steve Coulson, direttore e fondatore della società inglese specializzata nell’impiego dei droni Coptrz, ed esperto nel settore degli Apr (Aeromobili a Pilotaggio Remoto) ad uso commerciale. Si tratta di un monitoraggio in tempo reale dei droni in volo, in un preciso territorio e in un altrettanto preciso momento, tale da consentire alle autorità e alle forze dell’ordine di avere immediatamente disponibili i dati e le informazioni necessarie per sventare un attacco. In questo caso, invece, i droni sono stati intercettati dalla guardia presidenziale prima che lanciassero il carico sulla tribuna con Maduro.

Come ha comunicato su YouTube una giornalista venezuelana vicina all’opposizione, a rivendicare l’attacco è stato il “Movimento nacional soldados de franela“, un gruppo di patrioti militari e civili, leale al popolo venezuelano, che cerca di salvare la democrazia in una nazione sotto dittatura. “È contro l’onore militare tenere al governo coloro che non solo hanno dimenticato la Costituzione ma che hanno trasformato le cariche pubbliche in un osceno modo per arricchirsi“, ha affermato il Movimento. L’appello fatto al popolo è quello di scendere in piazza senza arretrare.

Tra le accuse mosse contro Maduro, c’è l’impoverimento del Venezuela a causa della diffusa corruzione, della diminuzione del prezzo del petrolio, dell’iperinflazione, dell’aumento dei prezzi del 70% ogni mese (un pollo ha il valore di uno stipendio di un operaio). Non sono tollerabili la fame, l’assenza di medicine per la cura dei malati, la svalutazione e un sistema dell’istruzione in crisi. Il Venezuela, inoltre, è nelle mani di criminali: a causa degli accordi fatti con alcuni funzionari del governo Maduro, i narcotrafficanti transitano senza impedimenti nel Paese portando avanti affari illeciti – per questo, quello venezuelano, è stato definito “narcostato”.

I rapporti internazionali non sono sicuramente migliori. Il Brasile, infatti, ha chiuso la frontiera settentrionale per rallentare le migrazioni venezuelane che avvengono a causa della crisi politica ed economica: il giudice federale aveva fermato gli arrivi dal Venezuela fino alla redistribuzione in altre zone del Paese dei migranti già entrati (il confine, invece, resta aperto per i brasiliani, i cittadini di altre nazionalità e per i venezuelani che ritornano in patria per lavoro). Per fermare l’inflazione, Maduro ha deciso di riformare il sistema finanziario ed economico: il bolivar sovrano ha sostituito quello forte (lanciando, così, la criptovaluta “petro” legata alle riserve petrolifere), ha aumentato il salario minimo, l’Iva (dal 12 al 16 per cento) e la benzina. Gli oppositori hanno denunciato questa riforma, riconoscendovi la causa di nuove sofferenze a carico dei venezuelani. Ultimamente, Maduro ha, inoltre, minacciato l’arresto di eventuali imprenditori e commercianti non rispettosi degli accordi presi per il prezzo di 25 prodotti.

Anche se un funzionario colombiano la considera un’accusa infondata, secondo Maduro, non ci sono dubbi su chi si nasconda dietro l’attentato: la Colombia di Juan Manuel Santos (con la quale i rapporti sono tesi a causa della lotta al contrabbando da parte di Maduro e il dramma dei colombiani deportati forzatamente in patria)  e alcuni esponenti legati alla destra estrema con la collaborazione di cospiratori a Bogotá e Miami e alcuni finanzieri (non precisati) degli USA che considerano il Venezuela come un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. È proprio a Donald Trump che Maduro si rivolge con la speranza che combatta i gruppi terroristici; il procuratore generale, Tarek Saab, intervistato dalla tv statale Vtv non ha escluso la partecipazione all’attentato di alcuni elementi sovversivi e terroristici fuori dal Venezuela.

Inizialmente, a seguito dell’attentato, in modo del tutto arbitrario, sono stati arrestati alcuni deputati dell’opposizione (ora sotto processo) violando l’immunità parlamentare. Il Tribunale supremo del Venezuela, infatti, ha ordinato l’arresto di Julio Borges, ex presidente del Parlamento, il cui nome è stato fatto dalle persone precedentemente arrestate. Contro di lui è stata approvata la rimozione dell’immunità parlamentare con il voto favorevole dell’Assemblea nazionale costituente. Il deputato Juan Requesens, considerato dal presidente venezuelano un leader dell’opposizione psicopatico e folle, è stato picchiato nella sua casa a Caracas e sequestrato con sua sorella Raffaela da 14 uomini del Sebin, il servizio segreto venezuelano. Salvatore Lucchese, invece, ex capo della polizia municipale venezuelana e attivista anti-governativo, ha rivendicato di aver collaborato nell’organizzazione dell’attacco assieme all’associazione di militanti anti-Maduro. In passato era già stato incarcerato per aver partecipato ad alcune proteste contro il governo. “La lotta armata continuerà”, ha affermato.

Ad oggi, sono 25 le persone arrestate solo perché sospettate di aver partecipato a questo supposto attentato, mentre sono stati emessi dei mandati di arresto internazionali verso 18 persone altrettanto sospettate di trovarsi, ora, all’estero.

Giorgia Cecca

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