Wimbledon, l’incoronazione di Nole II e Angelique I

Novak Djokovic trionfa a Wimbledon contro la sorpresa del torneo Kevin Anderson, riprendendosi il trono inglese e dando vita a un match storico in semifinale contro Nadal. Tra le donne grande impresa della Kerber, che batte in finale una ritrovata Serena Williams

Novak Djokovic, a sinistra, Kevin Anderson, a destra (immagine via facebook.com/jednostavnonovak)

C’era quel bellissimo film, Il Signore degli Anelli parte terza chiamato “Il ritorno del re” che possiamo benissimo utilizzare per la meravigliosa cavalcata di Novak Djokovic fino alla coppa di Wimbledon, perché questo torneo segna il ritorno in maniera (speriamo definitiva) del talento serbo nel gotha del tennis mondiale. È il suo quarto titolo nel torneo più prestigioso del mondo e quindi avremmo potuto dare come titolo “L’incoronazione di Nole IV” ma il numero due alla romana presente nel titolo di questo pezzo sta a significare ben più del quarto trionfo a Wimbledon conquistato (2011, 2014 e 2015 le precedenti vittorie), significa una seconda vita per il campione di Belgrado, una vera e propria rinascita nel pieno della sua carriera.

Negli ultimi due anni Djokovic sembrava aver perso la propria anima, spaesato e perso tra infortuni e prestazioni decisamente sotto le aspettative, lasciando campo libero ai due immortali (Roger Federer e Rafa Nadal) che si sono spartiti i bottini più gustosi. La crisi sembrava non avere fine, senza più la classe e la grinta di un tempo. Oggi, dopo uno Wimbledon giocato a livelli eccellenti, si può affermare che “Nole” è tornato; ma come tutte le grandi celebrazioni, bisogna prima passare dalla prova del coraggio e della forza, il classico salto nel cerchio di fuoco, fuoco che qui prendeva il nome di Rafa Nadal, affrontato in una semifinale già storica per questo sport.

Novak Djokovic e Rafa Nadal in campo a Wimbledon (immagine via india.com)

Novak e Rafa si sono affrontati nella seconda semifinale più lunga nella storia del torneo, in una sorta di finale anticipata, dando vita a un match spettacolare, dove non si sono risparmiati un colpo e dove ad ogni punto dell’uno rispondeva l’altro. Uno dei match da registrare, vedere e rivedere, sperando che quei due non smettano mai di battagliare. L’incontro si è concluso al quinto set, con un finale di 6-4, 3-6, 7-6, 3-6, 10-8 a favore del serbo. Una prova di tale portata, uno sforzo di tale portata è il giusto passaggio tra il Djokovic di prima e quello di adesso, che ha scrollato le spalle piene di insicurezze e fatiche e ha ripreso a giocare il tennis più bello, il SUO tennis, fatto di forza, tecnica e quel suo modo elastico di utilizzare il corpo.

Il percorso del futuro campione è stato ostacolato da giocatori di buon calibro che prendono i nomi dello statunitense Tennys Sandgren, dell’argentino Horacio Zeballos, dell’inglese Kyel Edmund, di Karen Chačanov neagli ottavi, e del giapponese Kei Nishikori nei quarti. Nadal, dal canto suo, aveva già regalato un’altra maratona sensazionale contro Juan Martin Del Potro ai quarti, vincendo solo al quinto set e arrivando comunque tra i primi quattro.

Kevin Anderson e Roger Federer a fine match (immagine via facebook.com/SportsInsiderDaily)

Nel finale da sogno di Novak, avrebbe dovuto incontrare Re Roger Federer che invece, dopo l’ennesimo torneo sull’erba in puro stato di classe, sbatte contro il muro sudafricano di Kevin Anderson; che lo tiene impegnato per cinque lunghissimi set di fatica ai quarti di finale, terminato con il risultato clamoroso a favore del sudafricano per 6-2, 7-6, 5-7, 4-6,11-13. Anderson, che aveva eliminato anche l’italiano Andreas Seppi nel secondo turno, si ritrova così catapultato nell’elitè di Wimbledon dopo aver affrontato in un altro incontro eterno l’americano John Isner in semifinale, in un match durato oltre 6 ore e mezza e che passerà alla storia come la seconda partita più lunga dell’All England Club.

La finale non ha storia e non è minimamente paragonabile alle battaglie avvenute sul Centrale qualche giorno prima. Tre set tutti per Novak (6-2,6-2,7-6) che lo portano dritto alla Coppa che stringe con gioia prendendo consapevolezza che il suo regno 2.0 è appena incominciato.

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Il saluto tra Angelique Kerber e Serena Williams al termine della finale femminile di Wimbledon (immagine via facebook.com/hsbcsport)

Il torneo femminile invece ci regala un’altra bellissima storia di un grande ritorno e di una grande certezza: quello di Serena Williams e di Angelique Kerber. La statunitense, tornata dopo un anno di assenza per via della maternità nemmeno troppo facile da gestire e con diversi problemi fisici, gioca un torneo ai suoi soliti livelli, con lo strapotere fisico messo al servizio della classe innata. Ritornando ad assaporare l’erba del Centrale di Londra, la statunitense si risveglia e ritorna a divorare avversari su avversari; tra cui l’italiana Camila Giorgi che ha giocato senza dubbio il suo miglior Wimbledon, dovendosi arrendere soltanto di fronte a Serena  nel quarto di finale in tre set (3-6,6-3,6-4).

Le semifinali regalano il top del tennis femminile mondiale con la Williams contro la tedesca Julia Goerges mentre l’altra nostra protagonista della nostra storia, Angelique Kerber, batte la lettone Jelena Ostapenko: la tedesca di origini polacche che aveva ben figurato nel 2016 agli Australian Open e agli US Open. Prima del torneo nel ranking WTA figurava nella decima posizione, alla fine sarà quarta, grazie proprio alla vittoria nella finale contro la statunitense per 6-3, 6-3. Per la trentenne tedesca arriva dunque la consacrazione definitiva, mentre per Serena Williams la soddisfazione e la consapevolezza di essere ancora tra le migliori del mondo.

Sergio Basilio

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