Sanremo throwback: Achille Lauro e noi “Incoscienti Giovani”

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Da Thoiry RMX a Incoscienti Giovani, da Sanremo 2019 ad oggi. In questi sette anni cosa è stato Achille Lauro per il suo pubblico?

Fanno le foto ai miei fra 

Avevamo sedici anni, quasi diciassette, quando l’estate del 2018 sentimmo per la prima volta Thoiry RMX. Eravamo tutti a Minturno per il campo annuale quando una notte in giardino qualcuno me la fece sentire per la prima volta. Ai tempi non avevo neanche idea di cosa fosse Thoiry e mi sembrò semplicemente una canzone sconclusionata. Poi parlavano di Basquiat, di Picasso, della Bocca della Verità, di Tutankhamon, senza filo logico. Il punto della canzone non era chiaro a nessuno. Ma le notti lì a Minturno erano troppo calde per dormire e così, mentre aspettavamo il venticello del crepuscolo, la fecero ripartire. E poi ancora una volta, e un’altra volta ancora. La mia ragazza diceva che era una bella canzone. Quando la rimisero anche il giorno dopo, le dissi che aveva ragione. 

 

Sdraiato a terra come i Doors 

I mesi passarono velocemente da quell’estate fino a che mia madre non disse “a Sanremo quest’anno c’è anche quello che piace a te”. Scettica nei suoi confronti, così come mio padre e i loro amici, lo stile da smargiasso, la parlata poco elegante, le canzoni troppo vicine a un’estetica di strada; nel 2019 nessuno sotto i cinquant’anni guardava il Festival di Sanremo e Achille Lauro sembrava il classico tentativo della Rai di attirare un pubblico più giovane. Però stavolta avevano effettivamente scelto un’artista interessante, che riguardava solo noi o quasi. E così, io e i miei amici, curiosi di vedere cosa avrebbe portato sul palco, vedemmo Sanremo 2019. Portò Rolls Royce. Si classificò non ricordo come ma importò poco: convertì mia madre, mio padre e i genitori dei miei amici. Conquistò Mara Venier. E a noi la cosa suscitò inevitabilmente un po’ di ironia: dopo febbraio 2019, tutta Roma, specialmente i suoi cinquantenni, conosceva Achille Lauro.   

 

La via non c’è, la vita è un film 

Umberto Eco parla di sceneggiatura, frame, per indicare una situazione o un immaginario stereotipato e di enciclopedia per indicare le conoscenze testuali e extratestuali di un individuo. 

Quando dico “il film Il Padrino” ci sono una serie di conoscenze che mi vengono fornite dalla frase stessa, per esempio che esiste un film intitolato Il Padrino. Ma ci sono anche delle conoscenze extratestuali che compongono la mia comprensione del testo, e che sono forse le più importanti: la trama del Padrino, le battute più iconiche, le scene più famose, l’abbigliamento dei protagonisti, la fama internazionale, le domeniche di pioggia, la casa dei miei nonni. Tutto questo e altro ancora nella frase “il film Il Padrino.  

C’è chi vede le parole come portatrici di un messaggio. Per loro un testo è un insieme ordinato e ha un significato. Si perderanno un po’ di poesia, però quando sentono una canzone capiscono tutto, magari faticando, magari dovranno fare una piccola ricerca, ma alla fine ti decifrano ogni frase e ti sanno spiegare la canzone. Però forse non ti sanno spiegare perché in migliaia siamo andati al PalaLottomatica il trenta ottobre 2021.  

C’è chi invece le parole le vede come delle porte d’accesso, o, per i nativi digitali, come dei link. Sulla soglia di ogni parola ci affacciamo su un mondo, su una vita. Ci perderemo forse la spiegazione, ma ne capiremo la poesia. Ogni parola, ma anche ogni frase, nelle canzoni di Achille Lauro che hanno segnato me e i miei amici, ci davano uno scorcio su una promessa di vita, su un modo di essere che potevamo realizzare nel futuro. E sommando termini e riferimenti carichi di storia e di mito (Picasso, Beverly Hills, Gondry, i Doors) questo futuro diventava un orizzonte di possibilità. Mettendo tutti i nostri miti insieme, quelli che ci avevano insegnato a scuola e in televisione, aveva creato un unico grande Mito, che sarebbe stato il mito del nostro futuro. Giovani e pieni di vita, era quello di cui a diciotto anni avevamo bisogno. 

 

Tra cento vite o giù di lì 

Ma gli anni, da quando ne avevamo diciotto, passarono. Qualcuno timidamente cominciava a parlare di comprare casa, qualcuno meno ambizioso parlava di tirocinio e qualcuno, solo i più coraggiosi, parlava di trovarsi un lavoro. Allo specchio, ogni mattina, i capelli si diradavano. Le notti brave a Trastevere erano finite: a ventitré anni, quasi ventiquattro, eravamo ormai troppo grandi per fare i giovani.  

