Tennis: a Indian Wells Flavia Pennetta è un fiore nel deserto. Tra gli uomini Nole c’è (ma re Roger non è più nudo)

Nel primo Masters 1000 della stagione sul cemento californiano la straordinaria impresa della Pennetta riscrive una pagine di storia del tennis italiano. Tra gli uomini palma a Djokovic, che piega all’ultimo un Federer rigenerato dalla cura Edberg

di Paolo Pappagallo
su Twitter @paul_parrot

Il trionfo di Flavia Pennetta a Indian Wells (fonte immagine: ubitennis.com)

Il trionfo di Flavia Pennetta a Indian Wells (fonte immagine: ubitennis.com)

Indian very Wells. Là dove (a malapena) c’era l’erba, ora c’è una città del tennis che si è ritagliata un posto davvero speciale nel calendario stagionale dei prestigiatori assoluti della racchetta mondiale. “Sembra uno Slam ma non è”, con tutti i big a rapporto per due intere settimane nella cornice dell’ultramoderno e apprezzatissimo Tennis Garden locale, incastonato come un anello di giada in pieno deserto californiano, spalla a spalla con la cittadina dal più alto tasso di abitanti miliardari di tutti gli Stati Uniti d’America.

Un Quinto Elemento tennistico di “lucbessoniana” ispirazione – dopo i Fab Four Tournaments racchiusi tra gli Australian Open di gennaio e gli US Open settembrini – non poteva che portare in dote nel cast due attori protagonisti degni di un red carpet hollywoodiano. E se, dalla parte dei maestri, il trionfo di Novak Djokovic vale una statuetta alla Matthew McConaughey –  dopo un ultimo atto da brivido contro un deluso, ma non deludente, Federer “Di Caprio” della situazione – tra le quota rosa ecco la Grande Bellezza del tennis italiano, incarnata dalla migliore Flavia Pennetta di sempre. Un successo tanto straordinario, il decimo e più importante in carriera, quanto dai tratti quasi commoventi per la 32enne brindisina, funestata per anni da problemi fisici e ad un gradino dal ritiro appena 9 mesi fa, dopo essere inesorabilmente sprofondata nell’oblio delle classifiche mondiali. Una fenice ben poco araba, con le origini ben piantate nello stivale del Belpaese e, nuovamente, nell’èlite mondiale grazie al 12^ posizione raggiunta nel ranking mondiale.

AMERICAN BEAUTY Il calvario di Flavia, prima italiana della storia ad entrare nella top 10 delle professoresse WTA– nel 2009 –, era iniziato nel 2012 con un polso ballerino e perennemente indolenzito. Altro che affaticamento, scoprirono i medici a Barcellona visitandola l’estate di quell’anno: rottura dell’85% del tendine scafo-lunato destro e intervento chirurgico immediato e necessario per evitare danni ulteriormente compromettenti. Dopo 5 mesi di stop, a 31 anni compiuti e con una prima parte di 2013 da dimenticare, l’addio della pugliese al professionismo sembrava certificato dal naufragio, alle porte di Wimbledon, verso la 166esima posizione del ranking mondiale. Arrendersi e salutare in punta di piedi o gettare il cuore per l’ennesima volta oltre il net, scudo e lancia di mille singolar (e doppie) tenzoni? Flavia ha scelto di giocarsi tutti gli assi ancora incastrati tra i circuiti mentali e il telaio della propria Wilson, arrivando prima ad un’inedita semifinale in carriera in uno Slam – US Open di settembre scorso – e poi al magico trionfo di questi giorni, su un cemento americano ancora una volta lieve come panna.

Il centrale di Indian Wells nel deserto californiano

Il centrale di Indian Wells nel deserto californiano

L’inequivocabile successo finale – 6-2 6-1 – contro la sempre ostica numero 2 mondiale Agnieszka Radwanska, pur condizionata da evidenti problemi al ginocchio, è solo il punto esclamativo di due settimane che hanno visto la Pennetta collezionare scalpi da appendere sopra il caminetto senza neppur lasciare un set, come quelli di ben due campionesse Slam – Na Li e Stosur – e della giovanissima predestinata di casa e numero 17 del tabellone, l’afroamericana Stephens. Poco importa che all’appello nel deserto mancasse la black queen Serena Williams, mentre invece permette di sorridere a tutto il movimento azzurro l’incrocio tra Flavia, Camila Giorgi e Maria Sharapova, con l’enfant prodige marchigiana spettacolare trionfatrice sulla “glicemica” – alias Sugarpova – campionessa siberiana prima di cedere alla futura vincitrice del torneo nel derby di quarto turno.

TOP HALEP Tra le altre protagoniste in rosa del torneo, una menzione speciale va senza dubbio alla rumena Simona Halep che, smessi i panni di mina vagante del circuito, continua di torneo in torneo a confermare una maturità di gioco e risultati a dir poco stupefacente. Ad impedirle un’ancor più interessante disfida in finale contro la Pennetta ci si è messa proprio la Radwanska in semifinale, ma lo score degli ultimi 9 mesi è assolutamente impressionante: 7 tornei vinti su 11 – compreso l’ “altro” Master WTA di fine stagione – 2 semifinali perse e unica, seppur parecchio fastidiosa, defaillance totale nel primo atto a Melbourne quest’anno.

