Sanzioni UE ai coloni israeliani in Cisgiordania. Perché solo adesso?
Arriva il “sì” del Consiglio Affari esteri UE a un pacchetto di sanzioni contro i coloni violenti in Cisgiordania. Per loro, divieto di ingresso e congelamento dei beni in Europa.
“Era ora che passassimo dall’impasse alla realizzazione. La violenza e l’estremismo hanno delle conseguenze”. Così commenta Kaja Kallas, Alto rappresentante UE per la politica estera, la decisione del 10 maggio scorso del Consiglio dei ministri degli Esteri dei Ventisette, di sanzionare alcuni coloni israeliani violenti che da anni occupano la Cisgiordania. I coloni sanzionati – i cui nomi devono essere ancora pubblicati nella Gazzetta Ufficiale UE – non potranno accedere all’area Schengen, lo spazio comune europeo.
I loro beni posseduti in Europa verranno congelati. Sarà vietato commercializzare in Europa prodotti provenienti dalle colonie israeliane. Allo stesso modo sanzionati anche soggetti legati ad Hamas, la cellula terroristica palestinese autrice della strage del 7 ottobre 2023.
Gli abusi, i soprusi, le violenze contro la popolazione palestinese nel West Bank – la sponda occidentale del fiume Giordano assegnata ai palestinesi – sono cosa nota. Argomento passato forse in secondo piano rispetto al genocidio perpetrato dal governo israeliano contro la popolazione palestinese di Gaza, oggi assume una certa rilevanza sul piano geopolitico e un significato particolare su quello della garanzia dei diritti umanitari fondamentali. Soprattutto se la si mette in relazione a una domanda: perché una risoluzione tanto importante, benché se ne sapesse da tempo e abbia effetti molto limitati, arriva solo adesso?
Il colonialismo israeliano in Cisgiordania
Per capire la portata simbolica della decisione UE, bisogna avere ben chiaro cosa siano i coloni e il contesto in cui si applica la risoluzione. I coloni sono cittadini israeliani che hanno iniziato a occupare i territori palestinesi della Cisgiordania sin dal 1967, da dopo la guerra dei Sei Giorni. A partire da quel conflitto lo Stato di Israele assume il controllo di parte del territorio della Cisgiordania.
È importante la definizione di “controllo” e non “occupazione”, ritenuta di per sé illegale dagli organi di giustizia internazionale. Di fatto Israele, che nega internazionalmente qualsiasi sorta di occupazione, ha in mano le infrastrutture e la giustizia. Vuol dire che controlla le scorte e l’approvvigionamento di acqua e cibo e amministra la legge. Sin da subito dopo la guerra dei Sei giorni Israele a iniziato a tollerare – poi ad incentivare – che si formassero insediamenti di cittadini israeliani i quei territori.
Oggi sono circa 750mila i coloni israeliani in terra palestinese, divisi per la maggior parte tra Cisgiordania (500mila) e, per una parte minore nel territorio, Gerusalemme Est (250mila). Alcuni insediamenti, oltre 140, sono direttamente riconosciuti dallo Stato di Israele, mentre una cospicua parte è frutto di iniziative non autorizzate ma allo stesso tempo tollerate.
La reazione internazionale
Nel corso degli anni quest’attività è stata causa di innumerevoli scontri tra le due popolazioni. I coloni, forti della tutela dello Stato israeliano che controlla l’organo di giustizia, hanno esercitato nei confronti di interi villaggi ogni sorta di sopruso e violenza.
L’ONU, che non ha mai riconosciuto l’autorità di Israele in quei territori, definisce le colonie “illegali” e ha più volte condannato il favoreggiamento di questa attività come uno dei più grandi ostacoli a una risoluzione della questione israelo-palestinese. Allo stesso tempo lo Statuto di Roma (art. 8.2,b,VIII), che nel 2002 ha sancito la nascita della Corte penale internazionale dichiara: “Il trasferimento, diretto o indiretto, da parte di una potenza occupante, di una parte della propria popolazione civile, sul territorio da essa occupato” un crimine di guerra. Israele non ha mai ratificato lo Statuto di Roma e non ne riconosce l’autorità. D’altronde, pur amministrando persino le scorte di cibo e acqua nella regione, nega persino che ci sia una qualsiasi forma di occupazione definendo quell’area “territorio conteso”.