Promettenti filosofi, grandi scrittori, futuri registi, ci ritrovavamo il giovedì pomeriggio a parlare di lavoro e a spettegolare dei nostri vecchi compagni di università. Quando, raramente, qualcuno ritirava fuori quello che avevamo sognato di essere, e che ormai non eravamo stati, veniva zittito subito. Avevamo riposto tanto nel futuro, in un futuro che non era mai arrivato.  

E i giorni passavano finché, sempre mia madre, mi disse che Achille Lauro era di nuovo in gara al Festival di Sanremo. 

 

Non chiamarlo fallimento 

Achille Lauro si piazzò a metà classifica nel 2022. partecipò alla prima edizione di Una Voce per San Marino per prendersi la sua rivincita all’Eurovision. Ma anche lì, quattordicesimo su diciotto. Noi, che pensavamo di essere il suo pubblico, eravamo forse troppo grandi per farci abbindolare ancora dalla musica di Achille Lauro. In macchina c’erano ormai altri cantanti e Thoiry RMX era diventata solo un bel ricordo di quando eravamo adolescenti. Se nel 2019 eravamo curiosi di vedere cosa avrebbe fatto a Sanremo, nel 2025 ci sembrava il solito tentativo della Rai di attirare un pubblico giovane, come me, che ormai tanto giovane non era più. Questo, finché non sentì Incoscienti Giovani live al Concertone del Primo Maggio. 

 

Come una pioggia sopra Villa Borghese 

Forse sarà stato che a San Giovanni il primo di maggio non c’è mai connessione. Forse sarà stato che finalmente stavo cominciando a riprendermi dopo l’anno più difficile della mia vita. Forse sarà stata Roma. Però lì alle transenne del Primo Maggio, mentre fumavamo dopo aver corso da San Lorenzo fino a Piazza San Giovanni e dopo che la vigilanza non ci aveva fatto rientrare (perché alla fine, nonostante tutto, nonostante dicessimo di no, volevamo ancora vedere Achille Lauro), c’erano un figlio e un padre che lo aiutava ad arrampicarsi sulle transenne per vedere meglio. C’era un uomo di mezza età che aveva preso la mano alla moglie. C’era una ragazza, che ormai tanto ragazza non era più, che aveva abbracciato il fidanzato alle spalle. Con i miei amici parlavamo del futuro, e intanto guardavamo la Basilica, e il cielo. 

E vidi qualcosa che non vedevo da quando avevo sedici anni, al campo estivo, nel lontano 2018.  

 

Sempre e per sempre ovunque saremo 

La raccolta degli scritti politici di Mark Fisher si chiama Il Nostro Desiderio è senza nome. La seconda parte di Fanged Noumena di Nick Land in italiano ha come titolo Nessun Futuro. Ormai sappiamo che immaginare un’alternativa diventa giorno dopo giorno sempre più difficile. Sempre Mark Fisher ci dice che il passato viene riciclato nella produzione culturale, e che questo ritorno del passato sotto forma di futuro ci fa adagiare nella malinconia piuttosto che proiettarci alla speranza, nella malinconia che ci tiene ancorati a ciò che non c’è più e che con tutta probabilità, aggiungerei, non c’è mai stato, neanche come semplice possibilità. Il grande appeal della prima musica di Achille Lauro era stato questo, creare il Mito del nostro Futuro ma con le immagini, i suoni, l’estetica dei Passati che volevamo.  

Una volta cresciuti tutto questo non ci bastava più, e forse non bastava più neanche a lui. E infatti Incoscienti Giovani era vuota, niente pittori, niente registi, niente Woodstock nelle sue parole. Nessuna enciclopedia mitica la riempiva, ma le parole ci aprivano lo stesso a un mondo. Un mondo stavolta diverso da tutti gli altri, che sapevamo non esistere, ma in cui proprio per questo finalmente potevamo sperare. Una canzone che ci faceva immaginare come le cose potevano essere diverse. Un amore diverso che ci apriva le porte di una vita diversa. Questa volta nessuno di noi credeva che a trentacinque anni la nostra vita sarebbe stata così; però ognuno di noi, in parte, sotto qualche aspetto, solo per una strofa, desiderava che sarebbe stata così. 

Con Incoscienti Giovani magari per un attimo, magari perché ero a San Giovanni, magari perché era stata proprio una bella cena, avevo potuto ricominciare a credere che qualcosa di diverso era possibile. Dopo più di un decennio in cui mi erano stati riciclati gli anni’80, gli anni ‘60, gli anni ‘90, poi gli anni ‘70, desideravo finalmente qualcosa di nuovo, o più semplicemente finalmente desideravo di nuovo. 

Di solito si dice che i giovani sono sognatori perché non hanno mai dovuto affrontare la realtà. Sarà vero. Ma forse i giovani sono sognatori perché sono ancora in grado di immaginare un futuro vero, un futuro che non sia solo un passato colorato diversamente. È per questo che a venticinque, a trentacinque, a sessanta (come ormai mia madre e probabilmente i signori alle transenne) anni, per sempre saremo Incoscienti Giovani. Giovani perché desidereremo ancora qualcosa di diverso. Incoscienti perché non smetteremo di crederci.

Articolo a cura di Davide Paolacci

Immagine di copertina via Wikimedia – licenza Creative Commons 

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