“Hijab butch blues”: l’orgogliosa rivendicazione identitaria di Lamya H.

Tempo di lettura 4 minuti
“Hijab butch blues”, memoir di Lamya H., ci fa percorrere il suo personale viaggio alla scoperta di sé stessa, dall’infanzia all’età adulta, come persona musulmana e queer, sfidando stereotipi e pregiudizi.

Esce circa un anno fa, Hijab butch blues, con Le Plurali Editrice ed è il primo libro del progetto Voci kwir.

Voci Kwir è curato da Cecilia Dalla Negra e Paola Rivetti, autrici della prefazione di Hijab butch blues. Raccoglie voci autoriali queer del Medio Oriente, del Nordafrica e delle diaspore, da una prospettiva femminista e decoloniale, per parlare di razzismo e delle gabbie di genere, provando ad abbattere stereotipi e pregiudizi.

Il racconto di Lamya H. intreccia i diversi aspetti che hanno attraversato la sua vita: migrazione, razzializzazione, identità di genere e religione. 

Da giovane adolescente che scopre la propria querness in un Paese dove essere LGBTQIA+ è considerato un peccato, alla lettura approfondita del Corano, fino alla decisione di trasferirsi negli Stati Uniti per proseguire gli studi. È il racconto della sua vita alla ricerca di una propria comunità musulmana e queer dove sentirsi a casa.

La costruzione di una identità di donna migrante, musulmana e queer

Conosciamo Lamya H. che è una quattordicenne in un ricco Paese arabo dove i suoi genitori sono migrati per una vita più agiata. Fin da subito capisce di essere una persona razzializzata.

Le domande dentro sé stessa aumentano quando capisce di essere non binaria, con una cotta per la sua insegnante di economa a scuola.

Durante la lettura della sura Maryam, Lamya si rende conto che anche Maria di Nazareth era disinteressata rispetto agli uomini. Da questo momento tutto è in discussione. Lamya inizia a chiedersi se Maryam sia lesbica. In lei si aprono interrogativi e domande a cui cerca di darsi risposta.

Ci sono altre donne come me nel Corano. Donne che non sono interessate agli uomini, che sono nate sbagliate, che vivono vite del tutto fuori dal loro controllo. Donne arrabbiate, arrabbiate nientemeno che con Dio, perché vogliono morire.

Un costante trovare la forza di scoprirsi e riconoscersi, e il timore di perdere chi la ama da sempre: la sua famiglia.

Il conflitto tra l’amore per la famiglia e per sé stessa. Quando capisce che non le piacciono gli uomini, quando dice alla madre che non sposerà mai un uomo, quando lascia occupare spazio dentro sé il desiderio di trovare libertà e forza, sia nella fede che nell’essere queer.

L’autrice non nasconde l’omofobia esistente nella propria comunità musulmana, nel suo Paese di provenienza e negli Stati Uniti.

Al tempo stesso non nasconde il razzismo esistente, non solo nella società statunitense, ma anche interno anche della stessa comunità queer che cerca di appropriarsi di spazio e visibilità.

Dopo l’episodio dell’assistente, mi rendo conto che mi viene chiesto il documento un sacco di volte in più rispetto alle altre persone. E c’è uno schema ricorrente. La maggior parte delle volte me lo chiedono quando sono da sola, ad esempio quando attraverso il cortile per raggiugere il dormitorio dopo una riunione tardi, quando lavoro nella sala computer presto la mattina, nel centro sportivo quando cammino per andare agli allenamenti di calcio; e di solito fingendo di chiedermi se mi sono persa.

Una continua lotta ed una continua resistenza: alla cultura patriarcale di origine e al razzismo che ha attraversato la sua intera vita.

Il libro è diviso tre parti, come a individuare le tre fasi della vita: giovinezza, adolescenza ed età adulta. Ognuna delle tre parti è suddivisa in capitoli che prendono i nomi dei Profeti che rispecchiano per Lamya le diverse esperienze che attraversa. Non smettendo mai di porsi domande e mettendosi sempre in discussione, anche in età adulta, quando ha di fronte muri da abbattere.

La paura dell’abbandono caratterizza tutte le prime relazione dell’autor3, fino al momento in cui ne capisce il motivo: la paura del rifiuto e di perdere chi ama, Si avventura quindi per gran parte del tempo, fino ai trent’anni, in relazioni a senso unico, senza prospettiva, sapendo già di avere data di scadenza.

Finché tutto le diventa chiaro.

Ma so che, come Nuh, Dio mi ha mandato una tempesta e, una volta lavato via il mio cinismo e la mia disperazione, posso lasciar entrare questo sentimento di speranza. Come a quattrodici anni, quando la mia curiosità su Maryam portò il mio sguardo verso orizzonti a cui non pensavo di essere interessata, sono pronta a conoscere il mio nuovo mondo. Sono pronta a continuare a vedere Liv, a vedere dove ci porteranno i nostri appuntamenti. Forse anche a costruire qualcosa di nuovo.

Hijab butch blues è un libro profondo e toccante, un memoir intimo scritto in modo coinvolgente. Una rivendicazione orgogliosa di identità, destinata ad aprire un dibattito, non solo nel mondo musulmano, dove tradizione e diversity possono e devono convivere.

 

Hijab butch blues
Lamya H.
Le Plurali editrice, 2024
pp. 304 € 18

Articolo a cura di Giada Giancaspro

Immagine in evidenza via Unsplash

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