Festeggiare il Natale durante una pandemia? Ecco cosa successe nel 1918

La stagione festiva cadde tra le due ondate della letale influenza. A Natale le famiglie si riunirono lo stesso, spesso con più posti vuoti attorno alle tavole

Non molto prima del Natale 1918, mentre la pandemia stava cominciando a devastare le aree rurali dell’Iowa, Rebecca Tinti si era recata in visita presso alcuni vicini che si erano ammalati. Alla fattoria della famiglia trovò sette di loro, incluso un neonato, costretti a letto dalla malattia. Soltanto una bambina di 6 anni si prendeva cura di tutti gli altri. Rebecca intervenne per aiutare, ma non riuscì a evitare la tragedia. “Il capofamiglia era a riposo finché non ha avuto una ricaduta ed ha continuato a peggiorare. È morto una settimana dopo” scrisse in una lettera datata gennaio 1919. “Sono rimasta fino al funerale, il giorno prima di Natale”.

Al momento, le lettere di Rebecca sono nelle mani di Ruth M. Lux, figlia della sua figlioccia, che ha 72 anni e vive a Lidderdale, Iowa. Ruth possiede dozzine di vecchie lettere di famiglia, tramandate da sua nonna e sua madre. “Casa mia la chiamo la succursale di Lidderdale degli Archivi Nazionali” ha spiegato. Quelle lettere – aggiornamenti sui raccolti di granturco e macellazioni di maiali, inframezzate dai resoconti di malattie e morti – sono comunicati del fronte domestico di una pandemia che aveva fatto ammalare milioni di americani e ne aveva uccisi 675.000. Per non parlare delle più di 50 milioni di vittime in tutti il mondo, attribuite al virus H1N1, nato negli uccelli.

Quella pandemia, come l’odierno COVID-19, sembrò colpire gli Stati Uniti in ondate. Le vacanze invernali del 1918 furono contraddistinte da importanti perdite e da una relativa calma dopo l’ondata più letale, in autunno. Un’altra più piccola ci sarebbe stata poco dopo Capodanno.

Ma sembra che il dibattito nazionale del 1918 abbia incolpato meno le riunioni di famiglia private rispetto ad oggi. In molti, sfiancati da mesi di restrizioni, reagirono con stizza alle linee guida delle agenzie sanitarie che consigliavano di rimanere a casa. “Centinaia di migliaia di persone persero i loro cari” ha spiegato J. Alexander Navarro, storico medico dell’Università del Michigan e editor dell’Influenza Encyclopedia online. “Ma già dal Ringraziamento non c’era molto dibattito circa il riunirsi o meno”.

Quindi lo fecero, spesso con qualche sedia vuota in più intorno al tavolo.

I festeggiamenti per la fine della guerra

A quel tempo, un altro importante evento stava rubando le prime pagine dei giornali: la fine della prima guerra mondiale. I soldati stavano ritornando a casa, e la vittoria degli Alleati era motivo di festeggiamenti. “Quest’anno abbiamo un motivo speciale e commovente per essere grati e per rallegrarci” disse il presidente Woodrow Wilson durante il discorso del Ringraziamento, che non menzionava la pandemia. “Dio ci ha dato la pace”.

Nonostante i viaggi nazionali ed internazionali dei soldati giocarono un ruolo principale nella diffusione dell’influenza, le notizie del tempo suggeriscono che il rischio di infezione non fermò la gente dal festeggiare di persona la vittoria degli Alleati.

Il giorno della vigilia di Natale del 1918, il New York Times riportò che migliaia di soldati sarebbero stati accolti nelle case di New York e invitati a balli e feste. Ad un evento del 71° Reggimento a Park Avenue a Manhattan, “oltre al divertimento e ai balli ci saranno 300 chili di torta al cioccolato fondente fatta da belle ragazze, e altrettanti chili di torta glassata, principalmente fatta dalle loro madri” raccontava la notizia.

Altri festeggiamenti furono più silenziosi. Per molte persone negli Stati Uniti, le feste di Natale si vivevano a casa, ha spiegato Penne L. Restad, storica dell’Università del Texas ad Austin che è un esperto di festività. Viaggiare per le vacanze era meno comune nel 1918 rispetto ad oggi, in parte perché le famiglie tendevano a vivere vicine, ha raccontato la Restad. Il rito di trascinare un albero sempreverde all’interno delle case per decorarlo era di moda. Così come lo erano i regali per i bambini, portati da Babbo Natale.

Per molti, la messa era anche parte della stagione festiva. E nel 1918, la bis-bisnonna di Ruth Lux, Caroline Schumacher, era triste perché l’avrebbe saltata. “Suppongo che abbiate visto che la città è in quarantena” spiegava in una lettera da Carroll, Iowa, datata dicembre 29. “Non so per quanto continuerà ad esserlo. È terribile non poter andare in chiesa. Non sembrava proprio Natale”.

Le lettere di famiglia di Ruth Lux  di un secolo fa parlano sia di riunioni che di scavare nuove tombe. “Per tre settimane sono stato occupato a sbrigare le faccende dei vicini e a seppellire i morti” scrisse a febbraio 1919 John Tinti, un parente. “Ho aiutato a sotterrare più persone questo inverno che durante il resto della mia vita. È stato sicuramente orribile”.

Anche i giornali coprirono la pandemia

Le notizie provenienti da tutta la nazione mostravano un patchwork di risposte di funzionari alla diffusione dell’influenza. Ad Hamilton, in Montana, The Ravalli Republican riportò che un lockdown cittadino di un mese terminò alla fine di dicembre 1918 – giusto in tempo perché le chiese e i cinema riaprissero per Natale.

