La meccanica politica della nuova "Giovine Italia"

Ogni sistema ha i suoi ingranaggi e i suoi tempi. L’Italia è ferma da troppo tempo, più a causa di se stessa che per altro. Urgono risposte, ma l’abitudine a impantanarci nelle polemiche è troppo ben radicata nel nostro DNA

di Raffaele Meo

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Sono fermamente convinto che esista una sorta di congiura nei confronti di questo giornale on line, sì, proprio contro Ghigliottina. Se non è contro il giornale, credo che sia almeno diretta nei miei confronti. Deve essere per forza così.

Ogni settimana mi prodigo di cercare di fare un po’ di ordine nella marea di notizie che ci arrivano dritte da Palazzo, in tutte le salse, trovando i legami, i nodi cruciali, gli aspetti spesso trascurati o lasciati in disparte. Mi piace paragonare il mio lavoro a quello di un bambino che infila delle perline su un filo rosso: tutte in fila, una dopo l’altra, legate da quell’unico filo, fornendo loro una ragione di essere, un significato che altrimenti non avrebbero, sparse come sarebbero in una scatolina su una scrivania.

Mi piace soprattutto leggere quello che scrivono gli altri, i grandi nomi del nostro giornalismo, magari facendo ironia, magari trovando qualche notizia interessante, magari leggendo l’ennesima cavolata che provano a rifilarci, come se fossimo tanto stupidi da bercele tutte. Da osservatori ci si ritrova spesso nella situazione di guardare le cose da un piano diverso, come seduti nella tribuna di Wimbledon a guardare la pallina rimbalzare da una parte all’altra del campo, accompagnandola col movimento del capo: destra, sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, in un gioco volutamente ipnotico mirato a non farci capire nulla.

A furia di seguire il pallino della discussione, si rischia di perdere davvero il senso di tutto quello che accade, facendoci trovare a fine match con la sensazione che tutto il discorso, alla fine, non servisse a nulla. Questa settimana mi sono sentito così. Mi sono divertito ad esplorare banalmente il moltiplicarsi delle opinioni politiche e degli atteggiamenti a riguardo di noi italiani, di come la nostra sfera pubblica si impoverisca al moltiplicarsi delle occasioni di incontro, a causa della sparizione del salutare dibattito, che ormai ha un’aria quasi di mazziniana memoria. Una “Giovine Italia” piuttosto sciatta e pure un po’ rozza nei modi, che frequenta brutti posti e brutta gente.

Il centro della riflessione era il nucleo di polemiche che si era formate intorno alla nomina dei nuovi Ministri: grave errore non aspettare la nomina dei vice quanto dei Sottosegretari. Sì, perché se credevo che le cose fossero complesse allora, adesso ho la conferma che mi sbagliavo. Il caso della Madia appare una bazzecola di fronte ad accuse di peculato, associazione a delinquere e abuso di potere che pendono sul capo di numerosi componenti del nostro nuovo Governo. Non faccio in tempo a smontare un capannone di polemiche, obiettando che siano premature e costruite, che me ne ritrovo davanti un altro, dalle ben più solide fondamenta. Il problema è che passo per filo-governativo e sciocco, uno che si lascia volontariamente abbindolare dai “poteri forti”. Il fatto è che se almeno ci guadagnassi qualcosa, almeno ne varrebbe la pena.

Durante il periodo di Monti ho strenuamente difeso la politica economica, facendo riferimento ad una morale comune decadente e giustificando le tasse e le lacrime con le nostre cattive abitudini e la nostra scarsa attitudine ad attribuirci le responsabilità di quello che ci accade. Un’osservazione lungimirante, dato che un recente studio mostra che uno dei valori meno sentiti nel nostro paese, rispetto ai colleghi europei, è proprio la famosa responsabilità, accompagnata da una certa tendenza a proiettare sugli altri i nostri problemi.

La verità è che le cose hanno preso una piega diversa: da Palazzo hanno tirato troppo la corda, indispettendo troppe persone importanti ed influenti, rimandando la nostra punizione educativa monetaria a data da destinarsi. La morale è che abbiamo imparato che c’è sempre una via per evitare i problemi, non c’è da stupirsi se hanno cominciato a circolare le voci che non era necessario aumentare l’austerity per uscire dalla crisi, si poteva fare anche in un altro modo. Il messaggio che ci è giunto, invece, è stato “possiamo continuare a non pagare”, della serie che chi ha sempre imbrogliato può continuare e chi non ha ancora cominciato deve muoversi, perché forse è rimasto l’unico.

Non contenti arrivano Letta e le larghe intese, dove non succede praticamente nulla, a parte la discussione se fosse quella la soluzione giusta per il nostro paese. Domanda che ancora una volta abbiamo evaso, perché prima di arrivare ad una soluzione ci ha pensato Renzi a cominciare un “nuovo corso”. Ora, le premesse c’erano tutte, le promesse anche, bastava viaggiare sulla strada già segnata e tutto sarebbe andato bene. Invece no. Prima incertezza con i Ministri, poi catastrofe con i Sottosegretari.

Il nuovo, il rottamatore ci lascia  piedi così, perché sembra che utilizzi il vecchio metodo del Manuale Cencelli per assegnare le cariche, uno strumento che puzza di DC come pochi.

Dobbiamo proprio mollare tutto, urlare ancora una volta allo scandalo e prendere i forconi e le torce per andare sotto al Palazzo? No, non servirebbe a nulla. I colpi di spugna generali non sono mai efficaci e, forse, non tutto è perduto. Se c’è ancora dello “sporco” in tutta questa aria di nuovo, forse un motivo, per quanto brutto, c’è. Pensate al motore della vostra auto: se lo ripulite completamente da tutto il grasso fra gli ingranaggi, esso non andrà meglio, ma anzi, perderà di fluidità. Meglio lasciarlo lì, allora? No. Bisogna dare il tempo agli ingranaggi di assestarsi, togliendo gradualmente quello che non serve. In un sistema corrotto come il nostro, non è possibile una rigenerazione improvvisa e netta, bisogna partire per gradi. Attenzione a non prendere queste parole come ad una sorta di accettazione dello status quo: le cose devono essere cambiate, ma con le giuste tempistiche.

Pensiamoci meglio: crediamo davvero che andando di nuovo al voto cambieremmo le cose? Chi andremmo a votare? I soliti noti, che hanno già dimostrato la loro inconcludenza? I volti nuovi dei 5 Stelle, con i loro scontrini e le loro urla sparpagliate, sorrette da un comico che sostiene un cambiamento, un salto nel buio, senza un minimo di fondamento? Qualche Radical Chic nostalgico dei movimenti sessantottini (mai vissuti, tra l’altro) che si rifà a qualche citazione colta presa a caso dai quaderni del padre che gli ha pagato gli studi? Paradossalmente Renzi è l’unico cambiamento effettivo che abbiamo avuto da molto tempo a questa parte.

Per quanto mi ripugna dirlo, possiamo solo aggrapparci alla speranza che il programma ambizioso del rottamatore venga effettivamente svolto, per vedere se le cose vanno per il verso giusto o meno, poi potremmo valutare, decidere, votare. Anche perché di alternative, al momento, proprio non ce ne sono.

(fonte immagine: http://www.lucianocaveri.com/)

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