MusicaIn3D: Handshake, The Dining Rooms e Robbie Robertson per la selezione più variegata di sempre

An Ice Cream Man on the Moon, Art Is A Cat e Sinematic i tre dischi del sesto appuntamento di MusicaIn3D… la selezione più ricca di sempre

Questo mese abbiamo tre diversi esempi di come, ormai, la musica rock possa avere così tante sfaccettature. Mai genere musicale è stato così alterato, plasmato e rivisto tanto che ogni catalogazione in sottogeneri può essere fuorviante (o meglio frustrante).

Che sia prodotta da una leggenda vivente che il rock lo ha visto nascere come Robbie Robertson, che sia scritta e suonata da giovani artisti fiorentini quali gli Handshake o da eclettici artisti italiani con un lungo background alle spalle come il duo milanese Cesare Malfatti e Stefano Ghittoni (nel loro progetto The Dining Rooms) poco importa.

I tre album di cui parleremo in questa nuova puntata di Musica in 3D abbracciano talmente tante sfumature della musica contemporanea che non basterebbe un articolo solo per fare l’elenco di tutte le gradazioni o influenze: trip-hop, electronic soul, cinematic music, downtempo, hip-hop strumentale, jazz, space rock, psichedelia, ambient, blues, house, etc. Troverete tutto questo e anche altro in soli 42 brani per 192 minuti di musica.

An Ice Cream Man on the Moon –  Handshake

I’m gonna introduce myself:
I come from a great country
They gave me a lot of good food
But ‘’Who were the Beatles?’’
And ‘’What have they done?’’
Nobody really cares
‘’Grandmommy I just wanna play guitar’’
‘’My sweety, eat your lasagne before they get cold!”

Inizia così il disco spaziale dei fiorentini Handshake che, in dieci tracce, riescono a mettere insieme un distillato che va dai Beatles periodo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band ai Pink Floyd del periodo in cui Waters, Mason, Gilmour e Wright andavano d’accordo.

Ma senza scomodare troppo i mostri sacri della musica possiamo dire che, seppure i riferimenti sono evidenti, la band fiorentina ha messo insieme un ottimo disco, variegato ma allo stesso tempo compatto nel sound dove nulla sembra lasciato al caso. Assoli di chitarra ponderati, ritmica a volte creativa e stravagante e melodie più consone ad una band di lungo corso e navigata che ad un gruppo emergente italiano di giovani talenti.

Ma è proprio questo che rende interessante questo disco. Ci sono poi dei picchi e, se devo citare una canzone su tutte, Importance of Being a Penguin è davvero notevole.

Si sente sia nei testi sia negli arrangiamenti la voglia di uscire dal guscio della musica italiana contemporanea. Si vede il sogno e forse, arrivando fino alla fine del disco, la luna non sembrerà poi così lontana neanche a voi.

Non vi ho convinto? Allora sentite la loro interpretazione di Let There Be Love degli Oasis che non è inserita nel disco ma che vale veramente la pena di essere citata in questo contesto.

Art Is A Cat – The Dining Rooms

Attivo ormai da oltre vent’anni, il progetto The Dining Rooms torna sugli scaffali dei negozi di dischi con Art is A Cat, ennesima immensa opera di Cesare Malfatti e Stefano Ghittoni.

Tra i dischi proposti in questa tripletta è certamente il più lungo (19 tracce per 60 minuti di musica), il più ricco di collaborazioni (Sean Martin, Georgeanne Kalweit, Gianni Sansone, Beatrice Velasco Moreno, Rahma Hafsi, Lola Kola e Hugo Sanchez) e decisamente il meno inquadrabile dal punto di vista del genere musicale: dall’elettronica al jazz, dal trip-hop al soul, in questo disco troviamo un enciclopedia contemporanea di tutta la musica che vale la pena di ascoltare.

Se dovete chiudervi in quarantena per colpa di qualche epidemia virale, assicuratevi di avere dietro questo disco: sarà un ottima compagnia per i vostri giorni di reclusione.

 

 

Sinematic – Robbie Robertson

È incredibile come questo musicista di origine canadese (con sangue indiano Mohawk) alla veneranda età di 77 anni abbia ancora così tanto da dire. Solo nel 2019 ha fatto uscire il suo sesto disco da solista e ha anche firmato la colonna sonora del film The Irishman del suo amico storico Martin Scorsese. E ha ancora tanti progetti in cantiere.

 

Robertson ha iniziato la sua carriera di chitarrista professionista con i The Hawks di Ronnie Hawkins a solo 16 anni per poi far nascere uno dei gruppi più significativi della summer of love ovvero The Band che dal 1968 ha messo in campo uno stile musicale unico, unendo le musiche tradizionali dell’America, richiamandosi a gospel, blues, spiritual, soul, cajun, ragtime, rock and roll.

Nonostante in Italia sia poco conosciuto, in America è da considerarsi una delle leggende del rock. Ha anche collaborando con dei giganti come Bob Dylan (c’è anche Robertson dietro la svolta Elettrica di Dylan degli anni Sessanta, firmando la maggior parte degli assoli di quel periodo) o Van Morrison.

 

 

Nel 2019 è tornato sulla scena musicale da solista con Sinematic, un disco molto personale dove ha unito, più che in ogni altro lavoro, la sua passione per il cinema e la sceneggiatura. Con un’atmosfera oscura e introspettiva, Robertson con la sua voce mette in campo una forte profondità e ricchezza visiva.

Di certo un disco non per tutti i gusti, dove illustri musicisti come Glen Hansard, Derek Trucks, Doyle Bramhall II, Jim Keltner, Pino Palladino e lo stesso Van Morrison sono la ciliegina sulla torta in un disco da considerarsi epico.

Sulla vita di Robert ci sarebbe molto da dire, come quella volta che, nel ’66 entrò in un negozio di libri vicino al leggendario Chelsea Hotel e comprò la sceneggiatura di 8 e mezzo di Fellini (da qui si forgerà la sua passione per il cinema).

Scriveremo della sua autobiografia del 2016, Testimony, tradotta e pubblicata in Italia da Jimenez Edizioni, quindi avremo ancora modo di parlare della lunga corsa folle, incredibile e pericolosa di Robbie Robertson più avanti.

Nell’attesa, spazio alla musica.

Damiano Sabuzi Giuliani

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