Basket NBA: California in love

Ci si avvicina all’All Star Game: un focus sullo stato dorato

di Stefano Brienza

Paul e Griffin

Chris Paul e Blake Griffin, trascinatori dei Los Angeles Clippers

I bagordi natalizi garantiti da Babbo Stern giungono al termine portandosi dietro alcune grandi partite e quello che sarà un lento ma inesorabile consolidamento delle classifiche, capace di mettere a nudo pregi e difetti di ogni squadra, qualsiasi sia stata la dose di vittorie ottenuta nella parte iniziale della stagione.

I primi mesi sono bugiardi. Tante squadre partono a razzo grazie a particolari periodi di forma o incroci fortunati a livello di calendario, come le molte partite in casa (vedi Atlanta) o la casualità di incontrare spesso squadre in back-to-back o alla quarta partita in cinque giorni. Altre squadre hanno un record sotto al par per infortuni (da Dallas a Minnesota, da Chicago a Boston), per dissensi con l’allenatore (Brooklyn, che ancora lo sta cercando), o perchè semplicemente entreranno in forma ottimale più tardi.

Miami e New York dominano un Est ancora tutto da sbrogliare, classifica cortissima e tanto equilibrio (prevalentemente verso il basso, o almeno rispetto al previsto). Il tabellone della Western Conference, invece, continua a sottolineare – beffardo – il primo posto dei Clippers ed il record negativo dei Lakers.

Nella nuova L.A. glamour, quella dei voli di Griffin e delle pennellate di Paul, tutto va alla perfezione. Dicembre è stato mese da record, in quanto i Clippers sono riusciti a chiuderlo senza neanche una sconfitta, striscia mantenuta per sole altre due volte nella storia. Billups torna con calma ed Odom è tornato ad un buon livello, la squadra è lunghissima e si inizia a pensare in grande.

Firmato Howard, firmato Jamison, via Brown, dentro D’Antoni, Gasol fuori, Howard fuori, Hill fuori. Questa la piccola cronistoria degli ultimi mesi in casa Lakers, con un sunto finale sugli attuali indisponibili. Il record – a suo modo tristemente ironico – recita 15-18. Per Pringles si fa davvero dura: giocherà le prossime partite con Artest da centro e Kobe a predicare nel deserto, come sta già facendo da mesi per l’ennesima volta l’attuale capocannoniere della Lega.

C’è chi invece, ad oggi, farebbe i playoff con il seed numero 5 senza avere nessuna superstar a roster. Stiamo parlando dei Warriors, allenati – nella maniera giusta – da Mark Jackson, californiana a lungo sopita che vuol tornare a sognare con il progetto a lungo termine affidato a Stephen Curry, un David Lee da All Star Game e le speranze di rientro di Bogut, acquisito al posto di Ellis, considerato inadatto a giocare con la stellina Curry.

Nella parte bassa naviga la quarta squadra del Golden State, quella della capitale. A Sacramento tira bruttissima aria, aria di trasferimento (da anni ormai) e di sbando, visto che la crescita di Evans è stata bloccata da una cattiva gestione e Cousins è già stato messo fuori squadra per litigi con coach Smart e poi, dopo averlo messo sul mercato, riportato in campo dandogli palloni e minuti per metterlo in mostra. Così non si va proprio da nessuna parte.

Intanto si avvicina l’All Star Game di Houston. Non vi ambirà sicuramente Bargnani, la cui data di ritorno è stata ulteriormente allontanata verso fine mese, né Belinelli, che sta continuando a lottare per il posto dopo quella striscia favolosa ed il rientro di Hamilton. La Denver di Gallinari fatica più del previsto, ma per ora ha giocato pochissime partite al Pepsi Center, dove l’altezza si fa sempre sentire. Manca poco più di un mese all’ASG: tradizionale boa di ogni stagione, permetterà di fare i primi bilanci e previsioni vicine al risultato finale.

(fonte immagine: richkidsbrand.com)

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