Il giorno in cui la Spagna tremò

11 marzo 2014: sono trascorsi dieci anni dall’11M, l’attentato terroristico alla stazione di Atocha che sconvolse Madrid e la Spagna intera. Una ferita ancor oggi aperta, nel cuore della società spagnola

di Maria Bonillo Vidal

atentados 11m11 marzo 2004: erano le sette e mezza del mattino, ora di punta per i mezzi di trasporto iberici, quando quattro treni esplosero in diverse stazioni di Madrid, uccidendo 191 persone e lasciando 1.858 feriti. Quel giorno la Spagna, Paese che conosce bene il terrorismo, visse il giorno piú nero della sua storia recente. Oggi, nel decimo anniversario di quell’11M, le vittime per prima volta si sono unite ai funerali di Stato, dopo anni di teorie cospirative e lacerazioni – create dal governo del PP e dai media, principalmente El Mundo.

Una prima corrente di pensiero riteneva responsabile degli attentati il gruppo terrorista dell’ETA, che nella decade precedente aveva colpito il Paese iberico con violenza per raggiungere l’indipendenza dei Paesi Baschi. Nonostante ciò, poche ore dopo l’attentato, le prove recuperate sembravano illustrare un’altra verità: l’attentato sarebbe stato realizzato per opera di un gruppo di integristi islamici, come vendetta contro il governo spagnolo per aver partecipato alla Guerra in Iraq insieme al Regno Unito e gli Stati Uniti – cosí, con gli attacchi alle Torri Gemelle e alla metro di Londra, i tre Paesi avevano ricevuto una “risposta” a quell’invasione illecita.

Gli attentati si sono verificati tre giorni prima delle elezioni generali. La polemica funzionò, le urne sancirono la vittoria dei socialisti e incoraggiarono ad un’opposizione intransigente i settori piú conservatori della società – con il PP in prima linea e il quotidiano El Mundo quale portavoce. Per mesi, anni e ancor oggi, questi non hanno accettato la sentenza, sostenendo vi fosse una cospirazione ad opera delle forze d’opposizione, dei terroristi baschi e, dopo aver verificato che le prove rimandassero effettivamente agli islamici, anche ad opera di questi ultimi – tutti quanti schierati per colpevolizzare il governo di José Maria Aznar.

Agli occhi dei cospiratori, l’attentato era stato messo in scena per costringere alla porta il governo di José Maria Aznar. Cosí, inziarono le indagini e le perizie sulle borse e sugli esplosivi ritrovati sul luogo dell’attentato e su presunti capi della polizia corrotti: tutti al servizio di “certi poteri” e degli “autori ideologici”, ossia i socialisti.

Negli ultimi dieci anni, le associazioni delle vittime del terrorismo si sono divise, ciascuna delle quali impugnando l’una o l’altra teoria: quella confermata dai tribunali, ossia quella jihadista; oppure quella della cospirazione, con il PSOE sul banco degli imputati. Quest’anno, nonstante tutto, sembra che tali associazioni abbiano firmato un armistizio – benché la seconda continua a chiedere “la verità”.

Ferite ancora aperte che provano a cicatrizzarsi ma che bugie, insidie e rumore mediatico impediscono di risanare. Difficile, del resto, quando si verificano episodi spiacevoli come quello del panettiere ucciso a Pamplona per essersi rifiutato di esporre il cartello con la scritta “ETA NO” nel giorno degli attentati; o come quello della moglie del commissario di polizia suicidatasi dopo che El Mundo ha scritto che suo marito manipolava le prove per occultare le responsabilità del PSOE. Non solo le cifre dei morti e dei feriti, dunque. Ma anche le tristi storie di quanti hanno perso la persona amata senza nemmeno capirne il perchè.

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