Caporalato nella moda di lusso: una petizione per contrastarlo
Dopo gli scandali sul caporalato nella moda di lusso, il governo ha iniziato a lavorare su una legge che garantirà alle grandi aziende del “Made in Italy” ulteriori tutele. Alcune associazioni hanno lanciato una petizione per bloccare il DDL.
Moda di lusso e caporalato: la legge è uguale per tutti?
“La legge è uguale per tutti” è la scritta che appare in ogni tribunale italiano. Ma è ancora valida se quella legge viene cambiata per avvantaggiare un particolare gruppo di persone? Una domanda che sorge spontanea, dal momento che il governo è al lavoro su un disegno di legge per tutelare le case di moda italiane di lusso dalle loro stesse infrazioni legali.
La legge stava facendo il suo corso. Infatti, alcune case dell’alta moda come Dior, Armani, Loro Piana, Valentino, Tod’s, sono state accusate di aver favorito pratiche di caporalato nella produzione dei loro abiti. Le maison avrebbero assunto con gare di appalto aziende terze per fabbricare i loro capi. Le quali però non rispettavano le norme di sicurezza sul lavoro, sfruttando i/le dipendenti e pagandoli/e in nero.
Caporalato e moda di lusso: Loro Piana
L’estate scorsa, per esempio, l’azienda Loro Piana ha dovuto sedersi al banco degli imputati. La lussuosissima casa di moda, i cui capi arrivano a costare anche 26.000 euro l’uno, è il ramo italiano di Lvmh, principale gruppo nel mercato mondiale del lusso. Il suo fatturato è stato di oltre 58 miliardi di euro solo nei primi nove mesi del 2025. Il Tribunale ha riconosciuto che l’azienda madre ha agevolato lo sfruttamento dei lavoratori e le lavoratrici assunte dalle società in appalto o in subappalto. I titolari di queste aziende più piccole sono ora tutti denunciati per caporalato.
Loro Piana non avrebbe sfruttato direttamente la manodopora ma, secondo il giudice, ha “colposamente alimentato” questa pratica. In che modo? Con quella che gli inquirenti chiamano “condotta agevolatoria”, non avrebbero cioè messo in atto misure per verificare le condizioni di lavoro né le capacità tecniche delle aziende appaltatrici.
Una negligenza molto comoda, visto che, sempre secondo l’accusa, questa pratica “si presenta come stabile e perdurante nel tempo” ed è stata “funzionale alla più ampia politica di impresa della massimizzazione dei profitti”. Si parla infatti di un pagamento, da parte dell’azienda ai fornitori, di 80-100 euro per ogni capo di vestiario rivenduto poi a cifre astronomiche, cifre che oscillano tra i 2000 e i 4000 euro. Insomma, il buon vecchio non vedo, non sento e non parlo. Ma, nel frattempo, guadagno tanti bei soldi.
Caporalato e moda di lusso: Armani
I casi di caporalato non hanno risparmiato nemmeno una delle aziende storiche più amate d’Italia: Armani. Nel 2024 il gruppo Armani è stato posto sotto amministrazione giudiziaria per la colposa agevolazione dello sfruttamento di manodopera da parte dei suoi subappaltatori. Anche in questo caso, l’azienda non avrebbe verificato le reali condizioni lavorative delle società alle quali affidavano la produzione dei vestiti.
Dopo qualche mese l’amministrazione giudiziaria sul gruppo Armani è stata revocata. L’azienda avrebbe «risolto il rapporto con i fornitori “a rischio” in tempi estremamente rapidi e messo a punto anche diverse buone pratiche che hanno ricevuto condivisione e l’approvazione del Tribunale».
Un colpo di spugna che è stato però possibile soltanto dopo le accuse, evidentemente molto fondate. Analogo percorso per “l’eccellenza italiana” Alviero Martini e la francese Manufactures Dior, accusate della stessa infrazione. Anche a loro è stata revocata ogni accusa per il “virtuoso percorso compiuto dalle società nel solco delle prescrizioni impartite dal Tribunale”.
