Gaza vs Israele: è tregua, ma la pace è lontana

Dopo una lunga scia di morti si arresta l’escalation di violenza

di Maria Paterno

A otto giorni dall’inizio dell’operazione Pilar of Defence”, il 21 novembre Israele e Gaza hanno concordato una tregua. Il temporaneo “stop” ai combattimenti appare però molto fragile e non risolve il problema principe, la contesa del territorio tra palestinesi ed israeliani, ma riporta semplicemente allo status quo precedente al conflitto. Emblematica la dichiarazione di Haniyeh, leader di Hamas nella Striscia: “i palestinesi di Gaza, e di ogni altra regione, continueranno a lottare per i loro diritti nazionali e per loro la questione chiave rimarrà il diritto al ritorno”. Israele, dal canto suo, vuole che l’occupazione prosegua indisturbata.

La gioa dei palestinesi per la tregua raggiunta tra Israele e Hamas (Fonte immagine: Internazionale.it)

Questo dimostra che finché non si raggiungerà un negoziato pacifico e giusto, in grado di soddisfare i diritti legittimi di entrambe le parti, la determinazione e la capacità offensiva delle forze armate palestinesi continueranno a crescere e la potente minaccia militare israeliana rimarrà costante.

Sullo sfondo del recente conflitto emergono però delle novità da considerare: il ruolo marginale dell’Anp nella gestione dei negoziati per un cessate il fuoco e la crescente influenza di Qatar ed Egitto.
Hamas si è imposto come unico interlocutore nella mediazione con Israele coordinata dall’Egitto, lasciando indietro Abu Mazen che si è limitato a rilasciare dichiarazioni di solidarietà e ad ospitare a Ramallah Ban Ki Moon e Hillary Clinton. Se Hamas ha conquistato una vittoria sul piano politico, riconosciuta e rispettata anche da chi non sostiene l’organizzazione, al presidente palestinese per salvare la faccia non rimane che la carta del riconoscimento della Palestina come “stato non membro osservatore permanente” all’Onu, che giocherà il prossimo 29 novembre.

Sul fronte della diplomazia, per la risoluzione della guerra si sono distinti il Qatar, guidato dallo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, e in particolar modo l’Egitto, alla sua prima importante prova internazionale dopo la caduta di Mubarak.
Nell’ultima crisi, il Qatar è stato il principale interlocutore del segretario di Stato statunitense Clinton ma la prima volta che lo Stato arabo si interessò alla questione israelo-palestinese fu nel 2008, durante l’operazione “Piombo fuso”. Da allora, l’Emirato si è impegnato nell’appoggio ad Hamas, soprattutto con l’intento di scardinare l’asse della Resistenza tra Siria, Iran e la stessa Hamas che in cambio di un’offerta milionaria, all’inizio di quest’ anno, ha abbandonato Bashar al-Assad al suo destino.

Per il raggiungimento della tregua tra Gaza e Israele il ruolo chiave però è stato ricoperto senza dubbio dall’Egitto, che da questo conflitto ne esce con un immagine mediaticamente più rafforzata grazie alle doti diplomatiche del presidente Morsi. C’è da dire tuttavia che, nonostante lo sconvolgimento politico dell’area a seguito delle “Primavere”, non c’è stata la riscossa del popolo arabo nei confronti dell’Occidente, e nello specifico di Israele, come qualcuno auspicava.
Infatti, la Lega Araba per tutta la durata del conflitto non ha saputo far altro che balbettare frasi di una retorica ormai stantìa, giungendo ad un nulla di fatto. E Morsi, seppur più risoluto e pragmatico, ha mosso passi da funambolo per evitare di tradire il suo elettorato – in quanto leader della Fratellanza musulmana da cui Hamas è nata – e per non incappare in un crack diplomatico con Tel Aviv.

Non si può dimenticare infatti che un eventuale conflitto tra Israele ed Egitto priverebbe quest’ultimo degli aiuti economici statunitensi, già in bilico a causa della virata islamista del Cairo, e che una guerra tra Israele ed Egitto rappresenterebbe per Morsi un suicidio, vista la sproporzione degli apparati militari. Inoltre, la sempre crescente instabilità del Sinai, in seguito alla caduta di Mubarak, rappresenta un motivo in più per non inimicarsi Israele che anzi, potrebbe rappresentare un valido alleato per arrestare l’ascesa dei gruppi radicali nell’area, in rapido aumento anche in altre regioni del mondo arabo, tra cui Gaza.

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