Quisquilie giuridiche, agli occhi dei più, che però non nascondono due fatti. Il primo è che in mancanza di una volontà condivisa gli organismi internazionali di giustizia sono inefficaci. Chi fa applicare le sentenze? Il secondo è che gli Stati sono oggi alle prese con un’opinione pubblica che ogni giorno è in grado di vedere direttamente sui propri smartphone gli orrori che la popolazione palestinese è costretta a subire.
Proprio l’attenzione mediatica che si è posta sul conflitto israelo-palestinese all’indomani del 7 ottobre 2023 potrebbe essere la svolta nel modo di trattare al livello internazionale il modo di agire del governo Netanyahu (su cui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale).
L’Europa e Israele
L’impasse europeo sulla questione, citato da Kaja Kallas, comprende una serie di fattori politici ma anche burocratici nei rapporti con lo Stato ebraico. Vengono infatti sanzionati i singoli soggetti violenti e non Israele. Soprattutto per un motivo. L’Unione europea continua ed essere uno dei suoi principali partner commerciali. È questa la questione più controversa e meno condivisa dagli Stati membri dell’Unione.
Tra i due soggetti politici è ancora in vigore un trattato noto come Accordo di associazione Ue-Israele. È il principale trattato che regola le relazioni politiche e commerciali tra le due parti. Sebbene molti Paesi europei abbiano più volte proposto la sospensione di tale trattato (Spagna e Irlanda su tutti), per applicare tale risoluzione servirebbe l’unanimità degli Stati membri.</strong> Cosa che oggi, sulla questione, ancora non c’è per via della contrarietà di alcuni Paesi, come l’Italia e la Germania, che più di tutte le altre nazioni europee hanno debiti materiali e morali con il popolo ebraico.
Cosa sta cambiando nei rapporti Ue-Israele
Per l’Unione europea, accusare apertamente uno Stato di violazioni significherebbe entrare apertamente in conflitto diplomatico con quella nazione. Una cosa che richiederebbe un consenso che oggi l’Ue non è in grado di ottenere. Altra cosa è colpire direttamente i singoli individui. Questo tipo di sanzioni non minano l’integrità dei trattati ma danno un segnale che qualcosa sta cambiando.
Oggi sembrano essere venuti meno i soggetti politici che più duramente si erano opposti a un cambiamento di condotta nei rapporti con Israele. La caduta di Viktor Orbàn in Ungheria, solo per citarne uno, che ha sbloccato diversi dossier che per via dei ripetuti veti a sostegno delle politiche di Russia e Usa erano destinate a rimanere senza esito.
Non sono ancora noti ufficialmente i nomi ma Haaretz, il quotidiano israeliano più apertamente critico verso la politica del governo Netanyahu, rivela che nella lista potrebbero esserci alcuni nomi di spicco dell’estrema destra israeliana: “Amana”, la più grande società di costruzione di insediamenti in Cisgiordania; il movimento di coloni di estrema destra “Nachala”, e della sua presidente, Daniella Weiss; l’organizzazione per la protezione degli insediamenti Hashomer Yosh, e del suo ex leader Avichai Suissa; e dell’organizzazione di estrema destra Regavim, e del suo direttore, Meir Deutsch.
Le reazioni da parte israeliana non sono tardate ad arrivare. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha accusato il blocco dei 27 di aver agito “in modo arbitrario e politico”, imponendo sanzioni “senza alcun fondamento” e rivendicando “il diritto del popolo ebraico alla Terra d’Israele”. Il ministro della Sicurezza Nazionale Ben-Gvir ha definito le sanzioni “vergognose”, mentre il Consiglio Regionale della Samaria ha accusato l’Ue di dare “vento in poppa al terrorismo”.
Altre misure sono in discussione in questi giorni, come quella di colpire direttamente anche alcuni influenti personaggi politici israeliani, seguendo l’esempio della piccola Slovenia che in questo senso ha fatto da apripista in Europa, molti mesi fa. Il tenore della reazione fa ben comprendere quanto questa risoluzione europea, pur limitata negli effetti, sia un primo segnale di quanto i rapporti con la parte più estremista d’Israele stiano cambiando.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
Immagine di copertina via bunkhistory.org, licenza Creative Commons / Flickr
