Sarah Everard: una violenza sulle donne che è solo la punta dell’iceberg

Dopo il caso della morte di Sarah Everard, per mano di un poliziotto londinese, ci si chiede se forse non sia l’ora di trattare i casi di violenza contro le donne in modo strutturale, e non individuale. L’opinione di Iris Pase.

Durante il fine settimana scorso, il flusso di notizie è stato – per usare un eufemismo – travolgente. Lunedì, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, abbiamo postato ovunque disegni scintillanti per festeggiare le “ragazze più toste” delle nostre vite. Abbiamo detto loro che possono fare qualsiasi cosa vogliano. Mercoledì, non solo abbiamo scoperto che il 97% delle giovani donne britanniche è stato molestato sessualmente. Ma abbiamo anche cominciato a parlare del caso di Sarah Everard, una donna scomparsa a Londra. Entro la fine della settimana, una conversazione collettiva stava spiegando alle nostre “ragazze più toste” che cosa dovrebbero e non dovrebbero fare quando sono fuori di sera. Come se non lo sapessero già.

La sera del 3 marzo, Sarah Everard, dirigente marketing di 33 anni, è scomparsa senza lasciare traccia. Stava rientrando presso la sua abitazione dopo essere stata a casa di un’amica, nella parte sud di Londra. Martedì 9 marzo è stato arrestato un poliziotto, accusato ora di averla rapita e uccisa. Poco dopo sono stati rinvenuti dei resti umani. Si trattava di Sarah.

Sarah Everard è diventata un simbolo pubblico

Come spesso accade con le storie di morti tragiche che diventano popolari coi media, le vittime si tramutano in martiri – specialmente se sono donne. Nonostante la famiglia di Sarah necessiti di privacy e tempo per elaborare il lutto, la giovane donna è diventata un simbolo pubblico, l’incarnazione della disuguaglianza di genere e della violenza contro le donne. La sua storia guida ora un movimento collettivo che ha ispirato migliaia di persone a condividere le loro testimonianze sui social media, ricordando ciò che accade nel 2017/2018 con #MeToo. Da storie di chiavi strette in mano a testimonianze di donne attaccate, i social sono stati inondati da racconti di misoginie giornaliere.

Nonostante le reminiscenze del movimento #MeToo, l’attuale condivisione di testimonianze e violenze contro le donne presenta differenze significative rispetto al suo predecessore. Non importa quanto ben intenzionato, il dibattito sulla morte di Everard puzza di performatività. E probabilmente sarà velocemente nascosto sotto il tappeto non appena emergerà un altro scandalo. La mia principale preoccupazione circa l’attuale discorso è che è fortemente radicato nell’individualismo. La maggior parte dei commenti si concentravano su casi singoli, gli schemi modellati debolmente e le intersezioni di oppressione sono state per la maggior parte ignorate.

Queste problematiche sono evidenti sin dalla prima risposta della polizia dopo la sparizione di Sarah.

In una dichiarazione in televisione, il commissario della polizia, dama Cressida Dick, aveva dichiarato: “So che i londinesi vogliono sapere che, grazie al cielo, è incredibilmente raro che una donna venga rapita nelle nostre strade”. Nonostante non stia a sindacare la sincerità delle parole del commissario, il mio primo pensiero è stato: l’asticella è così bassa? Le donne dovrebbero essere grate o sentirsi rassicurate solo perché non è comune che ci rapiscano e uccidano?

La “rassicurante” dichiarazione di Dick si concentra su un caso singolo e manca completamente del riconoscimento della più vasta problematica. Ciò che ha detto si traduce con “dato che i rapimenti sono rari, le donne dovrebbero sentirsi sicure nelle nostre strade”. Questo approccio è assolutamente nullo alla luce delle statistiche riferite alle violenze sulle donne, che è noto siano perpetrate da uomini già conosciuti da coloro coinvolte. Quello che mi piacerebbe sentire dalle autorità non è che, in genere, sono al sicuro perché è poco probabile che io venga rapita e uccisa. Piuttosto, fateci sapere quali misure state adottando per assicurarvi che le donne siano effettivamente al sicuro.

L’uomo accusato per l’omicidio di Everard è un agente di polizia.

I dati mostrano che le donne non si fidano delle autorità britanniche. Secondo un sondaggio di YouGov, il 96% non ha denunciato incidenti di molestie sessuali. Il 45% di loro ritiene che, anche se l’avesse fatto, non sarebbe cambiato nulla. Come spiegato in un editoriale del The Guardian, “Le accuse di stupro diminuiscono ogni anno dal 2016/2017 – più che dimezzate al tempo – e adesso sono a un livello bassissimo, da record. Il numero di accuse per abusi domestici è sceso di quasi un arto negli ultimi tre mesi del 2019”.

È ora che la polizia riconosca la responsabilità dei suoi comportamenti e le mancanze nel contrastare la violenza contro le donne, invece di dar loro l’onere di tenersi al sicuro rimanendo a casa. Mentre un gruppo di uomini si è affannato per dire ribadire che #NonTuttiGliUomini abusano delle donne, ancora una volta è stato proprio il sesso femminile a far sentire la sua voce per solidarietà.

