Far East Film Festival 28: il cinema asiatico racconta la moltitudine
Settantacinque film e dodici Paesi per un’edizione dedicata a autodeterminazione, identità e traumi (personali e collettivi).
Il Far East Film Festival si conferma osservatorio privilegiato sul presente dell’Asia contemporanea.
Se nel 2025 il festival aveva messo al centro soprattutto le istanze femministe e la ridefinizione del ruolo della donna nelle società asiatiche contemporanee, quest’anno il FEFF28 ha ampliato la prospettiva: identità individuale, memoria storica, tensioni sociali e desiderio di autodeterminazione si intrecciano in un mosaico estremamente eterogeneo ma sorprendentemente coerente tra un film e l’altro, tra una nazione e l’altra… tra una persona e l’altra.
L’edizione 2026, conclusasi lo scorso 2 maggio a Udine, ha portato sul grande schermo 75 film provenienti da 12 Paesi, ospitando grandi nomi del cinema internazionale come Yakusho Koji, Fan Bingbing e Yuen Woo-ping, attirando circa 70 mila spettatori.
A trionfare è stato il film giapponese Fujiko di Kimura Taichi, vincitore del Gelso d’Oro assegnato dal pubblico e del Gelso Nero della giuria Black Dragon. Accanto, il coreano The Seoul Guardians (KIM Jong-woo, KIM Shin-wan, CHO Chul-young) che ha vinto il Gelso d’Argento (secondo posto), il Gelso Nero (ex aequo con Fujiko) e ottenuto anche una menzione speciale come miglior opera prima.
Anche quest’anno i premi raccontano bene le direzioni intraprese dal cinema asiatico: da una parte opere popolari, emotive e accessibili, dall’altra film sempre più interessati a confrontarsi con questioni sociali, memoria storica, confronto con il passato recente e trasformazioni culturali.
Il femminismo continua a essere protagonista
Uno degli elementi di maggiore continuità con l’edizione 2025 è sicuramente l’attenzione verso le rappresentazioni femminili.
Dopo il successo di Her Story dello scorso anno (qui il nostro articolo), con Fujiko il pubblico del FEFF ha premiato ancora una volta un racconto incentrato su una donna che cerca di costruire la propria autonomia in una società profondamente patriarcale. Ambientato nel Giappone degli anni Settanta, Fujiko segue la vita di una madre single determinata a non rinunciare alla propria libertà, nonostante l’ostilità della famiglia, le difficoltà economiche e una società incapace di accettare una donna indipendente. Tutto comincia la notte in cui Fujiko dà alla luce la figlia Mari e si ritrova improvvisamente sola. Da quel momento il film diventa il racconto di una resistenza quotidiana fatta di lavori precari, umiliazioni e continue ripartenze, in cui ogni caduta sembra trasformarsi in una nuova possibilità di ricominciare.
Kimura Taichi si è ispirato alla vita di sua madre – alla quale ha dedicato la vittoria – costruendo una tragicommedia energica e profondamente umana, sospesa tra ironia e disperazione, che evita qualsiasi retorica eroica. Fujiko non è un simbolo perfetto né una figura idealizzata: è fragile, impulsiva, ironica, a tratti feroce. Ed è forse proprio questa sua natura contraddittoria a renderla così vicina al pubblico.
Malgrado alcuni tratti un po’ troppo fiabeschi (credibile tutta questa rocambolesca fortuna e incontri con benefattori?), Fujiko si inserisce perfettamente nel percorso che il FEFF sta raccontando da alcuni anni: quello di un’Asia cinematografica sempre più interessata alle vite quotidiane delle donne e alle forme, a volte piccole ma sempre potentissime, della loro resistenza.
La memoria storica come trauma da affrontare
Accanto alle questioni di genere, il FEFF28 ha dato molto spazio anche alla memoria storica e ai traumi collettivi.
Film come My Name di Chung Ji-young affrontano direttamente ferite ancora aperte della storia coreana, come il Massacro di Jeju del 1948, mostrando quanto il cinema sudcoreano contemporaneo sia sempre più interessato a rileggere criticamente il proprio passato recente.
Forse non è un caso che questa esigenza emerga proprio ora. Gli eventi del 3 dicembre 2024, che da noi hanno avuto poca risonanza, sembrano aver riaperto in Corea del Sud paure profonde legate alla memoria della dittatura militare e delle repressioni violente che hanno segnato il Paese nel Novecento. In questo senso, uno dei titoli più sorprendenti e significativi del festival è stato proprio il già citato The Seoul Guardians di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young: primo documentario nella storia del FEFF ad essere ammesso in concorso.

Scena dal documentario The Seoul Guardians – per concessione del Far East Film Festival
Il film nasce da un evento reale che ha scosso profondamente la Corea del Sud contemporanea e che, fuori dall’Asia, rischia già di essere dimenticato. Il 3 dicembre 2024, alle 22:27 locali, il presidente Yoon Suk-yeol dichiarò la legge marziale accusando il Partito Democratico di collusione con la Corea del Nord e di minacciare la sicurezza nazionale. In poche ore, veicoli della polizia e truppe armate circondarono l’Assemblea Nazionale per impedire ai parlamentari di entrare e revocare il decreto.
