G7 in Canada: alleanze e divisioni, sotto il segno di Trump

Tempo di lettura 4 minuti
Al G7 in Canada i grandi della Terra discutono di sviluppo economico e pace, mentre in Iran si accendono lampi di guerra. L’Occidente è diviso, soprattutto sul modo di contenere il fenomeno destabilizzante Trump

Dal 15 al 17 giugno 2025 i leader del G7 si sono riuniti a Kananaskis, nella provincia canadese dell’Alberta, per il vertice ospitato dal nuovo primo ministro Mark Carney. Il momento è particolarmente delicato sul piano internazionale. Pochi giorni fa, il 13 giugno, Israele ha iniziato un’offensiva militare in Iran, dando origine a una nuova e grave crisi in Medio Oriente. Contemporaneamente, la guerra in Ucraina è al centro di divisioni importanti tra i leader europei e il presidente USA, Donald Trump, sull’approccio da usare contro la Russia. Europa che rimane sul “chi vive”, date le tensioni commerciali tra Stati Uniti, Canada e UE a causa della politica americana dei dazi.

Un G7, quindi, in cui le principali democrazie occidentali condividono interessi strategici, ma restano sempre più divise sul modo di affrontare le crisi internazionali. Il problema principale, dunque, non era soltanto trovare un accordo sui singoli dossier, ma capire quanto fosse ancora solida l’unità dell’Occidente, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Gli obiettivi del vertice

Il Canada aveva individuato tre grandi priorità per il proprio anno di presidenza del G7: rafforzare l’economia e la sicurezza economica, affrontare le minacce alla sicurezza internazionale e favorire la cooperazione sulle nuove tecnologie. Ma coordinare una politica economica comune è sempre difficile quando gravi conflitti perdurano e ne nascono di nuovi. Uno degli obiettivi più urgenti era, infatti, trovare una posizione comune sulla guerra tra Israele e Iran.

Il 13 giugno Israele lancia a sorpresa un violento attacco aereo “preventivo” all’interno del territorio iraniano. Obiettivi erano le infrastrutture nucleari proprio mentre erano in corso trattative tra Stati Uniti e Iran sull’annoso tema dell’arricchimento dell’uranio. Trattative sospese, con gli USA che accorrono in difesa dell’alleato lasciando al vertice canadese l’arduo compito di trovare una posizione comune. I leader del G7 hanno espresso sostegno al diritto di Israele all’autodifesa, ma hanno contemporaneamente chiesto una de-escalation e una soluzione diplomatica della crisi. L’appello è motivato dal fatto che questo conflitto impatta fortemente sulla dimensione economica. Un eventuale allargamento del teatro di scontro a tutto il Medio Oriente potrebbe minacciare la stabilità dei mercati energetici mondiali, con conseguente aumento generale dei prezzi in tutto il mondo.

Rimane una differenza fondamentale tra Trump e l’Europa sul conflitto in Ucraina. I governi europei suggeriscono di mantenere alta la pressione sulla Russia e valutano nuove sanzioni, mentre Trump continuava a privilegiare la possibilità di arrivare rapidamente a un accordo con Mosca, arrivando a criticare persino l’esclusione della Russia dal G8.

Trump al centro del vertice

Proprio Donald Trump, come era prevedibile, è stato il vero protagonista del G7. Dal giorno della sua seconda elezione, il 20 gennaio 2025, il presidente USA è stato un vero e proprio elemento destabilizzante nella politica internazionale.

Il confronto più atteso era quello con il padrone di casa, Mark Carney. Le relazioni tra Stati Uniti e Canada erano infatti peggiorate drasticamente dopo l’introduzione dei dazi americani e soprattutto dopo le ripetute dichiarazioni di Trump sulla possibilità di trasformare il Canada nel 51º Stato americano. Carney ha cercato di evitare uno scontro pubblico, mantenendo un tono diplomatico e cercando di costruire con Trump un rapporto personale che potesse favorire una soluzione delle tensioni commerciali.

Anche con l’Europa i rapporti non sono semplici. I governi europei sono contrari a molte delle politiche commerciali di Trump, e preoccupati dalle sue prese di posizione, spesso improvvise, su vari delicati fronti.

Particolarmente evidente è stata la distanza con Emmanuel Macron. Il presidente francese aveva appena visitato la Groenlandia – anch’essa oggetto, come il Canada, delle affermazioni espansionistiche di Trump – per esprimere il sostegno europeo alla sovranità danese dell’isola. Sul Medio Oriente, inoltre, Macron sosteneva la necessità di una soluzione diplomatica e di un cessate il fuoco, mentre Trump adottava una posizione molto più imprevedibile. In modo del tutto inusuale, infatti, il 16 giugno Trump lascia il vertice richiamato da importanti “urgenze”. Macron ha pubblicamente interpretato l’improvvisa partenza di Trump dal vertice come collegata alla possibilità di negoziare un cessate il fuoco tra Israele e Iran. Trump ha invece respinto in modo colorito questa ricostruzione: “Sbagliato! Che intenzionale o meno Macron sbaglia sempre”.

La sua partenza ha rappresentato l’immagine più significativa del vertice. Mentre gli altri leader cercavano di mantenere un fronte comune, il presidente americano tornava a Washington per occuparsi direttamente della crisi. Simbolo di un G7 unito negli intenti, ma scarsamente coordinato nelle azioni.

Conclusioni

Il G7 di Kananaskis ha infatti prodotto alcuni accordi e dichiarazioni comuni, ma ha soprattutto mostrato le difficoltà dell’Occidente nel mantenere una posizione unitaria. Il problema non era semplicemente Trump, ma il contrasto tra una visione americana sempre più orientata agli interessi nazionali e le aspettative degli alleati europei e canadesi, più favorevoli alla cooperazione multilaterale.

Trump ha dominato il vertice proprio perché molti dei principali problemi discussi, dai dazi alla guerra in Ucraina, dal Medio Oriente alla sicurezza, erano direttamente legati alle sue scelte. La sua partenza anticipata ha inoltre fornito un’immagine simbolica delle difficoltà del G7: un’organizzazione nata per coordinare le principali economie occidentali che nel 2025 si trovava a dover conciliare interessi sempre più divergenti.

In questo senso, il vertice canadese non può essere letto soltanto come una riunione internazionale, ma come un test importante sulla solidità dei rapporti tra Stati Uniti, Europa e Canada nell’era del secondo mandato di Donald Trump, nel quadro internazionalmente più instabile dall’inizio del secolo.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Immagine di copertina via Unsplash

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