“La regina degli scacchi” di Netflix è la via di fuga universale

Sara Stewart, giornalista della CNN, spiega com’è possibile che tutti, negli Stati Uniti (e non!), stiano guardando la nuova serie TV di Netflix “La regina degli scacchi”. Spoiler: il segreto sta nel nostro desiderio di evadere dalla realtà

Nell’attuale panorama con apparentemente infinite opzioni di streaming, è raro trovare una serie che sembra che stiano guardando proprio tutti. Ma pare sia così per “The Queen’s Gambit – La regina degli scacchi” di Netflix. La serie si trova in cima alla Top 10 statunitense dal 25 ottobre, da due giorni dopo il rilascio. Se ancora non l’avete vista, probabilmente qualcuno vi ha già detto di farlo.

Siamo davanti a un successo improbabile. Dopotutto, gli scacchi non sono mai stati un passatempo comune negli Stati Uniti. Per la maggior parte di noi, una serie tv su un gioco da tavolo sembra un luogo improbabile per degli eventi affascinanti. Eppure, nonostante le aspettative, un po’ come la sua protagonista, Beth Harmon (impersonata da Isla Johnston e poi da Anya Taylor-Joy), questa serie è perfetta per scappare dalla situazione odierna.

La storia de “La regina degli scacchi” è tratta dal romanzo del 1983 di Walter Tevis. Vediamo Harmon, un’orfana del Kentucky, diventare un prodigio degli scacchi tra gli anni ’50 e ’60. Si tratta di uno studio dinamico del personaggio con l’arco emozionale di un film sportivo, ambientato in un’epoca dove il livello culturale rema contro l’eroina. Tevis è anche l’autore de “Lo spaccone” e de “Il colore dei soldi”, diventati film con Paul Newman, quindi si sa fin dall’inizio di essere in buone mani per quanto riguarda la fonte.

La serie è riccamente dettagliata, pertanto risulta facile credere sia ispirata a una persona vera.

Tevis ha dichiarato solo che Beth è stata “ispirata da una donna intelligente”. Ma gli esperti di scacchi hanno notato una serie di somiglianze biografiche tra la protagonista e l’eccentrico prodigio Bobby Fischer. Ironicamente, l’uomo disdegnava le giocatrici di sesso femminile.

Sono sicura che ci siano alcuni lettori che, anche considerata l’attuale popolarità della serie tv, non sono convinti del fatto che gli scacchi possano essere affascinanti. Ma non hanno visto il modo in cui viene ripresa la Taylor-Joy mentre gioca, il mento sulla mano, i suoi occhioni fissi sull’avversario, un po’ civettuoli. Ma non ha bisogno di flirtare. A buon diritto, è migliore di quasi ogni altro ragazzo che le si siede di fronte (tranne per l’imperscrutabile e sinistro gran maestro russo Vasily Borgov, interpretato con eleganza da Marcin Dorocinski). A lei piace semplicemente lo spettacolo.

Inoltre, guardare qualcuno che gioca a scacchi è rilassante – specialmente se lo fa accuratamente. Infatti, la produzione ha voluto come consulenti il gran maestro Garry Kasparov e l’istruttore di scacchi Bruce Pandolfini. Vi sorprende che sembra che il gioco abbia aumentato la sua popolarità?

Gli scacchi sono il gioco della razionalità. Ve la ricordate? In un mondo dove ogni notizia sembra meno plausibile dell’ultima, c’è qualcosa di infinitamente rassicurante nel rifugiarsi in una serie che parla di un gioco cerebrale, dove nessuno bara (questo non spoilera nulla, credo). Una sconfitta è seguita da una stretta di mano, e i ragazzi e gli uomini che Beth sconfigge sono, a vari livelli, impressionati dalla sua bravura. (Uno dei discorsi di riconoscimento della sconfitta da parte di un avversario russo fa particolarmente leva sui dotti lacrimali).

“La regina degli scacchi” è in grado di darci qualcos’altro che ci manca intensamente da un po’: evasione dalla realtà.

Letteralmente e funzionalmente. Con l’aumentare del suo successo, Beth partecipa a gare di scacchi in locali sempre più affascinanti. La Las Vegas degli anni ’60 è favolosa, ma impallidisce davanti ai viaggi a Parigi e Mosca. Vi ricordate dei viaggi? E le stanze d’albergo? Forse pochi di noi sono stati in Russia, ma penso che tutti abbiamo nostalgia della sensazione di arrivare per la prima volta in un posto nuovo.

La serie tv ha avuto un budget molto alto.

Il sontuoso design di produzione è opera di Uli Hanisch e ci riporta improvvisamente a “Mad Men”, una delle ultime vere serie TV evento della cosiddetta media Età dell’Oro. Ma qui la narrazione, a cura dei creatori Scott Frank (che ha diretto “Godless”) e Allan Scott, è un’allegra svolta all’abilità di “Mad Men” a crogiolarsi consapevolmente nel sessismo e nel razzismo dell’epoca.

