Robert Capa: il padre del fotogiornalismo in mostra a Monza

Sofferenza, crudeltà della guerra e amore per Gerda Taro. Monza dedica una mostra all’unicità e all’ineffabile maestosità dei capolavori di Robert Capa

robert capa

Questa mostra si presta a differenti letture e il visitatore potrà decidere su quale orientare la propria attenzione: la storia recente, le guerre, le passioni, gli amici. Questo perché per Robert Capa la fotografia era un fatto fisico e mentale allo stesso tempo. Una questione politica, ma anche sentimentale”, ha affermato Denis Curti, curatore della mostra dedicata a Robert Capa. All’Arengario di Monza fino al 27 gennaio è possibile ammirare, come si legge nella presentazione, “più di 100 immagini in bianco e nero che documentano i maggiori conflitti del Novecento, di cui Capa è stato testimone oculare, dal 1936 al 1954. Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto i suoi scatti ritraggono la sofferenza, la miseria, il caos e la crudeltà delle guerre”.

Intitolata “Retrospective”, l’esposizione è articolata in 13 sezioni di cui l’ultima, “Gerda Taro e Robert Capa” (rispettivi pseudonimi di Endre Ernő Friedmann e Gerda Pohorylle) presenta tre scatti: un ritratto di Robert, uno di Gerda scattato da Robert e un loro doppio ritratto. In mostra, dunque, anche la loro vicenda umana. Promossa dal Comune di Monza, è organizzata da Civita Mostre in collaborazione con Magnum Photos e la Casa dei Tre Oci. “Siamo molto onorati di ospitare nella nostra città gli scatti iconici del più grande fotoreporter del XX secolo: un professionista che, grazie al suo lavoro giornalistico, svolto con cura maniacale e straordinaria passione, ha contribuito a immortalare alcune delle pagine più importanti e drammatiche della storia del secolo scorso”, ha affermato il sindaco di Monza, Dario Allevi. “Questa mostra è un appuntamento di grande valore, che conferma la volontà dell’Amministrazione Comunale di potenziare l’attività espositiva in Arengario per offrire una programmazione culturale e artistica di qualità. Così la retrospettiva dedicata a Capa è un’imperdibile occasione per ammirare più di 100 scatti del celebre fotografo in una cornice che, anche in questa occasione, si riconferma luogo suggestivo e ideale per mostre fotografiche di alto livello”, ha detto, invece, l’Assessore alla Cultura, Massimiliano Longo.

Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”, era solito dichiarare Capa, testimone oculare, per scelta, dei grandi conflitti mondiali del XX secolo. Un fotografo di guerra: la inseguiva e la viveva, rendendo immortali gli effetti che provocava sulla pelle della gente nella cui vita entrava. L’unico modo per studiare e raccontare quella realtà era diventarne parte. Esule per tutta la vita, ha resistito, con coraggio, politicamente e umanamente. Di origini ebraiche e militante nel Partito Comunista locale, da giovane, abbandona la sua terra natale, Budapest, a causa del proprio coinvolgimento in proteste contro il governo di estrema destra. Va, così, a Berlino, dove trova impiego presso uno studio fotografico, diventando collaboratore dell’agenzia fotogiornalistica Dephot. Per il suo primo incarico, va a Copenaghen: è il 1932 e Trotskji tiene una conferenza. L’anno seguente, a causa dell’avvento del nazismo, va in Francia, mentre, dal 1936 al 1939 documenta la guerra civile spagnola assieme a Gerda Taro, “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek, vincitrice del Premio Strega e del Premio Campiello. Due ebrei in fuga, spinti dal sentimento antifascista, che inventano il personaggio “Robert Capa”, un celebre fotografo americano giunto in Europa per lavorarvi. “Avevo un nome che non andava troppo bene. Non ero incosciente, soltanto un po’ più giovane. Non riuscivo ad ottenere un incarico. Avevo assolutamente bisogno di un nome nuovo…Robert suonava molto americano, e così doveva essere”. Uno pseudonimo con cui la coppia moltiplica le proprie commesse (in seguito, però, Endre lo adotterà solo per sé). Gerda, una donna intraprendente e coraggiosa, fotografa di primo talento e prima reporter della storia a cadere sul campo di battaglia, a 27 anni, investita da un carro armato del Fronte Popolare Repubblicano, mentre guardava in camera.

