Giustizia per Mauro Rostagno

Ci sono voluti 25 anni, un tempo assurdo anche per la giustizia italiana, perché la verità che molti conoscevano venisse confermata da una sentenza: Mauro Rostagno è stato ucciso dalla Mafia. E non solo…

Mauro Rostagno

Mauro Rostagno

È stata una sentenza della Corte d’Assise di Trapani a mettere la parola fine a una storia che era cominciata il 26 Settembre del 1988, il giorno in cui Mauro Rostagno incontrò i suoi assassini in località Lenzi di Valderice (Trapani) mentre stava tornando alla Comunità “Saman” da lui fondata, dopo una giornata di lavoro negli studi dell’emittente televisiva RTC, piccola ma seguitissima, dove giornalmente denunciava le collusioni tra Cosa Nostra, politica e massoneria.

Son passati 25 anni tra menzogne e depistaggi, false piste e superficialità, per decretare che quello di Rostagno fu un omicidio firmato Cosa Nostra.

Per la corte di Trapani i colpevoli sono Vincenzo Virga e Vito Mazzara, due “galantuomini” che già pagano con il carcere, condannati a “fine pena mai”, per i numerosi misfatti di cui sono autori. Mazzara è stato spietato killer delle “famiglie” trapanesi, Virga ha preso un ergastolo per l’omicidio di quel Giuseppe Montalto, agente di polizia penitenziaria, alla cui memoria è stata intitolata l’aula bunker in cui si è ristabilita la verità su Rostagno.

La prova del DNA ha incastrato Mazzara, per Virga sono bastate le parole dei collaboratori di giustizia: Mazzara ha sparato per ordine di Virga che a sua volta eseguiva le volontà di Francesco Messina Denaro – padre della “primula più rossa di tutte” il latitante Matteo – per il quale Rostagno era una scocciatura, una “camurria”. Tracce del codice genetico di Mazzara sono state rilevate sul calcio di legno, il fucile usato per l’imboscata scoppiò in mano al sicario, rimasto sulla scena del delitto.

Il DNA rinvenuto sul fucile non fa altro che confermare il risultato di una perizia balistica, eseguita nel 1998 grazie all’ispettore di Polizia Leonardo Ferlito. Quest’ultimo fece notare al capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares, che aveva recuperato la – a dir poco – “lacunosa” indagine condotta dai Carabinieri (tutte le piste hanno seguito tranne che quella mafiosa), che quello di Rostagno era stato escluso da decine e decine di confronti con altri casi: solo dopo questa attenta opera di comparazione, le evidenti analogie (il caricamento delle cartucce) con altri delitti di Mazzara hanno potuto giungere allo scoperto.

La colpa di Rostagno fu quella di averci visto giusto: le sue cronache – quelle degli ultimi mesi di vita – hanno colpito nel segno una criminalità organizzata che stava cambiando volto. Rostagno seguiva da vicino il boss Mariano Agate, punto di riferimento dei corleonesi nella Provincia di Trapani e leader nella raffinazione dell’eroina.

Il giornalista torinese aveva scoperto i suoi legami con una certa massoneria (lo stesso Agate apparteneva alla Loggia “Iside 2”) e gli incontri con il tristemente noto “padre della patria” Licio Gelli.

In un suo articolo del 2011 apparso su “Il Fatto quotidiano”, Luciano Mirone rilevava: “Già prima ancora che Rostagno morisse, gli alti vertici della magistratura e dell’Arma sapevano che Rostagno, poche settimane prima del delitto, non solo era riuscito a fare un’incursione nei locali della ‘Iside 2′, una delle logge massoniche più potenti d’Italia, ma era venuto a conoscenza del fatto che Licio Gelli era in rapporti strettissimi con il Gran Maestro della ‘Iside 2′ Gianni Grimaudo, e che lo stesso Gelli, qualche anno prima, si era recato a Mazara del Vallo, ospite del boss Mariano Agate e del suo braccio destro Natale L’Ala. Magistrati e carabinieri di Trapani sapevano che il giornalista stava indagando segretamente su questa ‘cosa grossa’. E sapevano che un sottufficiale dell’Arma di Trapani, il brigadiere Beniamino Cannas, aveva convocato Mauro in caserma per interrogarlo proprio su questi argomenti”.

Sarebbe questo il motivo che determinò la condanna a morte di Rostagno cioè, come ha scritto Rino Giacalone, “quello relativo alla scoperta in città di una loggia massonica «coperta». L’Iside 2, così genericamente conosciuta, dietro le quinte del circolo Scontrino di via Carreca, dove risultarono iscritti massoni, mafiosi, politici, burocrati, esponenti del mondo delle banche e delle istituzioni […] e che arrivava fin dentro al Palazzo di Giustizia”.

Guglielmo Sano

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