Come i complicati protagonisti di quello show, Beth Harmon lotta contro alcuni demoni – dipendenza da alcol e pillole – e contro il trauma della sua infanzia. Tuttavia, il suo singolare punto di vista in veste di genio degli scacchi, combinato con il suo distacco dalle finezze sociali attese dalle donne, la rende una sorta di extraterrestre. Veleggia da una situazione all’altra e lo spettatore teme che verrà schiacciata o danneggiata dalle pressioni dei numerosi uomini che ritengono che non valga niente o non meriti nulla.

Anya Taylor-Joy ha impersonato la Beth adulta in modo eccezionale (così come la Johnson). Chiunque abbia seguito la sua carriera non ne sarà sorpreso. Dopo aver spopolato nel 2015 con l’horror “The Witch – Vuoi ascoltare una favola?”, è stata favolosa in ogni ruolo che ha ricoperto (vi consiglio di vedere “Amiche di sangue” del 2018). Tuttavia, non aveva mai avuto una parte come questa.

E propende nella fisicità dell’evoluzione di Beth da scolaretta sgraziata con dei brutti capelli a caschetto a donna all’ultima moda. I suoi grandi occhi, ben distanziati, sembrano sempre vedere più dimensioni delle persone intorno a lei.

La Taylor-Joy è circondata da un cast di supporto ugualmente talentuoso.

In particolare e sorprendentemente Alma, la madre adottiva di Beth, impersonata dalla regista Marielle Heller (“Un amico straordinario”). Le sue dipendenze non le impediscono di essere una rara fonte di gentilezza materna nel mondo di Beth. Bravissima anche Moses Ingram, che interpreta Jolene, la migliore amica in orfanotrofio della protagonista, nonostante non sia stata adeguatamente utilizzata.

La squisitezza della traiettoria ascendente ma traballante di Beth non sta solo nella sua abilità a trascendere da chi la odia. È visibile anche nel fatto che riesce a lasciare una folla di ammiratori dietro di se’. In ogni passo della sua ascesa nel mondo degli scacchisti, deve confrontarsi con un altro sogghigno dubbioso da un ragazzetto goffo convinto che lei sia fuori dalla sua portata.

Uno dopo l’altro, i più grandi nomi del gioco vengono fuori, e sono deliziosamente bizzarri. Harry (Harry Melling), il campione di scacchi del Kentucky che non è sicuro di essere tagliato per esserlo a lungo termine, ma sa che Beth lo è. Townes (Jacob Fortune-Lloyd), l’ardente giornalista che desta l’attenzione della protagonista. Benny (Thomas Brodie-Sangster), il ragazzaccio col suo trench e il suo tentativo di baffi, che riconosce la spavalderia di Beth e il vuoto emotivo che tenta di nascondere. (Più ampiamente, la spavalderia del mondo degli scacchisti degli anni ’60 è un’altra cosa che adoro di questa serie. Non so se sia fondata, ma è fantastico esplorare questa sottocultura).

Non si tratta certo della prima serie tv con una protagonista difficile e suscettibile.

Tuttavia, Beth Harmon resta una creazione unica. Il suo genio negli scacchi è alimentato in parte dalla sua dipendenza da un sedativo (il nome inventato è xanzolam, anche se nella serie lo si chiama anche Librium, una droga reale). Inizialmente, veniva alle ragazze nel suo orfanotrofio per renderle compiacenti. Le pillole verdi dalle quali è dipendente alimentano i suoi superpoteri negli scacchi. Inghiottendole la sera, le fanno avere allucinazioni che le fanno vedere i pezzi degli scacchi giocare sul soffitto della sua camera da letto.

La dipendenza da pillole – che oggi non è proprio un concetto estraneo – aggiunge alla narrazione il dubbio. Riuscirà Beth a tirarsi fuori da ciò che sembra, a un certo punto, andare troppo veloce? Il modo in cui la protagonista affronta la sua dipendenza è più in linea con quello che ci aspetteremmo da un personaggio maschile. Beth si fa strada attraverso decine di situazioni con la mente annebbiata e riesce a far sembrare tutto fantastico – fino a un certo punto. Non si tratta tanto di auto-distruzione interiorizzata (l’approccio femminile più comune in questo tipo di trame), quanto di cavalcare l’onda il più a lungo possibile. Il modo in cui, alla fine, si parla della sua dipendenza riesce a essere umanizzante senza diventare umiliante. La serie aggira nettamente quel giusto castigo puritano che vediamo spesso nelle trame che hanno a che fare con le droghe.

Dopo quasi un anno di reclusione nelle nostre case, “La regina degli scacchi” è giunta a salvarci dalla nostra smania di uscire di casa. Potrei darvi altre dieci ragioni per le quali questa serie ci sta colpendo così tanto, ma credo che la motivazione più semplice sia il fatto che si tratta di un universo alternativo in cui essere intelligenti è alla moda e le persone si comportano in modo rispettoso. Mi piacerebbe passare più tempo lì, quindi spero che una seconda stagione possa diventare realtà.

 

Traduzione di Chiara Romano via cnn.com

Immagine di copertina via twitter.com/dirtyerri

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