È il 1936 quando Robert diventa famoso ovunque: si trova a Cerro Muriano e cattura il momento in cui un soldato dell’esercito repubblicano, con addosso una camicia bianca, viene colpito da un proiettile dei franchisti. Involontariamente e inconsciamente, scatta la foto di guerra più importante della storia. A lungo si è discusso circa l’autenticità dello scatto. Secondo alcuni, infatti, si tratta di un evento inscenato; altri, invece, discutono il luogo in cui è stata scattata. Secondo lo studioso Josè Manuel Susperregni, l’immagine è stata scattata con una Rolleiflex (probabilmente quella di Gerda), mentre il fotografo, in quel periodo, probabilmente, si serviva di una Leica e di una Contax. Molteplici, invece, sono le prove a favore dell’autenticità dell’immagine che mettono a tacere i dubbi sorti. Richard Whelan, biografo e studioso di Capa, il miliziano ucciso è l’anarchico Federico Borrell García, come registrato negli archivi ufficiali. Mario Dondero non ha dubbi: “Si chiamava Federico Borrell García, detto Taino, 24 anni. Operaio tessile, anarchico, proveniente da Alcoy, villaggio dell’entroterra alicantino. Cadde qui, a Cerro Muriano, il 5 settembre del ’36, mentre fronteggiava la controffensiva dei regulares marocchini guidati dal generale Varela. (…) A metà anni ’90, Taino fu riconosciuto nelle foto di Capa da un ex compagno d’armi, Mario Brotóns Jordá, che all’epoca dei combattimenti aveva 14 anni ed era un po’ la mascotte della colonna anarchica. Brotóns identificò Federico Borrell, oltre che per l’uniforme, anche dal modello delle giberne, esclusiva di un artigiano di Alcoy”. E ancora: “L’autenticità della foto mi pare fuori discussione. D’altronde è dimostrato che, insieme alla compagna Gerda Taro, a David Chim Seymour e ad altri reporter, Capa si trovava qui quel 5 settembre, durante la battaglia”. Come prova della loro presenza sul territorio, inoltre, Clemente Cimorra (inviato del quotidiano “La Voz”) afferma di aver incontrato due fotoreporter nell’area in cui il miliziano è stato colpito, mentre una foto scattata da Hans Namuth, ritrae alcuni sfollati in fuga dal paese: una coppia di spalle si allontana in senso contrario ai profughi. Si tratta di Capa e Taro.

Nel 2013, il Centro Internazionale di Fotografia ha diffuso un’intervista radiofonica in cui Robert Capa afferma di aver scattato la foto mentre era in trincea con 20 soldati repubblicani che morivano ogni minuto: “Ho messo la macchina fotografica sopra la mia testa e senza guardare ho fotografato un soldato mentre si spostava sopra la trincea, questo è tutto. Non ho sviluppato subito le foto, le ho spedite assieme a tante altre. Sono stato in Spagna per tre mesi e al mio ritorno ero un fotografo famoso, perché la macchina fotografica che avevo sopra la mia testa aveva catturato un uomo nel momento in cui gli sparavano. Si diceva che fosse la miglior foto che avessi mai scattato, ed io non l’avevo nemmeno inquadrata nel mirino perché avevo la macchina fotografica sopra la testa”.

Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità”, rispondeva a chi gli domandasse di quella foto. Come ha affermato anche John Morris, suo photo editor per LIFE, Capa venne a conoscenza dell’importanza della foto scattata nel momento in cui la vide pubblicata. “Penso che fosse uno scatto molto doloroso per lui. Chi vorrebbe trarre profitto dalla morte di un altro uomo, un commilitone addirittura?”, ha dichiarato.

Fondatore di Magnum Photos nel 1947 con Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David “Chim” Seymour e William Vandivert, è grazie a Robert Capa se oggi abbiamo le uniche fotografie professionali dello sbarco in Normandia delle truppe americane nel 1944, il D-Day. “Un inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli”, dice a proposito della guerra. Molti negativi appaiono sfocati: secondo alcuni, a causa di un errore commesso dal tecnico di laboratorio che era addetto allo sviluppo (motivo per il quale oggi abbiamo solo 11 dei 106 fotogrammi); secondo altri, per volere di Capa (per trasmettere, cioè, lo stato confusionario allora regnante). “Era ancora molto  presto e molto grigio per delle buone fotografie, ma l’acqua e il cielo, entrambi grigi, rendevano i piccoli uomini, che schivavano le pallottole sotto i disegni dell’intellighenzia anti-invasione di Hitler, davvero suggestivi”, ha dichiarato. Nel D-Day, Capa era considerato come membro, parte del sedicesimo reggimento di fanteria della prima divisione. Queste immagini saranno, in seguito, fonte di ispirazione per Stevene Spielberg e il suo film “Salvate il soldato Ryan”. 

