Il terribile inizio 2022 del Kazakistan

A inizio gennaio cinque giorni di fuoco hanno ribaltato Paese e Governo: Tokayev parla di terrorismo esterofilo, ma la popolazione è stanca della classe politica.

Il Kazakistan ritorna alla calma: dopo 5 giorni di rivolte all’inizio del nuovo anno, con città messe a ferro e fuoco e l’intervento delle forze russe in una missione di peacekeeping, pare si sia tornati alla normalità. Ma la miccia è ormai accesa e l’allarme lanciato.

Il presidente Qasym Tokayev, in carica dal 2019, ha parlato di “tentato colpo di Stato”, accusando “terroristi” e “banditi” organizzati e sovvenzionati da potenze straniere non meglio definite per le violenze scoppiate a inizio anno. Dalla scorsa settimana la Procura Generale, che indaga sulle violenze, ha aperto 44 casi di terrorismo. Decine e decine di morti (non ci sono ancora dati chiari a riguardo ma si parla di oltre 150 vittime), quasi 200 feriti tra cittadini e forze dell’ordine e 10 mila arresti sono il tragico conto che ha presentato quest’inizio anno in Kazakistan.

La sommossa, inoltre, è costata i vertici dell’esecutivo, rimpastato da Tokayev: il Premier Askar Mamin è stato sostituito dal vice Alikhan Smailov, adesso in carica ad interim. Il presidente ha anche nominato Murat Nurtleu primo vice presidente del Comitato di sicurezza del Paese, mentre il consigliere presidenziale Erlan Karin è stato promosso a Segretario di Stato, in sostituzione di Krymbek Kusherbayev. Mentre rimpastava il governo, Tokayev indiceva anche lo stato di emergenza, con tanto di coprifuoco e interruzioni del servizio internet, ripristinato quasi nell’immediato.

Il presidente, ha chiesto ai Paesi del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO) guidato da Mosca di supportarlo con un’azione di pace. Mossa che ha suscitato la critica degli Stati Uniti, ma ha avuto l’appoggio della Cina. Dopo cinque giorni di sparatorie, esplosioni e incendi che hanno preso di mira non solo i palazzi istituzionali ma anche negozi e strutture pubbliche a cui il governo ha risposto ordinando di “Sparare a vista” all’esercito, dalla scorsa settimana la situazione si è andata via via calmandosi e la popolazione è tornata alla sua quotidianità. E dallo scorso 13 Gennaio i 2.500 soldati russi inviati, stanno rientrando alla base.

Quanto successo rappresenta la manifestazione più estesa e violenta dal 2019: in quell’anno la popolazione si fece sentire in occasione delle elezioni presidenziali, quando Nursultan Nazarbayev passò il testimone a quello che è visto come il suo delfino, Tokayev, in una tornata elettorale che gli osservatori internazionali avevano giudicato fraudolenta. In questo caso, la ribellione ha avuto origine con l’aumento dei prezzi del gpl di inizio anno: da 0,14 a 0,27 dollari al litro. I disordini sono scoppiati prima ad Almaty, nel sud est del paese – ex capitale ed oggi città più popolosa con i suoi 2 milioni di abitanti – per poi dilagare a Shymkent, Aktobe, Atyrau e a Nursultan, capitale dal 1998.

Il consumo di gpl risulta indispensabile per garantire gli spostamenti a buona parte del Kazakistan: nella regione di Mangistau, prevalentemente montuosa, ad esempio, rappresenta quasi il 90% dei mezzi. Il combustibile è centrale nell’economia del Paese: ricordiamo che nel dicembre 2011 a Zhanaozen, sud est, i lavoratori del petrolifero erano scesi in piazza chiedendo salari più alti e migliori condizioni di vita: anche in quel caso il governo rispose con prigionia e repressione che costarono la vita a 14 manifestanti.

Sebbene Tokayev sia certo delle responsabilità esterne, la radice dei fatti sembra interrata in casa. Le proteste, oggi, riflettono la stanchezza di una popolazione che non ha visto alcun cambiamento reale negli ultimi anni. Tokayev, abbiamo visto, è stato scelto per la successione dal suo mentore, Nazarbayev: quest’ultimo è Padre della Nazione ed è stato a carico del Consiglio di Sicurezza fino a qualche giorno fa, assicurandosi continuità di influenza, visibilità e potere. Evidentemente non stanco dei quasi 30 anni di presidenza iniziati nel 1991 con il disfacimento dell’Unione Sovietica.

Come nel 2011, quindi, le rivolte sembrano essere scatenate dall’insoddisfazione economica e sociale della popolazione kazaka. Con 19 milioni di persone, ricco di idrocarburi e metalli ed il 3% del petrolio del mondo, il Kazakistan ha una situazione migliore di altre nazioni dell’Asia centrale ma la popolazione, che ha un reddito medio di 500 euro, è scontenta di una classe politica chiusa ed elitistica: la accusa di un potere ancora monopolizzato da un gruppo di clan trincerati attorno a Nursultan Nazarbayev.

E al suo successore Tokayev sembra mancare la determinazione (o la volontà?) di riequilibrare i rapporti tra una minoranza elitaria e dispendiosa e una popolazione con crescenti difficoltà ad andare avanti. Inoltre, come è logico aspettarsi, la pandemia ha aggravato la frustrazione non solo dei lavoratori del settore petrolifero e industriale, ma anche delle classi medie danneggiate dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari e delle merci importate.

Deciso a calmare le acque, Tokayev nelle ultime ore ha un po’ rinnegato Nazarbayev, accusandolo di “aver favorito la creazione di una classe di persone ricche anche per gli standard internazionali“, contribuendo all’elitarismo interno.  Ed ha sollecitato il governo a pensare un pacchetto di riforme che dovrebbe risollevare le sorti della popolazionePer affrontare l’attuale crisi e sostenere il benessere della popolazione kazaka“: sicurezza, giustizia ed indennizzo per le vittime civile e militari ma anche inflazione, investimenti commerciali, spinta sulle rinnovabili e tecnologie nonché, addirittura, livellamento e crescita dei redditi pro capite. Tutto in una volta, adesso.

Il Paese, dicevamo, ritrova la calma: sarà duratura? E le promesse presidenziali, saranno mantenute?

Sara Gullace

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