L’angelo custode, avvincente giallo d’esordio di Leo Giorda

Un investigatore lontano anni luce dai manuali di polizia, un vice questore paladino della legge e una storia torbida a Roma, dal quartiere San Lorenzo fino a San Pietro. “L’angelo custode” di Leo Giorda punta a diventare un classico del giallo all’italiana.

Adriano Scala, conosciuto anche come Woodstock, è l’investigatore ufficioso di questa storia mentre il vicequestore Giacomo Chiesa è il responsabile ufficiale delle indagini. Sono questi due personaggi a rendere “L’angelo custode” (Ponte alle Grazie, 2022), libro di Leo Giorda, classe 1994, alla sua prima opera letteraria – vivo, interessante e davvero avvincente.

A fare da cornice a questo poliziesco c’è Roma. La Roma degli ultimi, degli spacciatori e degli operai. La Roma di San Lorenzo, del Pigneto, dei Tiburtino e di Testaccio.

La storia parte dal ritrovamento del cadavere decapitato di un bambino di 11 anni, passa attraverso i sospetti sul musicista Claudio Gatto, e si districa in una serie di scatole cinesi e piste false fino alla soluzione dell’efferato omicidio.

Tutto il resto è spoiler.

Tornando ai protagonisti, spicca sicuramente Woodstock, un quarantenne romano con un matrimonio fallito alle spalle, una figlia e un lavoro precario come insegnante. Ma la peculiarità che lo rende unico è che riesce a risolvere casi e dilemmi grazie agli effetti psicotropi del delta-9-tetraidrocannabinolo e della metilenediossimetamfetamina. Insomma, al contrario di quanto ci si aspetti, Woodstock dà il meglio di sé sotto l’effetto di canne o MDMA.

Il suo opposto invece è il coetaneo Vicequestore Chiesa, il classico poliziotto tutto d’un pezzo, formale, dedito alla carriera e (almeno all’apparenza) alla famiglia. Il classico conservatore vecchia scuola che crede fermamente nella disciplina e nella legge.

Come fossero combustibile e comburente, i due si ritrovano, loro malgrado, a lavorare sullo stesso caso che rischia di esplodere da un momento all’altro.

Messa così ricorda fin troppo decine di storie in cui due personaggi contrapposti sono costretti a collaborare: da Don Camillo e Peppone all’ispettore Coliandro e la dottoressa Longhi. La nostra letteratura (e filmografia) è piena di queste storie, così come sostanze stupefacenti illuminano anche la mente di Sherlock Holmes.

Ma saranno i lucidi riferimenti alle storie dei Manetti Bros o la rivincita degli anti eroi come Enzo Ceccotti (alias Jeeg Robot) che rendono questo romanzo intrigante e spassoso nella sua follia. 

Leo Giorda, anche se talvolta si vede che è alla sua prima esperienza come scrittore, è bravissimo a rendere l’intera storia godibile, originale nonostante tutto e davvero interessante. E il suo talento riesce a rendere ogni scena vivida nella mente. Come in una sceneggiatura, i personaggi si muovono in una Roma fatta di quartieri popolari, di villoni dell’Aventino e di quello che a Roma c’è di più sacro: il Vaticano.

Nulla è scontato fino alla fine e sfido il più accanito lettore a trovare l’epilogo della storia prima delle ultime 20 pagine. È questo, forse, che rende il giallo interessante e non banale.

Nonostante l’odore vintage e amarcord di cui tutte le 262 pagine di questo libro sono impregnate, Leo Giorda si è guadagnato un posto a tavola con Massimo Carlotto, Christian Frascella, Carlo Lucarelli e Diego da Silva. Mi fermo qui perché la tavola è corta e chi legge questi autori saprà ritrovare un pezzetto di loro in questo piccolo grande romanzo giallo.

Damiano Sabuzi Giuliani

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