Her di Spike Jonze in anteprima al Festival del Cinema di Roma

Abbiamo visto in anteprima il quarto lungometraggio di Spike Jonze, che da Roma si porta via il premio per la Migliore Interpretazione Femminile di Scarlett Johansson, voce di un sistema operativo intelligente che farà innamorare Joaquin Phoenix 

di Giulia Marras

fonte immagine: facebook.com

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Nella sua filmografia Spike Jonze non si è mai attenuto al puro realismo. Dalle sceneggiature di Charlie Kaufman, Essere John Malkovic e Adaptation – Il ladro di Orchidee fino a Nel paese delle creature selvagge, i suoi mondi sono esplosioni di follie scenografiche, ricostruzioni di storie fiabesche e personaggi fuori da ogni immaginario.

Her forse è il più (semi) realistico finora realizzato dal regista statunitense, nonché il primo lungometraggio, interamente scritto da lui. Nonostante si svolga in un futuro ipotetico ma probabile, riflette più direttamente la condizione umana attuale di quanto mai Jonze avesse fatto, e riflessione comunque sempre sottesa, anche se più emblematicamente.

Theodore, interpretato da Joaquin Phoenix, su cui probabilmente ci si potrebbe scrivere un saggio, per le trasformazioni che opera da un personaggio all’altro, non solo fisiche, ma profondamente intime, modellandogli il viso a ogni nuova interpretazione, scrive lettere sentimentali per lavoro, per conto di altri, ha divorziato da poco e si ritrova, nella comodità e funzionalità della vita contemporanea, completamente solo. Per questo motivo, si ritroverà a comprare un nuovo sistema operativo intelligente, OS1, in grado di creare una relazione con il proprio acquirente. “Lei” si chiamerà Samantha, sarà solo una voce, ma Theodore non tarderà ad innamorarsene. La voce è quella di Scarlett Johansson, che ha vinto per questo ruolo, forse proprio grazie alla sua particolarità, il premio per la Migliore Interpretazione Femminile in questo appena trascorso Festival del Cinema di Roma.

fonte immagine: facebook.com

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Ma, apparentemente, non è solo Theodore ad innamorarsi: anche Samantha, il computer, la voce, sembra provare sentimenti d’amore, fino a desiderare la materializzazione in un corpo (How would you touch me?). Samantha scopre il mondo, con curiosità e fame, attraverso gli occhi (o meglio, il cellulare) di Theodore, e con lui cerca di comprenderlo, di decifrarlo, di amarlo.  “I love the way you look at the world” le dice, mentre è offuscato dai ricordi dell’ex moglie Catherine, al contrario ormai solo corpo e immagine. Samantha invece non ha ricordi, è pura. Per questo, fa meno paura.

La freddezza dei sentimenti e delle relazioni, la lontananza tra persone del mondo contemporaneo e probabilmente anche quello futuro, nel mondo di Jonze e di Her è calibrato, forse scongiurato, da una tavolozza di colori caldissimi, grazie alla fotografia, alla scenografia (non c’è nulla di fantascientifico) e ai costumi (retrò, ancora, nel futuro):  il rosso, il giallo, l’arancione riempiono gli occhi e il cuore, e fanno della visione del film un’esperienza molto vicina a quella del protagonista. Come suggerito dal regista e dal cast in conferenza al New York Film Festival, Samantha non poteva avere un avatar, per dare a ogni spettatore la possibilità di scegliersene uno personale e innamorarsene. Anche Theodore ha una sua immagine di Samantha – e probabilmente ha il volto di Catherine – infatti rifuterà il corpo che lei gli offre in sua sostituzione.

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Her non è solo un film sull’alienazione tecnologica, sulla solitudine: come ha sottolineato più volte Jonze, non vuole neanche dare un giudizio sulle tecnologie imperanti. Her è un film sulle relazioni e i rapporti umani, le loro fragilità e debolezze, la loro fine; è sulla nostra moderna incapacità di affrontarci l’un l’altro.

In Her non c’è nulla che sia fuori posto: ogni particolare, ogni battuta, ogni scena, ogni personaggio  è indispensabile. Particolarmente importante è anche la figura dell’amica di Theodore, Amy, interpretata da Amy Adams, il suo corrispettivo femminile.

E, in più, la colonna sonora degli eterni amici e collaboratori del regista Arcade Fire e Karen O aggiunge all’immagine calda ulteriore dolcezza e leggerezza.

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E’ quasi ridondante parlarne, forse inutile, senza poter discutere, per non rovinare la visione, del suo sviluppo e della sua fine. Her va visto. Per poi non smettere più di pensarci, e di parlarne.

 

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