Donne e lavoro, la disparità di genere è ancora alta

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L’INPS ha pubblicato il report sul divario di genere nel mondo del lavoro. E i dati sono tutt’altro che confortanti.

In Italia le donne fanno più fatica degli uomini a trovare un lavoro a tempo pieno, indeterminato, con uno stipendio consono e che non sia nel settore della cura. Le figure manageriali e apicali, poi, sono difficilissime da raggiungere per una donna. No, non è un estratto di un articolo degli anni ’70. Sono i dati del report INPS del 2025 sul divario di genere nel mondo del lavoro.

I dati sulle donne nel mondo del lavoro

È vero, la condizione delle donne nel mondo del lavoro (e non) rispetto a cento, cinquanta, anche venti anni fa, in media, è migliorata. Questo, però, non è un motivo per sedersi sugli allori, per dare per scontate alcune conquiste e per non vedere situazioni di disagio estreme che tirano dalla loro parte la corda delle medie numeriche. Per questo, leggendo i seguenti dati, è sempre bene ricordare che, a fronte di alcune donne che possono sentircisi poco o affatto rappresentate, ce ne sono altre che li rendono, invece, tristemente reali.

Secondo i dati INPS, solo poco più della metà dell’intera popolazione femminile tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro. Il tasso di occupazione femminile è infatti del 53,3%, mentre quello maschile si attesta al 71,1%. Tra le persone inattive, cioè quelle né occupate né in disoccupazione, il 42,4% sono donne, mentre gli uomini sono il 24,4%.

Il 44,6% delle persone con un contratto da dipendente sono donne, contro al 55,4% degli uomini. Queste cifre sono bilanciate “grazie” al settore pubblico, nel quale le donne ricoprono una percentuale del 61,03% e gli uomini del 38,97%. Un dato che indica come le donne “ripieghino” nello stato, il quale probabilmente attua meno distinzioni di genere nell’assunzione, nel welfare e nelle tipologie di contratto.

Contratti precari per le donne nel lavoro

Nel 2024 le neo-assunzioni di donne con contratto a tempo indeterminato sono state il 36,7% del totale. Tra tutte le persone, uomini e donne, con un contratto indeterminato, le donne sono il 40,4%. Alle donne è riservato maggiormente il contratto part-time. Nel 2024, il 57% di tutte persone assunte con questa tipologia contrattuale era donna, con un picco del 60,8% per la fascia di età 30-50.

Un dato importante è quello che riguarda il part-time involontario, ovvero quando viene “accettato” in mancanza di altre offerte. Delle donne assunte con un part-time, il 13,7% erano contratti involontari, mentre per gli uomini questa percentuale è del 4,6%.

I dati sugli stipendi e le pensioni

Le donne hanno stipendi inferiori di oltre 20 punti percentuali agli uomini in nove settori su diciotto esaminati. In particolare, questo divario è più ampio nelle attività finanziarie e assicurative, in cui le donne percepiscono  il 31,7% in meno. Ancora più aperta è la forbice per i lavori scientifici e tecnici, che pagano le donne il 34,2% in meno rispetto agli uomini. Il maggiore divario riguarda il settore immobiliare, con una differenza di paga tra i due generi del 40,2%. Anche qui si conferma una minore distinzione di genere nel settore pubblico, tranne che per i servizi sanitari, le università e gli enti di ricerca, dove gli uomini percepiscono, anche qui, il 19.8% in più rispetto alle donne.

Le differenze di salario e la discontinuità lavorative si riflettono poi in una forte disparità pensionistica di vecchiaia. Le lavoratrici del privato, infatti, ricevono mediamente il 46,2% in meno rispetto ai colleghi uomini. Nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, le pensioni di anzianità anticipate degli uomini sono più del doppio di quelle femminili, costringendo spesso le donne ad attendere l’età necessaria per la pensione di vecchiaia.

Disparità nei ruoli apicali

Sul valore delle retribuzioni incide, ovviamente, la tipologia di contratto. I contratti determinati, va da sé, sono più svantaggiosi anche a causa della possibile discontinuità retributiva, così come i part-time, sia volontari che involontari. Le donne fanno anche meno straordinari, probabilmente per maggiore lavoro in ambito domestico e familiare che ci si aspetta da loro. Incidono, poi, i trattamenti individuali, come qualifiche professionali e concessioni di aumenti.

Le differenze nella possibilità di carriera è uno dei dati più incontrovertibili. Tra i contratti a tempo indeterminato, solo il 21,8% delle donne occupa ruoli dirigenziali, a fronte del 78,2% dei colleghi uomini. Anche nell’ambito dei ruoli-quadro, cioè a metà tra dipendenti e dirigenti (ad esempio team manager), emerge una disparità significativa: le donne rappresentano il 33,1% del totale, mentre gli uomini il restante 66,9%.