Giunto in Sicilia nel 1943, realizza un reportage sullo sbarco Anglo-Americano: lanciatosi con il paracadute, atterra di notte, su un albero; il giorno successivo gli altri tre paracadutisti che erano con lui lo trovano e lo aiutano a scendere. Si incamminano, così, e giungono presso una fattoria che lasciano all’arrivo dei militari della prima divisione americana, per seguirne i movimenti.  Nei pressi del Tempio della Concordia avviene l’incontro tra due titani: Capa, infatti, incontra Andrea Camilleri. Solo alla fine della guerra, lo scrittore scoprì chi fosse. Gli americani giungono, in seguito, a Troina e, in quest’occasione, Capa realizza ulteriori foto che rimarranno nella storia, tra cui quella che vede un soldato americano accovacciato e un pastore che gli indica la strada per Sperlinga.

Era la prima volta che seguivo un attacco dall’inizio alla fine ma fu anche l’occasione per scattare ottime foto. Erano immagini molto semplici. Mostravano quanto noiosa e poco spettacolare fosse in verità la guerra. Il piccolo, bel paese di montagna, era completamente in rovina. I tedeschi che lo avevano difeso si erano ritirati durante la notte abbandonando alle loro spalle molti civili italiani, feriti o morti. Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse alcun senso questo combattere, morire e fare foto, quando il generale Theodore Roosevelt, sempre presente dove la battaglia era più dura, si avvicinò e puntando il suo bastone verso di me disse: ‘Capa, al quartiere generale di divisione c’è un messaggio per te. Dice che sei stato assunto da LIFE“, dichiarò su quei giorni. Robert Capa conosceva la guerra e, per questo, riconosceva quanto fosse tremendamente insensata. Nel 1948, documenta la nascita dello Stato d’Israele, diventando, inoltre, testimone oculare dell’inizio della guerra arabo-israeliana.

Il legame con il mondo cinematografico si crea nel 1936, quando a Madrid affianca Roman Karmen, cameraman russo, e gira alcune sequenze del film “Espagne 36”, diretto da Jean Paul Le Chanois e prodotto da Luis Bunuel. Nel 1938, diventa assistente del regista Joris Ivens per girare in Cina il documentario sulla resistenza cinese contro il tentativo di invasione giapponese dal titolo “I 400 milioni”. Nel 1945, diventa parte dell’ambiente hollywoodiano a seguito dell’incontro con Ingrid Bergman. Tra i due nasce un amore che durerà per due anni. Quando l’attrice inizia le riprese del film “Notorius”, si accredita sul set come inviato di LIFE e scatta foto di scena e dietro le quinte. Soggetto delle sue fotografie anche il lavoro di altri registi come John Huston e Howard Hawks. Nel 1948, arriva in Italia sul set di Riso Amaro; a Cinecittà realizza un servizio fotografico per “La carrozza d’oro”, in Inghilterra, scatta dietro le quinte di “Moulin Rouge”, mentre a Ravello collabora alla stesura dei dialoghi de “Il tesoro”. Tra i protagonisti dei suoi ritratti, Pablo Picasso, Henri Matisse e Ernest Hemingway; John Steinbeck lo descriverà come colui che “è stato capace di mostrare l’orrore di un intero popolo nel volto di un bambino“.

Lui sapeva che sarebbe morto in una di quelle terribili guerre che fotografava“. Ad affermarlo è Isabella Rossellini, figlia di Bergman. Capa, durante la Prima Guerra d’Indocina, scatta le ultime foto prima di morire posando il piede su una mina. Era il 1954. A seguito della sua morte, verrà istituito il Premio annuale Robert Capa “per la fotografia di altissima qualità sostenuta da eccezionale coraggio e spirito d’iniziativa all’estero“.

Descritto dallo storico Louis Aragon come “un uomo capace di correre in tutto il mondo (…) come se si sentisse spinto a catturare per sempre, grazie alla sua macchina fotografica, quel sottile confine che divide la vita dalla morte“, Robert Capa ha descritto e denunciato, è entrato nel flusso degli eventi, raccontandoli, e vi ha trasportato anche gli spettatori, diventando colonna fondamentale della storia, della letteratura, della fotografia e del giornalismo di tutti i tempi. “Se la tendenza della guerra è quella di disumanizzare, la strategia di Capa fu quella di ri-personalizzare la guerra registrando singoli gesti ed espressioni del viso. Come scrisse il suo amico John Steinbeck, Capa sapeva di non poter fotografare la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino, mostrando l’orrore di un intero popolo attraverso un bambino“, come ha affermato Whelan. Una mostra, quella di Monza, attraverso cui rivivere quei momenti, entrarvi un’altra volta ed emozionarsi assieme al più grande e impareggiabile narratore di tutti i tempi.

ROBERT CAPA – Retrospective
Orari: dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00;
a disposizione dei visitatori vi è un’audioguida gratuita.

Giorgia Cecca

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