Putin era in guerra col mondo molto prima del 2022

“Alcuni di noi non hanno mai disfatto le valigie”: la crisi di rifugiati di Putin non è cominciata nel 2022.

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, almeno 10 milioni di persone sono fuggite dalle loro case. Ma per molti più rifugiati nel mondo, l’assalto alla democrazia da parte di Vladimir Putin è cominciato molto prima nel 2022, scrive CNN. Otto anni fa, le enclavi separatiste di Donetsk e Luhansk, nella regione orientale del Donbass, in Ucraina, diventarono i luoghi della lotta tra i separatisti russi e le forze ucraine.

Quello stesso anno, nel 2014, la Russia annesse anche la Crimea, azione condannata a livello globale. C’era stato un precedente. Nel 2008, in cinque giorni le truppe russe, sotto l’allora Primo Ministro Putin, invasero l’ex stato sovietico della Georgia, teoricamente per difendere l’indipendenza di due territori pro-Russia: l’Ossezia del Sud e l’Abcasia.

Oltre i confini europei, le forze russe entrarono nella lunga guerra civile siriana nel 2015, a supporto del regime del Presidente Bashar al-Assad. Subito dopo il massiccio assalto alla città di Aleppo, il Paese aveva perso il suo posto al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Abbiamo chiesto ai rifugiati e agli sfollati di ognuno di questi conflitti di condividere le loro storie e i loro tentativi di forgiare delle vite nuove, e la loro lezione per l’Ucraina oggi.

Georgia, 2008

Testimonianza anonima di una adolescente costretta a cominciare una nuova vita a 45 minuti di distanza.

Avevo 14 anni quando gli occupanti russi mi costrinsero a lasciare la mia città natale, Akhalgori, in Georgia. Avevo 14 anni quando vidi una vera guerra e case distrutte nelle città georgiane. L’8 agosto 2008 la mia famiglia si trasferì a casa di un parente nella capitale, Tbilisi. Abbiamo passato lì diversi mesi, prima che il governo ci offrì un posto nell’insediamento di Internally Displaced Persons (IDP) di Terovani.

georgia

Fonte: Giornale Laurana Baldi

Dalla guerra tra Russia e Georgia nel 2008, sono diventata una sfollata nel mio stesso paese. Sono stata costretta a cominciare una “nuova vita” a 45 minuti dalla casa dove ho passato la mia infanzia. Oggi, Akhalgori è occupata dalle forze russe.

Dopo il trasferimento nell’insediamento IDP, ho provato ad abituarmi a questa nuova realtà, a lavorare sodo per il futuro successo mio e del mio paese. Credo che l’istruzione sia la risposta migliore all’aggressione di Putin. Ho provato a migliorarmi, non solo per me stessa, ma per aiutare coloro che hanno perso le loro case, e a condividere la mia conoscenza ed esperienza nel mondo.

Con l’aiuto dell’Unione Europea e di molte organizzazioni non governative, ho ottenuto dei diplomi universitari, e cerco ora di aiutare il mio paese a svilupparsi e a prepararsi per entrare a far parte, in futuro, dell’UE.

Sono passati quasi 14 anni dalla guerra, ma i georgiani combattono ancora per la loro libertà. Ogni giorno vediamo gli occupanti russi rapire cittadini georgiani, spostarsi verso l’area controllata dal governo locale, e trattare le persone che sono rimaste nelle regioni occupate di Abcasia e Tskhinvali.

Questi residenti non possono nemmeno attraversare i cosiddetti confini per usufruire dei servizi medici o per altre cause di vitale importanza. Non sono liberi di vedere i loro figli o parenti che vivono nell’area controllato dal governo della Georgia.

Oggi guardo i nostri fratelli e le nostre sorelle ucraini e provo la stessa sensazione del 2008 – anche loro combattono per la loro libertà. I georgiani sono ucraini e sanno che questa non è solo la guerra dell’Ucraina – è la guerra di tutto il mondo.

Vinceremo, e metteremo fine all’aggressione di Putin contro i vicini della Russia e oltre.

Donetsk, 2014

Olena Stiazhkina è una scrittrice ucraina che ha vissuto in Donetsk fino al 2014, lavorando come insegnante nel dipartimento di storia dell’università locale. Adesso vive a Kyiv, e si ritrova a vivere sotto attacco della Russia per la seconda volta.

Durante le ultime due settimane, l’anno 2014, che non è mai finito, mi ha attaccato da ogni parte. Nella primavera di quell’anno, nel mio natio Donetsk, cominciai a comportarmi come la pazza del paese, borbottando fra me e urlando occasionalmente: “Carrarmati! Guerra! Arrivano i russi!”. Da quando mi sono trasferita a Kyiv, ho mantenuto questo personaggio. Per anni ho guardato la gente negli occhi dicendo: “Ci sarà la guerra. Ci sarà sicuramente la guerra”.

Donetsk

Fonte: NPR

Ogni anno, chi proviene dal Donetsk, Luhansk e dalla Crimea rivive il 2014. Ricordiamo la nostra resistenza, gli anniversari maledetti degli pseudo-referendum, ricordiamo la liberazione delle città vicine – Mariupol, Volnovakha, Sloviansk, Kramatorsk – durante l’estate di quell’anno.