Caporalato e moda di lusso: Valentino
Valentino Bags Lab, società con sede in provincia di Milano, nonostante i precedenti casi di Armani e Dior, ha continuato a produrre le sue borse appoggiandosi a un’azienda cinese che non rispettava le regole sui diritti dei lavoratori. Secondo l’accusa, l’ambiente lavorativo era insalubre, con sostanze chimiche e infiammabili non correttamente conservate. Inoltre, i dispositivi di sicurezza erano stati rimossi dai macchinari per consentirne un funzionamento più rapido.
Inoltre, i consumi di elettricità della fabbrica mostravano cicli di produzione senza interruzioni, anche durante la notte e le festività. Secondo la sentenza, lavoratori e lavoratrici venivano costretti a dormire sul posto di lavoro per avere manodopera disponibile 24 ore su 24. La paga, ovviamente, era irrisoria: tre euro l’ora ed evasione di contributi, assicurazione e infortuni. In più, dei 67 dipendenti identificati, nove erano senza contratto di lavoro e tre di loro sono immigrati irregolari.
Il tutto per produrre circa 4000 borse al mese che a Valentino costavano tra i 35 e i 75 euro. Venivano poi rivendute al dettaglio tra i 1.900 e i 2.200 euro. Un divario di prezzo che, secondo la tesi dell’accusa, avrebbero colmato lavoratori e lavoratrici dell’azienda cinese. Alcune delle quali particolarmente vulnerabili poiché senza documenti in regola e impossibilitati a compiere scelte libere per il proprio futuro in Italia.
Anche in questo caso, la casa di moda ha dichiarato di non saperne nulla. A causa della natura colposa e non dolosa dell’infrazione, il tribunale di Milano ha disposto controlli all’interno dell’azienda per un anno, affinché migliori le sue politiche.
Il caso di Tod’s: caporalato doloso
Il caso forse più grave è stato però quello di Tod’s. La procura di Milano ha infatti iscritto nel registro degli indagati, oltre alla società stessa, anche tre suoi amministratori. L’accusa è quella di caporalato doloso. Anche qui, le norme sugli orari di lavoro, sulla sicurezza e l’igiene non sono state rispettate dalle aziende appaltatrici. La manodopera era pagata anche 2,75 euro all’ora, talvolta senza che corrispondessero alle effettive ore di lavoro. Le persone vivevano in dormitori ricavati da aree dei magazzini, in condizioni considerate “degradanti” dalla procura.
La casa di moda era già stata messa in guardia, nero su bianco, contro lo sfruttamento e la mancanza di sicurezza, ma non ne ha tenuto conto. L’accusa verte infatti in particolare su tre manager interni, che dovevano occuparsi direttamente della questione. Adesso rischiano fino a sei anni di reclusione. Anche in questo caso, secondo il pm di Milano Paolo Storari, Tod’s si sarebbe avvantaggiata di un «sistema illecito» che ha «generato enormi profitti grazie allo sfruttamento della manodopera cinese (pesantemente sottopagata)». Inoltre, non ha «ad oggi modificato in alcun modo il proprio modello organizzativo e continua ad avere come fornitori alcuni soggetti coinvolti». C’è, dunque, un «grave pericolo di reiterazione» del caporalato.
Il ddl del governo
A maggio, due giorni prima del commissariamento di Valentino Bags Lab, il governo ha stilato il disegno di legge sulle piccole e medie imprese (DDL PMI), approvato al Senato a fine ottobre e ora in discussione alla Camera. L’articolo 30 del decreto prevede di escludere i grandi marchi dalla «responsabilità amministrativa» nei casi di illeciti commessi lungo la filiera di produzione. L’articolo è stato presentato come emendamento dai senatori di Fratelli d’Italia Bartolomeo Amidei e Renato Ancorotti, perciò deve essere ancora discusso in Commissione. La discussione sarà affidata al deputato forzista Fabio Pietrella in qualità di relatore. Pietrella è stato presidente di Confartigianato moda e imprenditore del settore.
Al fine di tutelare la manodopera, l’emendamento propone una certificazione di «filiera della moda certificata». Le aziende che decidono di certificarsi dovrebbero impegnarsi a sottoscrivere contratti regolari con le aziende di filiera, che a loro volta dovrebbero certificare di essere in regola. Insomma, un bollino “verde” che garantisce quella che dovrebbe essere una “norma”.