A Lodi, in California, “a causa della presenza dell’influenza, i festeggiamenti di Natale sono stati ampiamente ridimensionati, nonostante i commercianti riportino dei buoni introiti festivi” riportava The Sacramento Bee il giorno della Vigilia. “Quest’anno non ci sarà l’albero municipale”.

Poco dopo Natale, The Chicago Defender pubblicò una serie di articoli riguardo alcune famiglie che si erano riunite per le visite famigliari o per le messe in tutto l’Illinois. I pezzi erano inframmezzati da notizie di persone che si erano ammalate o erano morte di influenza.

L’influenza e la connessione con la prima guerra mondiale

L’esperienza della pandemia del 1918 era intimamente connessa alla prima guerra mondiale, che non solo facilitò la sua rapida diffusione, ma né plasmò anche significativamente le risposte. Fino all’armistizio di novembre 1918, vincere la guerra era stato più importante che combattere l’influenza. In Gran Bretagna, i funzionari della sanità, dell’esercito e del governo consigliarono alla nazione di “andare avanti” nonostante l’aumento e il peggioramento della pandemia. Il funzionario a capo della sanità, Sir Arthur Newsholme, emanò un primo memorandum ufficiale a ottobre. Raccomandava una serie di misure per rallentare l’influenza, incluso isolare i malati da coloro in salute, chiudere scuole e cinema, disinfezioni orali (fare i gargarismi con gli antisettici) e avvertimenti contro gli “assembramenti di persone”. Indossare una mascherina non compariva tra le raccomandazioni.

Nessuna di queste restrizioni era obbligatoria e la responsabilità per la loro attuazione ricadde sulle autorità locali, che le adottarono in maniera graduale. I medici e le autorità locali londinesi adottarono approcci divergenti. Alcuni chiusero cinema e scuole, mentre altri a malapena intervennero. Invece a Manchester il funzionario sanitario, il dottor James Niven, sviluppò uno schema vigoroso di prevenzione e trattamento che probabilmente mitigò l’epidemia. Mentre la seconda ondata raggiunse il picco a Londra nella seconda e terza settimana di novembre, a Manchester lo raggiunse all’inizio di dicembre.

Ci sono un serie di ragioni per le quali non si introdussero le misure in modo sistematico. Le richieste di guerra furono importanti. Gli esperti medici erano incerti circa l’identità dell’epidemia: chi colpì di più, la natura e la gravità dei sintomi e come uccideva non si conformava a ciò che era noto riguardo l’influenza.

La maggior parte delle autorità pensava che l’influenza fosse causata da un bacillo, ma fu impossibile portare avanti test sistematici poiché era difficile isolare i malati e far crescere le colture. L’opinione pubblica aveva importanza. L’influenza era ampiamente considerata un po’ più gravosa, ma principalmente un lieve malanno. Le persone che avevano già attraversato quattro anni di privazioni dovute alla guerra non avrebbero accettato restrizioni severe.

Era così specialmente quando finì la guerra. Non è una coincidenza che la seconda ondata raggiunse il picco dopo l’armistizio, quando in migliaia sfidarono i consigli della sanità e si ammassarono per festeggiare in piazze, strade, pub, case e chiese in tutto il Paese.

Subito dopo, i soldati riportarono l’influenza in Regno Unito o a casa in India, Australia, Nuova Zelanda, Canada, USA e oltre. Mentre l’epidemia continuava durante novembre e l’inizio di dicembre, gli ospedali erano stracolmi di malati e morenti. La maggior parte erano a corto di personale perché almeno metà dei dottori e degli infermieri della nazione erano impegnati nella guerra.

Quelli a disposizione potevano offrire poco più che assistenza e cure palliative. Non c’era alcuna cura efficace contro l’influenza o le letali complicazioni polmonari che accompagnavano la malattia. Nonostante i malati venissero incoraggiati a vedere i medici, la maggior parte soffriva e moriva a casa, curati non da personale specializzato ma da un membro della famiglia, un amico o un vicino. Le sepolture furono fermate per mancanza di bare.

La questione delle scuole

All’inizio di dicembre, le autorità chiusero sempre più scuole, sia per precauzione sia perché studenti e insegnanti si erano ammalati. Proprio come oggi, gli scolari erano considerati diffusori dell’infezione. La chiusura delle scuole era vista come una misura necessaria ma controversa.

William Hamer, direttore sanitario del consiglio della contea di Londra, si oppose alla chiusura delle scuole sulla base del fatto che “tale azione libererebbe semplicemente i bambini e permetterebbe loro di ritrovarsi in posti dove è più grande il pericolo di infezione”. All’inizio di dicembre, Manchester decise di chiudere tutte le scuole elementari fino all’anno nuovo. Tale misura fu un’arma a doppio taglio.

A differenza dei giorni nostri, i bambini non furono rinchiusi nelle loro case. La maggioranza di essi finì semplicemente a giocare insieme per strada o nei parchi e, proprio come temeva Hamer, diffuse la malattia ancora di più. Entro il giorno di Natale, la seconda ondata si era largamente calmata. La calma offrì tempo per la riflessione e fece aumentare l’espressione di perdita, rabbia e speranza. Adombrato dalla doppia tragedia di guerra e pandemia, quello fu un Natale come mai nessun altro prima.

 

Traduzione di Chiara Romano via nytimes.com, theguardian.com

Immagine di copertina via facebook.com/grimsbylive

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