L’economia dell’innovazione e la proprietà intellettuale

Nell’era della globalizzazione, le aziende ricorrono sempre più ad investimenti in proprietà intellettuale. Spicca il copyright come asset intangibile. L’Italia spinge sul cloud e cresce l’interesse verso le startup

di Martina Zaralli

(fonte immagine: lentepubblica.it)

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Il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza”, sosteneva qualcuno. Non più solo questioni di filosofia, ma anche – e soprattutto –  questioni di strategie aziendali.

Uno studio condotto dall’OCSE, dedicato all’impatto economico della proprietà intellettuale, ha rilevato che, attualmente, i maggiori investimenti sono orientati al Kbc, ossia “knowledge based capital”.

Parliamo, nello specifico, di quello che gli addetti ai lavori chiamano asset intangibile: il capitale intellettuale, la totalità delle risorse di cui dispone un’impresa, particolarmente rilevanti in termini di valore e competitività.

All’interno di questi investimenti, stando sempre all’indagine OCSE, il cavallo vincente 2.0 (o forse 3.0) sul quale vengono puntati gli sforzi economici è il copyright; partizione fortunata dell’IP che supera di gran lunga marchi, brevetti e registrazioni di modelli.

Visto che i numeri fanno notizia e, in fondo, di cifre si tratta, ecco qualche dato.

Le industrie centrate sull’Intellectual Property rappresentano il 90% di tutto l’export UE. Sebbene la crescita in questo settore risulti costante dal 2008, anno in cui è iniziato lo studio OCSE, il record nella fiducia nell’immateriale è made in UK dove, nel 2011, è arrivata al 72%.

Sul versante del PIL, però, l’incidenza di tali investimenti non delinea affatto una geografia omogenea: per il nostro Belpaese l’andamento è stabile (nel 2011, l’incidenza sul prodotto interno lordo è stata pari a 3,65%); sul primo gradino del podio troviamo, invece, l’Irlanda, con un’incidenza sul PIL pari all’8% e, infine, ultimo e bocciato, il Portagallo con solo un 3%.

Se l’incidenza sul prodotto è frammentata, il ricorso al commercio elettronico e l’uso delle rete non scherzano. Nel primo caso, le aziende che vendono online rappresentano il 21%; nel secondo, l’utilizzo diversificato di internet si poggia, essenzialmente, su differenze legate all’istruzione e alle competenze; fenomeno conosciuto con il nome di digital divide, un divario che fa riflettere sulla mancanza di scelte (non solo politiche) funzionalmente orientate all’eliminazione del gap.

Medaglia di bronzo per l’Italia, con un 40,1%, in diffusione e utilizzo delle piattoforme di cloud, preceduta solamente da Finlandia (58,8%) e Islanda (43,1 %).

Ora, passando dai dati OCSE a quelli forniti dal MISE relativi al primo semestre del 2015, si registra un aumento delle domande delle startup di aderire al Fondo delle Piccole e Medie Imprese (PMI).

Sul piatto, per queste realtà innovative, che abbiano cioè tra i principali requisiti “lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione dei prodotti o servizi ad alto contenuto tecnologico”, ci sono significative agevolazioni fiscali: vantaggi previsti per quattro anni dalla data di costituzione, o per la minor durata stabilita, in caso di imprese già costituite.

Domande crescenti, sì, ma non abbastanza se ci si guarda intorno.

Around the world, a capo dell’espressione della libertà imprenditoriale giovanile c’è l’Australia che, dal 2010, registra un business in costante crescita. Nei confini europei, l’unico Paese “very startup friendly” è la Gran Bretagna, nazione che conosce la forza dell’innovazione ma non conosce l’Europa della moneta unica (n.d.r.).

Nella Babele della proprietà intellettuale, la conclusione di tutto ciò è che il digitale è il quadro innovativo delle economie attuali.

Digitale come tecnica, ma anche come cultura, la quale, lato legislatore, impone una convergenza delle regole affinché tutto ciò che sia ad esso riconducibile, in primis la disciplina dell’IP e di altri settori trasversali (si pensi a tutta la problematica relativa all’utilizzo delle imprese dei Big Data), possa effettivamente profilare uno sviluppo globalizzato  dove regole, politiche e investimenti siano un fattore unificante reale.

Probabilmente è solo utopia, o un pensiero che corre su linee semplicistiche, ma, nella sintesi dei numeri, vediamo cosa farà l’UE.

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