“Punti di vista” sul nostro di giudizio, da educare ridendoci su
In anteprima al teatro Abarico di Roma il 13 febbraio, “Punti di vista” per la regia di Umberto Bianchi su testo di Francesca Cannizzo. Una storia sul modo di educare il nostro giudizio.
Poco più di un secolo fa Pirandello pubblicava il saggio L’Umorismo. Al suo interno c’era un esempio – una sorta di parabola – che spiegava in maniera illuminante il suo punto di vista rispetto a ciò che si vede e a come lo si giudica. Pirandello descriveva l’immagine di una vecchia signora che voleva essere a tutti i costi giovanile fino ad arrivare al ridicolo. Gli abiti, il trucco eccessivo e la tinta per coprire rughe capelli incanutiti. “Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere”.
Era il 1908, il rimaneggiamento del 1920, ma questa immagine non solo è certamente uno dei più alti manifesti della poetica di Luigi Pirandello, ma, con gli accorgimenti che si devono al progredire del tempo e dei costumi, forse è la più efficace spiegazione della differenza tra il comico e l’umoristico: il comico è l’avvertimento del contrario, l’umoristico il suo sentimento.
Ciò che vediamo e percepiamo come diverso o contrario, innesca in noi un primo superficiale giudizio. Possiamo ridere di quella cosa, anche deriderla, finanche odiarla. Lo stesso accade con tutto ciò che succede intorno a noi. Cosa accade se decidiamo di andare oltre quella superficie? Pirandello continua:
“Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.
La differenza? I “Punti di vista”
Il 13 febbraio abbiamo avuto l’occasione di vedere in anteprima una commedia originale al Teatro Abarico, storico punto di riferimento per il teatro off della capitale. Il titolo era proprio “Punti di vista”. Il testo di un’autrice emergente, Francesca Cannizzo, la regia di Umberto Bianchi che, invece, è figura ben nota nel panorama teatrale e d’esperienza nel maneggiare testi anche acerbi.
In un’epoca, la nostra, dove dare un giudizio su qualsiasi cosa – complice l’innumerevole flusso di contenuti, di informazioni, di storie, veicolati dai social e dal mondo digitale – è tecnicamente facile, è necessario chiedersi quale sia la qualità dei giudizi che diamo o delle opinioni che noi stessi ci facciamo. Sei siano frutto di una riflessione, di una scelta, di una ricerca. Quanto ne sappiamo di quella cosa?
In “Punti di vista” di giudizio si parla. Del modo in cui esso si formula dentro di noi ma anche di come può essere messo in discussione. Potremmo aspettarci un testo introspettivo, dagli intenti espliciti e dichiarati. Invece è tutto il contrario. Il testo è brillante, gli eventi scorrono con semplicità solo apparante, dove di tutto ciò che accade in scena si ride – e molto – ma nasconde un più ampio significato, il messaggio lascia un sedimento che si posa dentro di noi, senza la pretesa di vederne crescere il frutto.
È un po’ il fine ultimo della commedia, almeno come Pirandello la intendeva.
La storia di chi dà e di chi riceve il giudizio
Il punto di partenza la storia di Matteo, una persona normalissima che ha avuto la sventura di essere morto ammazzato da un’immigrato. Il compito di decidere se questa “Vita di Matteo” dei giorni nostri sia evangelica oppure no – ovvero se sia degna di andare in Paradiso – spetta ad una commissione, su ai piani alti. Due funzionari, interpretati da Teresa Calabrese e Fabrizio Cialfi, antitetici ma complementari fra loro, ci proiettano in un “non luogo”, che somiglia all’ufficio rimborsi e lamentele di Trenitalia, e chi lo sa se il Purgatorio non sia effettivamente così. Qui le anime vengono giudicate. Ci sono pratiche disposte su una lunga scrivania e pile di nastri in formato VHS che contengono i momenti salienti delle vite degli esseri umani.
Il giudizio sui destini ultraterreni di Matteo è affidato al Diavolo di Francesca Cannizzo, provocatoria e seducente ma biliosa, e al serafico e ricciuto “Angelo” di Giuseppe Spezia. Personaggi stereotipati come lo sono i loro pregiudizi sul mondo. “Gli uomini sono tutti buoni, è la vita che li corrompe” (colpa dei diavoli) o gli esseri umani sono animali che vogliono seguire una natura che viene soffocata (colpa degli angeli). La vita di Matteo, è sul tavolo e collocarla è un buon modo per risolvere definitivamente la diatriba. Paradiso o Inferno? Un’indagine dove ad ogni evento si attribuisce un giudizio, un sistema a punti sulla sua buona condotta.
Per farlo entriamo nella vita di Matteo – interpretato da Stefano Ambrogi – attraverso i momenti più rilevanti della sua esistenza, raccontati come in un film. E se dapprima il nostro giudizio è bianco o nero, con lo scorrere delle immagini, con l’analisi dei vari punti di vista i contorni si tingono di altri colori, scopriamo delle cose nuove non solo su Matteo, ma anche su chi è chiamato a giudicare.
Una commedia in aperta e in divenire
A indicarci proprio questa chiave interpretativa è la stessa struttura dello spettacolo. La storia di Matteo, in sé non costituisce il punto centrale dell’azione scenica, la cosa fondamentale.Tanto che oggi parliamo della sua storia, ma domani potrebbe essere quella di una Maria o di un Luca qualsiasi. E’ ciò che accade intorno, il meccanismo con cui chi giudica impara che ci sono diverse sfaccettature di una storia, diversi punti vista, a essere fondamentale. E’ la storia di chi attraverso il confronto educa il proprio giudizio, e ne viene fuori in qualche modo cambiato.
Il testo, brillante e impetuoso, di Francesca Cannizzo mette “nero su palco” pregiudizi, stereotipi apparentemente innocenti. Li descrive e li riformula giocandoci e cambiandone di continuo la prospettiva. Al contrario, la regia delicata di Umberto Bianchi, si sofferma sulle cose, mette a fuoco gli eventi e indirizza il nostro sguardo su particolari precisi. Ne viene fuori un dialogo, quello fra testo e regia, che è l’esatto specchio di un nostro bisogno umano: quello avere risposte. Ma il mondo ci presenta due verità: una facile, a portata di mano, così leggera da potercene liberare quando vogliamo e senza rimorsi. Ma ci presenta anche l’opportunità di averne una un po’ più grave, più difficile da portare ma anche da gettar via.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