Ma il governo non aveva fatto i conti con la memoria collettiva del Paese. Il trauma del Massacro di Gwangju del maggio 1980 — la brutale repressione militare della rivolta studentesca e popolare contro la dittatura di Chun Doo-hwan — riaffiora continuamente nel documentario attraverso immagini di archivio affiancate alle immagini attuali, creando un dialogo potentissimo tra passato e presente, segno di una ferita nazionale mai davvero rimarginata.
Il risultato è una cronaca avvincente della storia politica contemporanea coreana e, allo stesso tempo, una riflessione estremamente attuale sul valore della democrazia partecipativa. In un momento storico in cui anche a livello globale riaffiorano pulsioni autoritarie e cresce la sfiducia verso le istituzioni democratiche, il film ricorda con forza che la democrazia sopravvive solo quando i cittadini lottano per tenerla viva e in salute. Girato in presa diretta dagli stessi registi, presenti all’interno dell’Assemblea Nazionale durante e concitate ore di crisi, il documentario adotta uno stile crudo, immersivo e serratissimo, con il ritmo di un vero thriller politico. Lo spettatore viene trascinato nel cuore della folla, nei confronti tesissimi tra cittadini e soldati e negli sforzi frenetici dei parlamentari che scavalcano letteralmente i muri di recinzione per entrare nel palazzo e votare per ristabilire l’ordine costituzionale.
La tensione attraversa ogni inquadratura; il senso di paura è palpabile, persino negli sguardi dei militari, spesso spaesati davanti agli ordini ricevuti e alla reazione compatta della popolazione civile. Ed è proprio questa dimensione collettiva a rendere The Seoul Guardians così potente: il film non racconta soltanto una crisi politica, ma la forza di una società che sceglie di mobilitarsi per difendere le proprie istituzioni democratiche. Fortunatamente, stavolta il passato non si è ripetuto e questo documentario è un’iniezione di fiducia, speranza e coraggio per tutti noi.
Non sorprende quindi che il documentario sia diventato uno dei grandi protagonisti del festival, conquistando il Gelso d’Argento del pubblico, il Gelso Nero della giuria Black Dragon ex aequo con Fujiko e una menzione speciale al Gelso Bianco dedicato alle opere prime.
Sulla stessa scia, anche il vietnamita Tunnels: Sun in the Dark di BUI THAC Chuyen, premiato con il Gelso alla Miglior Sceneggiatura oltre che con il Gelso di Cristallo, rilegge un trauma storico collettivo — la guerra del Vietnam — da un punto di vista interno e nazionale, lontano dalle tradizionali rappresentazioni occidentali del conflitto.
Il FEFF28 ha raccontato indubbiamente un’Asia sempre più impegnata a riappropriarsi della propria memoria storica e delle proprie narrazioni identitarie.
Perfect Days – Perfect Festival
A suggellare simbolicamente questa edizione del FEFF è stata la consegna del Gelso d’Oro alla Carriera a Yakusho Koji, autentica icona del cinema giapponese contemporaneo. Capace di attraversare con naturalezza thriller psicologici, drammi storici, film d’azione e cinema d’autore, Yakusho rappresenta perfettamente quella capacità tutta asiatica di abbattere i confini tra cinema popolare e autorialità. Non è un caso che il FEFF gli abbia dedicato una retrospettiva di otto titoli, da Cure a 13 Assassins, passando per L’anguilla e Under the Open Sky, componendo il ritratto di un interprete che negli anni è diventato una sorta di “Tom Hanks nipponico”.
A consegnargli il premio sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine è stato il regista Wim Wenders, con cui l’attore ha condiviso il percorso straordinario di Perfect Days, uno dei film più amati degli ultimi anni. Presentato a Cannes nel 2023, dove valse a Yakusho il premio come Miglior Attore, e successivamente candidato agli Oscar, il film racconta la quotidianità di Hirayama, addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo.
Le sue giornate scorrono attraverso rituali minimi e ripetitivi: pulire ogni spazio con precisione quasi sacra, ascoltare vecchie cassette rock mentre guida nel traffico, leggere libri usati, coltivare piante, osservare il komorebi — la luce che filtra tra le foglie degli alberi. Ma Perfect Days non racconta una vita svuotata dalla routine: al contrario, Hirayama sceglie consapevolmente quella semplicità come forma radicale di libertà. È un personaggio che non fugge dal mondo, ma decide di abitare il silenzio, la lentezza e la contemplazione come risposta alla frenesia contemporanea. In questo senso, il film di Wenders assume quasi la forma di un haiku cinematografico: essenziale, delicato e profondamente umano.
La consegna del Gelso d’Oro subito dopo la proiezione del film ha così chiuso idealmente il cerchio tra cinema e realtà, riunendo sul palco regista e protagonista davanti a un teatro gremito. Un momento che è andato oltre la semplice celebrazione cinematografica, trasformandosi in un omaggio collettivo alla capacità del cinema di fermarsi sulle piccole cose e restituire loro significato.
E forse è anche questo uno dei motivi per cui il Far East Film Festival continua a essere così importante: perché riesce ancora a creare occasioni di incontro autentico tra culture, artisti e pubblico, ricordandoci che il cinema non è soltanto intrattenimento o industria, ma anche uno spazio di memoria, empatia e condivisione.
Articolo a cura di Arianna Acciarino
e Domenico Spampinato
Immagine di copertina © 2026 Alice BL Durigatto – per concessione del Far East Film Festival
