Gaza, il futuro ha un cuore antico. La mostra a Torino
La mostra “Gaza, il futuro ha un cuore antico” è stata allestita alla Fondazione Merz a Torino e si può visitare fino al 27 settembre. Sono esposte opere di artiste e artisti palestinesi, che uniscono i puntini tra reperti archeologici, testimonianze del recente passato e un presente intriso di dolore, ma anche di speranza.
Un albero di ulivo in primo piano e, sullo sfondo, dopo una distesa brulla di terra e altri ulivi sparsi, cresciuti naturalmente nella loro terra madre, si solleva lentamente una collina che ospita la cittadina di al-Tayyiba, con case bianche e basse, alternate da alberi e piante che decorano i loro cortili. Il nome della città, in arabo nell’angolo destro della cartolina, significa “la buona/la bella”. La foto sembra l’ambientazione di un film sul Nuovo Testamento, che in Occidente è una delle più diffuse fonti che hanno costruito il nostro limitato immaginario sulla Palestina antica.
La mostra “Gaza, il futuro ha un cuore antico”, installata alla Fondazione Merz a Torino fino al 27 settembre, vuole aggiungere un tassello importante sulle origini storiche, culturali, religiose della terra su cui è sorta la città di Gaza e, in generale, lo Stato palestinese. Una terra di cui si parla, appunto, o nella tradizione cristiana, oppure nei notiziari, ma del cui tessuto storico e sociale, tanto complesso quanto estremamente umano, sappiamo poco. La mostra unisce testimonianze archeologiche a opere d’arte di artisti e artiste palestinesi contemporanei che ci mostrano cosa è per loro Gaza, cosa è stata e, talvolta, cosa potrebbe essere in futuro.
Gaza, non solo notiziari
Sacred Dissonance è un’opera dell’artista Dima Srouji, realizzata con la tecnica del collage. L’artista mette in luce la tensione tra il modo in cui Gaza viene mitizzata e romanticizzata in Occidente, cancellando la presenza indigena, e come è in realtà vissuta da chi la abita, di come è stata distrutta da persone esterne e di come viene ricordata da coloro a cui appartiene.
L’artista ci mostra momenti, luoghi e ricordi della sua storia personale nelle ambientazioni note ai più, come Nazareth, Gerusalemme e Betlemme. Questi luoghi sono diventati sacri nella tradizione cristiana attraverso mitologie imposte, reliquie e rovine. Per Dima Srouji sono invece sacri per l’esperienza vissuta, i gesti quotidiani, gli spazi fragili e i corpi che rifiutano di essere cancellati.
Gaza, tra ferite e guarigioni
Anche Samaa Emad nell’opera Reimagining Homeland usa la tecnica del collage. L’artista raccoglie fotografie d’archivio relative al periodo precedente la Nakba. Testimonianze orali e narrazioni personali catturano l’essenza della vita e della cultura palestinese. Le pratiche quotidiane nella vita dei villaggi vengono poi sovrapposte alle mappe dei luoghi stessi e dei loro nomi originari, prima che venissero modificati a causa dell’occupazione.
Il progetto mette in luce come la narrazione odierna della Palestina sia segnata da una continua lotta per la giustizia, l’identità e la sopravvivenza, in un contesto di sfollamento, distruzione e cancellazione. Il collage, però, mira a ri-creare e ri-immaginare la vita vivace dei villaggi distrutti e diventa un mezzo di esplorazione, dialogo e guarigione.
Gaza prima e dopo il 7 ottobre
Gli spiragli di speranza sono più che mai necessari in un processo di cancellazione che sta avvenendo a una velocità disarmante. Nella prima sala, due proiettori mostrano l’inquietante accostamento tra luoghi di Gaza prima e dopo il 2023. 14 centri religiosi, 128 edifici storici, 8 siti archeologici, 9 monumenti e 5 musei e depositi di antichità sono stati distrutti. Ma anche luoghi di vita quotidiana, come botteghe, centri culturali, biblioteche, abitazioni e paesaggi naturali.
Luoghi, insomma, in cui la cultura è viva e si trasmette, anche mutando, ma attingendo a un patrimonio culturale ricchissimo. Come si legge su uno dei pannelli espositivi, cancellando il passato e il presente si cancella l’identità e si sradicano i punti di riferimento delle persone, fondamentali per la costruzione del futuro.
I reperti archeologici di Gaza
I punti di riferimento storici, a Gaza, sono tanti e sfaccettati. Nella mostra sono presenti oggetti di uso comune provenienti da epoche molto antiche, come vasi, strumenti da cucina, gioielli e sopratutto monete, testimonianza dell’intensa vita commerciale di questa zona, crocevia tra le coste del Mediterraneo, il continente africano e l’estremo Oriente.
È importante sottolineare che questi reperti, dopo essere stati portati non senza controversie in Europa, sarebbero ora destinati a un museo archeologico a Gaza, la cui costruzione è stata impedita dall’occupazione e l’inizio del genocidio. Per questo, a eccezione di mostre temporanee come questa, le vestigia sono ad oggi custodite dal MAH di Ginevra, che nel 2024 ha intrapreso il restauro di questi oggetti nell’attesa, un giorno, di riportarli nella terra cui appartengono.
Gaza e i musei
I musei, a Gaza, sono notoriamente tra gli obiettivi dei bombardamenti israeliani. È quello che vuole denunciare l’opera About the museum, dell’artista Khalil Rabah, All’interno di una teca in legno che riporta la dicitura “THE PALESTINIAN MUSEUM OF NATURAL HISTORY AND HUMANKIND”, l’artista ha collocato alberi di ulivo vivi, simbolo profondamente radicato nella cultura e nella storia palestinese. Tuttavia gli ulivi, privati del loro habitat naturale, sono destinati a deperire nel tempo. La loro progressiva perdita di vitalità, quindi, diventa metafora della fragilità della memoria e dello sradicamento.
Rabah sovverte così l’idea tradizionale di museo come luogo di preservazione, mostrando come ogni tentativo di trattenere la vita entro strutture chiuse comporti una trasformazione, e talvolta una perdita, anche perché “target” facili.
Un regalo da Gaza
Nella mostra c’è molto altro da vedere, leggere, sperimentare e a cui poi pensare mentre si torna alla propria vita. In particolare, l’opera A Geography. Another Geography di Khalil Rabah dona a chi visita la mostra un piccolo ricordo da portare con sé. L’artista rappresenta il paesaggio frammentato della Palestina come un campo costellato di cartoline con cinquanta diverse immagini che si trovano sia sul dipinto principale, sia in terra, accatastate in pile di diverse altezze e dimensioni, evocando così un paesaggio architettonico frastagliato.
Poiché le cartoline sono a disposizione del pubblico, che può portarle via con sé, nel corso della mostra la quantità si riduce progressivamente rispecchiando l’erosione e la successiva scomparsa dell’architettura storica. Tra queste immagini, vi è anche quella dell’albero di ulivo che osserva la città di al-Tayyiba sulla collina. Se non altro, vedendo come l’ulivo e le viti e i loro prodotti siano profondamente presenti nella cultura e nella tradizione palestinese, il pensiero che rimane visitandola è che le persone di Gaza e le loro tradizioni non sono poi così lontane.
Articolo a cura di Iris Andreoni
Immagine di copertina via Unsplash
