Il Myanmar torna indietro di 10 anni: proteste della popolazione

Migliaia in piazza dopo che l’esercito ha sovvertito il governo e proclamato lo stato di emergenza. Adesso si teme per i diritti civili della popolazione

Il Myanmar torna ai militari: con un colpo di stato l’esercito ha prima arrestato i maggiori esponenti del governo civile – centinaia tra parlamentari, assessori e attivisti – per poi oscurare i social network e rallentare la telefonia mobile in modo strategico.

Lo scorso fine settimana la popolazione di Rangoon, Mandalay, Mawlamyne e della capitale Nay Pyi Daw ha messo in atto una resistenza civile tra scioperi e manifestazioni pacifiche. In 10mila tra medici, insegnanti, bancari, avvocati e statali chiedono rispetto per il risultato del loro voto ed il rilascio per “la Madre Suu” e gli altri politici. Lo Stato Maggiore ha risposto disponendo la legge marziale: coprifuoco, divieto di raggrupparsi in più di 5 persone e di tenere discorsi in pubblico.

Lunedì 1° Febbraio era previsto l’insediamento parlamentare della Lega Nazionale Democratica (NLD), partito eletto a Novembre con l’83% delle preferenze e 346 seggi, ma l’Esercito ha arrestato il Presidente Win Mynt, la leader di NLD Aung San Suu Kyi, Han Thar Myint e Hu Nyan Win rispettivamente portavoce ed avvocato del medesimo partito.

L’ex premio Nobel per la Pace è stata formalmente accusata di aver violato leggi sull’import-export (avrebbe importato illegalmente dei walkie talkie) mentre al Presidente è stata mossa una accusa di violazione di norme sulle calamità naturali. Il loro fermo, in attesa delle indagini, dovrebbe durare fino al 15 Febbraio.

Intanto l’esercito ha preso la guida del Paese con il Capo di Stato Maggiore Min Aung Hlainged – imputato di genocidio e crimini contro l’Umanità per la persecuzione della minoranza Rohingya – ed ha avviato uno stato di emergenza di un anno, al termine del quale sono previste nuove elezioni. Il motivo di questa presa di potere infatti è legato alla sconfitta della componente militare a novembre: il Partito per la Solidarietà e lo Sviluppo dell’Unione (USDP), da sempre spalleggiato dall’esercito, ha conquistato alle urne solamente 33 dei 476 seggi a disposizione.

Secondo la USDP le elezioni sarebbero state fraudolente: ritengono che oltre 10 milioni di voti non siano regolari. Questa sarebbe la motivazione per la presa del potere da parte dell’Esercito che avrebbe agito secondo l’art. 417 della Costituzione per cui è previsto che lo Stato Maggiore salga al potere “quando e se si trovi a rischio l’unità nazionale”. La Commissione Elettorale Nazionale ed internazionale, al momento, hanno respinto le accuse di frode assicurando la regolarità della votazione.

I militari del Myanmar, cioè l’esercito Tatmadaw, ad ogni modo, godono di una posizione particolarmente privilegiata: a loro spetta comunque il 25% dei seggi in modo automatico. L’esercito, inoltre, gestisce ministeri chiave come quello degli Esteri, degli Interni e della Difesa. Ed ha potere di veto sugli emendamenti legislativi. Non una situazione di vera minoranza né, tantomeno, di debolezza. Questo è possibile per un articolo costituzionale approvato nel 2008 quando il governo era diretto, evidentemente, dalla giunta militare.

Del resto, questo status quo è il risultato della negoziazione del rilascio di Suu Kyi nel 2010. Ma nelle intenzioni del prossimo governo civile ci sarebbe proprio una riforma costituzionale per eliminare questi automatismi. Così come la riappacificazione tra le minoranze in lotta in Myanmar e la loro integrazione a livello governativo, argomento “vetrina” a livello internazionale.

Dicevamo di un ritorno dei militari. Il Myanmar è stato sotto regime oppressivo dal 1962 – grazie ad un altro colpo di Stato – fino al 2011 quando prese forma un governo civile in seguito ad anni di rimostranze e battaglie pro-democrazia liderate proprio Aung San Suu Kyi che, lo ricordiamo, ha trascorso 15 anni in carcere per il suo attivismo democratico. E per le stesse ragioni, nel 1991 e durante la sua reclusione, le he stato riconosciuto il Nobel per la Pace. Nel 2010 è stata rilasciata.

Nel 2015 le prime elezioni democratiche che videro il trionfo del NLD: la Costituzione vigente proibisce a San Suu Kyi di diventare Presidente in quanto due dei suoi figli hanno nazionalità estera. Tuttavia  resta l’indiscussa leader del partito e, fino alla scorsa settimana, Consigliera di Stato.

Ciononostante, negli ultimi anni la figura di Aung San Suu kyi è risultata controversa per via dell’immobilismo nella gestione dei Rohingya. Una passività forse mirata a mantenere un precario equilibrio in vista di ulteriori riforme democratiche ma, comunque, indegna di una insignita del Nobel più nobile e che le è costata l’immagine a livello internazionale. Localmente, invece, la sua fama è rimasta intatta e, con gli ultimi fatti, aumenterà.

Immediata la reazione di Stati Uniti, Australia ed Unione Europea che, poche ore dopo il colpo di stato, hanno chiestoil rilascio dei politici e il ripristino della normalità. Per le Nazioni Unite ed il Segretario Anton Guterres si tratta di “Un grave colpo alle riforme democratiche”. USA e alcuni Paesi del G7 minacciano sanzioni ma l’attenzione del Myanmar è focalizzata sulla Cina, da anni protettore perché partner commerciale. Pechino non si è sbilanciata, preferendo inquadrare il colpo di Stato come una questione da risolvere internamente.

Sara Gullace

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