Donne più istruite ma meno assunte

Tutto questo nonostante le donne risultino essere maggiormente istruite rispetto agli uomini. Nei licei le donne sono il 61% delle persone iscritte. Tra chi ha una laurea di primo livello, magistrale e a ciclo unico, le donne sono, rispettivamente, il 59,4%, il 57,8% e il 69,4%. La bilancia pende a favore degli uomini solo nelle facoltà STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica). Infatti, per le triennali e le magistrali in queste facoltà la maggioranza di laureati è costituita da uomini, mentre le donne sono solo il 31%. Nelle magistrali a ciclo unico, invece, le donne laureate sono il 62% del totale

Questo probabilmente avviene anche perché gli uomini trovano lavoro prima e più velocemente, specialmente dopo le lauree brevi. I dati mostrano che a un anno dalla laurea triennale il 35% degli uomini trovano lavoro contro il 25,9% delle donne. Anche ad un anno dalla laurea magistrale per la maggior parte delle aree disciplinari gli uomini hanno tassi di occupazione maggiori. Nelle discipline STEM, il 90.4% degli uomini trova lavoro entro il primo anno, rispetto all’85% delle donne.

Questo può essere anche uno dei fattori che spinge le donne a iscriversi a corsi post laurea, come master di primo e secondo livello, costituendo il 66,9% delle persone iscritte a questi percorsi. Solo nei dottorati di ricerca la percentuale è bilanciata. Anche se, di fatto, il dottorato è un lavoro.

Sicuramente, l’accesso all’istruzione per le donne è una grande conquista, da tenerci stretta. Ma non dovrebbe diventare un altro modo “accettabile” per allontanare le donne dal mondo del lavoro e, quindi, dall’indipendenza economica. 

Lavoro per le donne sì, ma di cura

Alla base di tutto questo c’è un forte problema culturale. Sulle donne si riversa gran parte del lavoro di cura, sia nel privato ma anche nella società. Tra tutte le persone italiane che svolgono lavori domestici, il 90,7% sono donne. Per non parlare dell’automatismo con cui ci si aspetta che le donne si prendano cura della gestione della casa e della crescita di figli e figlie, talvolta anche a prescindere dal loro lavoro e del tempo passato a casa. Secondo i dati ISTAT del 2014 (sperando che questi numeri siano un po’ variati), tra le persone occupate, gli uomini svolgono lavoro non retribuito (cura della casa, della famiglia, commissioni e spostamenti) per circa 1 ora e 50 al giorno, mentre le donne per circa 4 ore e 10.

Per quanto riguarda i lavori domestici di routine, le attività svolte dagli uomini durano all’incirca 43 minuti, mentre quella delle donne tre ore, segno del fatto che gli uomini hanno più discrezionalità. Contando sia le persone occupate sia le inattive o disoccupate, le donne svolgono circa 5 ore di lavoro non retribuito, contro le due ore degli uomini.

donne lavoro

Fonte: ISTAT

Come se non bastasse, pochi giorni fa la maggioranza ha bocciato una mozione per aumentare il congedo parentale obbligatorio di paternità a cinque mesi al 100% dello stipendio. La stessa maggioranza che recrimina alle nuove generazioni di non fare più figli. Per quanto riguarda gli asili nido, l’Italia è in carenza di servizi. Nel 2023 il tasso di copertura degli asili nido ha raggiunto il 31,6%: significa che ci sono in media 31,6 posti ogni 100 bambini. Solo l’Umbria, l’Emilia Romagna e la Valle d’Aosta hanno superato o sono prossime all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini tra gli 0-2 anni. Nel sud-Italia la copertura è del 19-19,5%. I posti nei nido sono un po’ aumentati, sia per l’aumento delle strutture sia per il calo delle nascite. Ma di questi nuovi posti, quattro su cinque sono in strutture private.

Le donne, insomma, sono chiamate a restare a casa più tempo, rischiando di compromettere la loro carriera, il loro salario, i loro contratti. E, di contro, gli uomini si trovano a passare meno tempo a casa, prendendosi inevitabilmente meno responsabilità nei lavori domestici e nella crescita di figli e figlie. Il che è causa e conseguenza del diverso trattamento delle donne nel mondo del lavoro. Un gatto che si morde la coda.

Lottare per la parità, non significa obbligare donne e uomini a fare le stesse cose, ma dare a tutte e tutti la stessa possibilità di scegliere. Aspettative meno condizionate da presunti “ruoli biologici” prestabiliti per entrambi i sessi porterebbe più velocemente a un maggiore benessere delle donne e della società tutta.

Articolo a cura di Iris Andreoni

Immagine di copertina via Unsplash – licenza Creative Commons

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