SORPRESE IN SERBO (MA ANCHE IN SVIZZERO) In campo maschile, attenzione a definire il titolo numero 42 della (già) straordinaria carriera di Nole Djokovic una sostanziale non-notizia. Primo, perché i teleobiettivi di tutto il mondo erano concentrati innanzitutto su Rafa Nadal e Stan Wawrinka, il matato e il mattatore dello Slam australe, il cannibale e l’indigesto, “Io Sono Leggenda” e “Non è Mai Troppo Tardi”. Secondo, perché il Roger Federer versione 2014 è – grazie al dio del tennis – una release dannatamente migliore del mito costellato di bug, non solo anagrafici, uscito dalla stagione precedente. Ma andiamo con ordine: il maiorchino e lo svizzero sono stati travolti dalle onde, anomale ma non troppo, Dolgopolov e Anderson. Due che picchiano come fabbri ferrai ucraini – peraltro il primo è di Kiev – e che, ad un avversario dal pedigree maggiore non in giornata, possono creare notevoli sconquassi fisici e mentali. Così è stato anche per un Murray ancora lontano dalla brillantezza dei giorni migliori contro il picchiatore canadese Raonic, a sua volta poi silenziato nei quarti proprio da Dolgopolov.

Con il successo in California Djokovic vince il 42esimo titolo in carriera (fonte immagine: Eurosport)

Con il successo in California Djokovic vince il 42esimo titolo in carriera (fonte immagine: Eurosport)

Non fosse altro che per l’analogia di passaporto, il Federer di pochi mesi fa, triste preda sull’erba londinese del carneade Stakhovsky, contro il numero 28 del mondo sarebbe uscito probabilmente a pezzi come un puzzle Ravensburger. Invece, sarà l’aria della nuova stagione, la voglia di riappropriarsi dei galloni di leggenda viva e non solo vivente e la guida del nuovo coach Stefan Edberg, il Re di Basilea ha carburato sempre di più con il passare degli incontri, fin dal doppio tie-break in terzo turno contro Tursunov. Da lì in poi, tanti saluti nell’ordine all’eterno Haas e proprio ai due cavalli pazzi Anderson e Dolgopolov, ancora grondanti delle piastrine delle precedenti vittime illustri.

Nel frattempo nella parte alta, Djokovic non si faceva pregare a saziarsi degli involontari omaggi dei competitor abbattuti: il fatto che il primo top 15 del ranking incrociato sia stato Isner in semifinale, la dice lunga sul cammino dell’ariete serbo, carnefice cronologicamente di Hanescu, Gonzalez, Cilic, Benneteau e quindi del numero 12 padrone di casa. Per l’ultimo atto nella Coachella Valley vale quanto detto per il confronto tra Federer e Dolgopolov: meno di 12 mesi fa, il numero 2 del mondo avrebbe risolto la contesa senza eccessivi indugi nello spazio di meno di un paio d’ore.

La sfida sull’affollatissimo centrale californiano tra il balcanico vincitore 2011 e l’elvetico quattro volte a referto nell’albo d’oro si è invece consumata a passo di thriller, con Federer lesto e implacabile produttore di vincenti e un 6-3 in cascina in poco meno di mezz’ora, seguito dal medesimo punteggio a favore del serbo nel parziale successivo. Ed ecco la vera differenza tra Indian Wells e uno Slam: a questi ritmi il quinto set sarebbe arrivato per destino, scolpito nella pietra dell’equilibrio. Invece, sul 5-4 Nole nel terzo, Federer si supera rimontando da 0-40 e trascinando l’avversario al tie-break decisivo. Dal quale però emerge la rabbia del serbo, che chiude 7-3 e apre la bacheca all’ennesimo titolo di prestigio in carriera. Arrivederci Roger, ma grazie, finalmente e di nuovo, grazie.

ITALIANS (WILL) DO IT BETTER E i nostri Seppi e Fognini? Così così, anche se almeno il ligure ha il merito di provarci e di resistere fino agli albori della seconda settimana, prima di cedere all’irresistibile Dolgopolov. Per l’altoatesino l’impegno di terzo turno contro Wawrinka era sicuramente al limite dell’impossibile, ma la non superlativa prestazione complessiva dello svizzero unita alla batosta nel punteggio – 6-0 6-2 – non rendono Andreas immune da responsabilità. E mentre Seppi scivola lentamente ma inesorabilmente in classifica, Fogna almeno può consolarsi insieme alla regina Flavia: un autoscatto di lei su Twitter li ritrae teneramente a letto insieme. Anche il mondo del tennis ha – speriamo di no, ma solo nelle sue proporzioni “gossippare” – la sua liaison Pellegrini-Magnini?

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