Disoccupazione giovanile: una generazione senza futuro

Una crisi che colpisce sempre più i giovani. Il crollano delle iscrizioni all’università e migliaia di ragazzi che lasceranno il paese. Tutto questo nel totale silenzio delle istituzioni

di Mattia Bagnato

disoccupazione_giovanile-2Con il Governo impegnato a sbrogliare la matassa delle riforme costituzionali, in un “rush finale” al quale sembra affidato il futuro dell’esecutivo, c’è una questione della quale non si parla più, ma che invece, meglio di qualunque altra, rappresenta il collegamento tra presente e futuro: la disoccupazione giovanile. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat, ovvero quelli relativi al primo trimestre del 2014, il numero dei giovani senza lavoro in Italia avrebbe toccato un nuovo record. Se a tutto ciò si sommano quelli relativi alla disoccupazione tra gli over 50, che sono aumentati del 146% secondo il Censis, ecco palesarsi il conflitto latente fra le generazioni sul mercato del lavoro.

Disoccupazione giovanile – I risultati elaborati dall’Istat sono durissimi: 43% di giovani tra 25 e 34 è senza lavoro, una la percentuale destinata a salire fino al 46% se si prende in esame la fascia di età compresa tra 15 e 34 anni. Un massimo storico, che non si registrava dal 1977 e che fa dell’Italia il fanalino di coda tra i paesi dell’eurozona.

Così, mentre in Italia la D.G. non sembra essere una priorità, negli altri paesi PIGS le cose, se pur di poco, sembrano migliorare. Secondo Eurostat, infatti, Spagna e Grecia hanno visto calare il loro trend del 2%. Ancora meglio Irlanda e Portogallo a quota 3-4%.

Sud – Se a livello nazionale “esplode” la disoccupazione giovanile, il meridione non se la passa certo meglio, anzi. Il dato relativo al sud d’Italia è, se possibile, ancora peggiore: 60% di disoccupazione giovanile. Una percentuale che, da quando è iniziata la crisi, non ha mai accennato a diminuire, facendo del sud la terzultima macro regione d’Europa. Secondo l’Istat, infatti, se si considerassero le regioni meridionali al pari di un paese a sé stante, questo occuperebbe il terzo posto dietro solo Spagna e Grecia.

Università – “Investire sulla cultura è il modo migliore per uscire dalla crisi”, con queste parole il neo-Ministro alla cultura Franceschini aveva espresso la propria soddisfazione per l’incarico appena ricevuto. Oggi quelle parole sembrano suonare come un vuoto slogan pre-elettorale. La conferma di come il sistema educativo sia incapace di offrire uno sbocco lavorativo arriva, ancora una volta dall’Istat, secondo il quale il 56% degli iscritti all’università, ha deciso di abbondare gli studi ancor prima di terminare l’anno accademico.

Fuga di cervelli – Lavapiatti, camerieri o housekeepers, ecco il futuro che attende i giovani del Bel Paese. Non hanno più la valigia di cartone come i loro nonni, ma conservano la stessa speranza nel cuore, quella di vedere un giorno realizzate le proprie aspirazioni. Si stima che saranno più di 100.000 i giovani che solo nel 2014 lasceranno l’Italia. Una stima, questa, che purtroppo riporta la mente indietro di un secolo.

Jobs Act – Se fosse una favola, probabilmente, inizierebbe così: C’era una volta il Jobs Act, ma questa non è una favola è la realtà: la realtà di una generazione abbandonata. Quando lo scorso 8 gennaio era stato presentato per la prima volta, il Jobs Acts doveva servire, tra le altre cose, a rilanciare l’occupazione giovanile. Ora, a cinque mesi di distanza, l’unica cosa che sembra essere stata rilanciata è la precarietà, fatta di stage e tirocini, poco o per niente retribuiti, di contratti a tempo determinato ancora più lunghi e rinnovabili, fino ad otto volte ogni tre anni (a 9 giovani su 10 vengono offerti solo lavori a tempo determinato), ma soprattutto di contratti di apprendistato senza obbligo di assunzione.

(fonte immagine: www.formiche.net)

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