Il problema del DDL
Una rete di 23 organizzazioni – tra cui Oxfam, la Campagna Abiti Puliti, l’Asgi e Libera – hanno lanciato un appello ai parlamentari affinché blocchino il testo di legge. Secondo i promotori dell’appello, l’emendamento potrebbe legalizzare l’impunità dello sfruttamento, con un vero e proprio scudo penale verso chi fa orecchie da mercante e ne trae grandi guadagni. Secondo la rete, infatti, il DDL rafforzerebbe il “decoupling organizzativo”, un “disaccoppiamento” tra un’azienda che rispetta le regole e quella da lei assunta, che potrebbe non farlo.
Inoltre, come spiegato anche da Cristina Cotoborai (@cotoncri), creator digitale che si occupa di ecologia, togliendo al marchio ogni responsabilità legale, svanirebbe anche la potenziale attenzione mediatica su queste aziende, proprio per la loro popolarità. Il tutto impedirebbe a consumatori e consumatrici di fare acquisti consapevoli, magari boicottando questi brand.
Il problema della certificazione
E la certificazione? Secondo le organizzazioni che la contestano, sarebbe inutile se non ancora più dannosa. Le aziende, infatti, sono già tenute a chiedere alle aziende in appalto documenti che attestino la regolarità in termini di diritto del lavoro, sicurezza e finanze. Se sono riuscite ad aggirare questi obblighi, probabilmente sarà per loro possibile farlo di nuovo.
In più, questa certificazione è volontaria. Deborah Lucchetti, presidente di FAIR e coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti, mette in guardia: “Finché non verrà introdotto un obbligo di trasparenza e responsabilità in capo alle imprese committenti, le stesse logiche continueranno a prosperare”.
Insomma, se passasse questa legge si creerebbe il cortocircuito per cui i grandi marchi multimiliardari potranno giovare dell’etichetta a fini promozionali e di marketing, per massimizzare ancora di più i profitti, senza rischiare ripercussioni legali qualora ci fossero delle ingenti infrazioni nella loro filiera produttiva.
La petizione
“Basta sfruttamento. Vogliamo una transizione giusta per il Made in Italy” è ciò che la Campagna Abiti Puliti chiede con la sua petizione lanciata martedì 25 novembre 2025 e rivolta alla Commissione Attività produttive della Camera, al parlamento e al governo. In particolare, le richieste sono:
- La cancellazione dello scudo penale per le aziende capofila in caso di caporalato nelle aziende subfornitrici, contenuto nel DDL PMI attualmente in discussione (C.2673), e l’introduzione di obblighi di controllo e gestione dei rischi (due diligence).
- La riforma del settore moda basata sulla responsabilità di filiera e sulla transizione giusta, che protegga i lavoratori e l’ambiente.
La petizione segue l’appello dello scorso 11 novembre No al caporalato Made in Italy, che chiede la soppressione dell’art. 30 del DDL e che è stato firmato da oltre 35 realtà, tra cui organizzazioni della società civile, sindacati e imprese.
«Il nostro sondaggio sulla moda conferma che chi vive in Italia vuole cambiare, e vogliono farlo a partire da regole chiare e responsabilità delle aziende, non solo dai comportamenti dei consumatori», commenta Deborah Lucchetti, tra le promotrici dell’appello. E continua: «Abbiamo deciso di lanciare una petizione pubblica dopo avere visto l’adesione immediata, spontanea e plurale all’appello. È arrivato il momento di trasformare la moda italiana in un settore giusto e compatibile con i limiti del Pianeta, che promuova sviluppo e benessere per tutti gli attori coinvolti.»
E conclude Lucchetti: «Con la petizione vogliamo portare il messaggio forte e chiaro al Parlamento e al Governo: se la maggioranza crede veramente nel Made in Italy, lo dimostri proteggendone la qualità, non il sistema di sfruttamento».
Per firmare la petizione clicca qui!
Artciolo a cura di Iris Andreoni
