Influencer sotto controllo? La Cina introduce una nuova legge mentre l’Italia introduce un albo
I divulgatori che trattano di temi sensibili stanno subendo una stretta. La Cina introduce una nuova legge, mentre in Italia l’AGCOM pensa a un albo professionale
Negli ultimi anni gli influencer sono diventati attori centrali nell’economia digitale: orientano consumi, abitudini culturali, perfino opinioni politiche. Un settore fluido, spesso poco regolamentato, che però sta entrando sempre più nel radar dei governi. Due casi recenti – la nuova legge cinese sulla gestione delle personalità online e la proposta di un albo AGCOM in Italia – mostrano come l’influencer economy sia ormai considerata un ambito da normare, fra tutela dei consumatori, trasparenza e libertà di espressione.
La Cina introduce una legge stringente: identità reale e responsabilità editoriale
A ottobre la Cina ha approvato una nuova legge dedicata ai content creator, con un obiettivo chiaro: aumentare il controllo su ciò che viene pubblicato sulle piattaforme digitali.
Il provvedimento richiede prima di tutto che gli influencer registrino la propria identità reale presso le piattaforme su cui operano. Soprattutto, che i contenuti economici, politici o educativi, per non parlare di quelli dedicati alla salute, possano essere pubblicati solo da creatori riconosciuti e autorizzati. Altra clausola degna di nota e destinata a far storia, è il fatto che le piattaforme sono a tutti gli effetti corresponsabili per eventuali violazioni, con multe significative.
Si tratta di una scelta in linea con la strategia di Pechino degli ultimi anni: unire sviluppo tecnologico e controllo informativo. Secondo osservatori internazionali, la legge potrebbe ridurre fenomeni come disinformazione e truffe, ma allo stesso tempo rafforzare ulteriormente la supervisione statale sui contenuti digitali.
Italia: l’AGCOM propone un albo per gli influencer
Mentre con la nuova legge la Cina irrigidisce il quadro normativo dedicato agli influencer, in Italia si è aperta una discussione che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: creare un albo professionale.
L’AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, ha proposto una serie di nuove norme che includono l’obbligo di iscrizione a un registro per i creator con una certa rilevanza economica o una soglia minima di pubblico, si parla di mezzo milione di follower in su. Trasparenza pubblicitaria rafforzata, con indicazioni chiare su sponsorizzazioni, affiliazioni e partnership commerciali; Norme dedicate a tutela dei minori, soprattutto nei contenuti che promuovono acquisti o stili di vita a rischio;
L’obiettivo, secondo l’Autorità, è rendere più trasparente un settore che oggi muove miliardi di euro ma che spesso sfugge alle logiche regolatorie tradizionali. Non sembra, per ora, esserci alcun cenno al fatto che i creator debbano dimostrare la loro competenza sulla materia che vanno a divulgare. Per cui la legge non offre agli utenti alcuna tutela sul contenuto, né stabilisce la responsabilità della piattaforma in caso di danni procurati da un’informazione errata.
Perché adesso? Un mercato enorme, ma ancora fragile
Secondo alcuni studi recenti, come il report annuale pubblicato dal sito DeRev, il mercato italiano degli influencer nel 2024 ha superato i 375 milioni di euro, nonostante un generale calo manifestato dalle grandi piattaforme.
In questo quadro, temi come pubblicità occulta, contenuti fuorvianti, utilizzo improprio di dati personali o promozione di comportamenti rischiosi hanno spinto le autorità a intervenire. Una legge sugli influencer era questione non più rimandabile. Da questo punto di vista, Cina e Italia si muovono in direzioni diverse ma motivate dallo stesso nodo centrale: come gestire un settore nuovo, potente e ancora poco definito.
Libertà, trasparenza o controllo? Il punto di equilibrio è tutto da trovare
Le misure cinesi sono molto più restrittive, con un chiaro intento di controllo politico dell’informazione. Le norme italiane, invece, guardano soprattutto alla trasparenza commerciale e alla tutela del pubblico, in particolare dei più giovani.
Eppure il dibattito rimane aperto: un albo potrebbe davvero professionalizzare il settore o rischia di trasformarlo in un ambito quasi burocratico?
Molti creator temono un appesantimento del proprio lavoro, mentre alcune associazioni dei consumatori considerano il registro una garanzia per un mercato più equo.
Un fenomeno nuovo che richiede regole nuove
La sfida è complessa. L’economia dell’influenza si muove sul filo tra creatività personale, business e impatto sociale. Nessun Paese sembra aver trovato la soluzione definitiva. La Cina ha scelto la strada del controllo centralizzato. L’Italia tenta un approccio regolatorio più leggero, ma comunque strutturato.
Quel che è certo è che da molto tempo gli influencer non sono più figure marginali del web. Sono ormai parte integrante del sistema informativo e commerciale. E, come ogni settore che cresce rapidamente, prima o poi deve fare i conti con le regole.
La domanda, oggi, non è più se vadano regolamentati, ma come farlo senza soffocare creatività, libertà e innovazione.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