Allo stesso tempo, i media stanno sfruttando al meglio le esperienze e i traumi delle donne senza sfidare davvero le istituzioni e la misoginia sistemica. Siamo così abituati a trattare la violenza contro le donne come casi individuali che, una volta uscita la notizia della morte di Sarah Everard, la priorità di molti giornali era scoprire l’identità del sospettato. Dopotutto, #NonTuttiGliUomini sono così, quindi il problema deve essere questa persona in particolare, che devia dalla normalità, giusto? Ciò è risultato nella pubblicazione del nome e delle foto del presunto esecutore, nonostante il precedente di Sir Cliff Richard della BBC secondo il quale non bisognerebbe fare i nomi dei sospettati fin quando non vengono accusati.

La punta dell’iceberg

Se aprissimo gli occhi e considerassimo una prospettiva più ampia, capiremmo che il caso di Everard non solo è terribilmente tragico, ma è unicamente la punta dell’iceberg. Nuove ricerche da parte dell’OMS mostrano che, al mondo, una donna su tre (circa 736 milioni) hanno subito violenze sessuali o fisiche nella loro vita.

Intervenendo al programma Today di Radio 4, il ministro dell’opposizione Jess Phillips ha dichiarato che “da quando Sarah è scomparsa, sei donne e una ragazzina sono state uccise per mano di uomini”. E allora com’è possibile che si parli solamente di Sarah? Tiro a indovinare.

Prima di tutto, il sospettato è un poliziotto, il che automaticamente interessa i media. Secondo, Sarah Everard rappresenta ciò che gli studi di genere definiscono una “buona vittima” nella gerarchia dell’essere vittima. Era una donna bianca e di classe media che, per quanto ne sappiamo, rispettava tutte le regole non scritte che la società si aspetta che il sesso femminile segua. Pensate a quanti articoli hanno menzionato il fatto che sia morta “nonostante si fosse sempre comportata bene”.

Che succede, allora, a quelle che fanno qualcosa di male?

E se la donna fosse stata ubriaca? O, più semplicemente, se fosse stata di colore, transessuale, povera, drogata, o una prostituta? O magari tutte le precedenti? E se, invece di un poliziotto, il presunto esecutore fosse stato il suo partner? Nel migliore dei casi, avremmo letto forse un articolo sul caso. Fine della storia.

Se non siete convinti, guardate la straziante realtà di come le violenze contro le donne si intersechino con la razza, la classe, la sessualità e molto altro. Scrive Vicky Spratt su Refinery29: “In Regno Unito, ogni due minuti sparisce un bambino. Questa ripugnante statistica nasconde un altro fatto: è più probabile che spariscano le bambine, che sono, in modo sproporzionato, di colore, asiatiche o provenienti da minoranze etniche. Alcune di loro sono giovani donne. Non tornano a casa, ma non sentiamo più nulla sul loro riguardo”. Quante discussioni nazionali sono nate dalla morte di donne emarginate, nonostante sia noto che prostitute, donne transessuali e donne di colore siano gli obiettivi primari delle violenze di genere?

Per un cambiamento reale, la collettività deve pensare insieme a un approccio intersettoriale.

La violenza di genere deve essere analizzata da un punto di vista strutturale, non solo locale. Prendete, per esempio, un recente resoconto redatto dalla Reclaim Stirling. La ricerca ha rivelato che il 53% di coloro che ha risposto – studenti attuali e non e lo staff delle Stirling University – ha subito attacchi quali violenza sessuale, aggressione o stupro. Un paio di giornali hanno riportato i risultati. Ma nessuno di essi ha sfruttato l’opportunità per aprire una indagine più vasta su quanto siano diffuse le violenze sessuali nell’educazione più alta o in che modo vengano contrastate.

La misoginia, un po’ come il razzismo, ha una storia vecchia di secoli e anche le donne possono perpetrarla. Si chiama misoginia interiorizzata. Osservare le intersezioni di razza, genere, sessualità e classe significa capire che la violenza contro le donne è culturale, sistemica ed endemica. Nonostante apprezzi che agli uomini vengano dati dei piccoli vademecum su come aiutare le donne a sentirsi più sicure, il problema deve essere estirpato alla radice. È ora di smettere di chiederci che cosa possono fare gli individui singoli, che siano uomini o donne. Dobbiamo invece cominciare a domandarci cosa possono fare lo Stato e la comunità per far sì che le donne siano, e non si sentano solo, al sicuro.

Fino ad allora, faremo attenzione solo a poche delle milioni di donne che muoiono per mano di uomini. Parafrasando una prima pagina dello Scotsman, ampiamente lodata, le donne morte contano, ma solamente perché da vive non hanno avuto importanza.

 

Traduzione di Chiara Romano da bellacaledonia.org.uk

Immagine di copertina via twitter.com/jumanazzawi

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