Cercando di ricominciare da zero nelle nostre nuove e presumibilmente pacifiche vite, abbiamo imparato a far stare le nostre esistenze in delle valigie. Alcuni di noi non le hanno mai davvero disfatte.

I miei figli dicono che la loro paura più grande è essere uccisi (smembrati, bruciati, sparati, i russi hanno diverse opzioni). Invece di provare orrore, sono sollevata. Sento che la paura di cui parlavano era normale. Era una paura umana e sana che testimoniava la loro sanità mentale, che temevo di aver rovinato – ma no, non era così.

La mia paura più grande è una morte lunga e lenta, senza sapere se i miei cari siano vivi o morti.

Dopo il 2014, gli ucraini svilupparono l’abitudine di ringraziare le nostre truppe per le strade per fermare l’avanzata del nemico nella parte orientale del paese. È un gesto molto semplice e quotidiano: se vedi un soldato per strada, ti metti la mano destra sul cuore e dici “grazie” – ad alta voce o sussurrandolo, non importa. Non mentirò dicendo che lo facevano tutti, ma la mano sul cuore è un gesto che tutti gli ucraini capiscono.

Dal 2014, accompagniamo sulle ginocchia i nostri eroi durante il loro ultimo viaggio. Se una processione funebre passa attraverso una città o un villaggio, la gente, anche se non conosceva il soldato deceduto, si inginocchia su un lato della strada. E questo lo fanno tutti, ovunque. Senza eccezioni.

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Fonte: Brendan Hoffman

Ho qualche difficoltà col calendario. Mentre scrivo, so che è il 17° giorno di guerra, ma non so che giorno della settimana sia. Non riesco a pensare al tempo. “Il lungo termine”, “molti anni”, “conflitto congelato”. Sono ormai otto anni.

Questo è il diciassettesimo giorno di quella che verrà definita la fase finale dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Non ci spezzeranno.

Siria, 2016

Afraa Hashem è un’insegnante, attivista per i diritti umani e portavoce per il gruppo Action for Sama. Viveva ad Aleppo, in Siria. Ora abita in Gran Bretagna con suo marito e i tre figli.

Alcune date rimangono impresse. Il 14 dicembre 2016 stavo cercando di intrattenere i bambini in un rifugio di Aleppo, leggevo e cantavo con loro. Quel giorno, una breve tregua in città fu violata dal regime siriano e dal suo alleato, la Russia. L’edificio dove mi nascondevo coi miei figli e dove c’erano più di 200 altre donne e bambini venne bombardato.

Siria

Fonte: Amnesty.org

Ricordo la paura e il panico serpeggiare fra di noi quando il fumo cominciò a diffondersi nel rifugio. Le persone soffocavano. In quel momento, sentii la morte vicina a me e a tutte le persone innocenti con cui ero.

Cercai di controllare la mia paura e di diminuire il terrore intorno a me. Ho dovuto mentire a tutti e far finta di essere al telefono con la stampa occidentale o con le Nazioni Unite, dicendo che stavano facendo qualcosa per salvarci. Sentii il dovere di mentire per dare speranza.

Ho letto con orrore le ultime notizie dei bombardamenti russi di un teatro a Mariupol, in Ucraina. Un teatro che conteneva centinaia di civili che cercavano di scappare. Mi sono chiesta quante madri o insegnanti hanno mentito come feci io, così da dare speranza ai loro figli? Tutto ciò che vogliono sentire è che le Nazioni Unite e i paesi europei non lasceranno ripetersi la tragedia siriana; che gli ucraini non verranno delusi come successe a noi.

Adesso sto aspettando qualcosa che possa di nuovo darmi speranza e fiducia in tutti quegli stati che ci hanno deluso. Sto aspettando per un’azione che possa salvare vite innocenti, che metta fine a queste atrocità, e che sia una soluzione radicale all’avidità e alla violenza della Russia in Ucraina e in Siria.

Ucraina, 2022

Olesia Markovic è una ricercatrice per l’università di Kyiv. Lei e la sua famiglia scappano verso un paese che una volta era in guerra.

Ho lasciato l’Ucraina circa una settimana fa con la mia famiglia: mio marito, nostro figlio, di 8 anni, mia madre e cinque gatti (tre nostri e due di mia mamma).

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Fonte: Atlantic Council

Dato che mio marito è un cittadino dell’Unione Europea, può lasciare il paese. Molti uomini ucraini (dai 18 ai 60 anni) non possono andarsene; devono rimanere per servire il loro paese al meglio delle loro possibilità. E alcuni, come mio padre, che ha 69 anni, hanno il permesso di andarsene, ma non possono. La città dove vive è circondata da truppe russe.

Adesso, dopo i bombardamenti a Kyiv, le sirene antiaereo che risuonavano durante il nostro lungo viaggio in macchina verso il confine occidentale, e diverse città attraverso Ungheria e Austria, raggiungeremo presto la nostra nuova casa: la Croazia.

Mio marito, nato in Croazia nel 1979, fu costretto a scappare da casa sua dalla guerra. Ironicamente, un’altra guerra lo riporta dove appartiene. Pensavo sarebbe stata solo una soluzione temporanea, ma non so per quanto tempo sarà “temporanea”.

Quando Putin ha attaccato l’Ucraina, il 24 febbraio, mi sono sentita indifesa. Non so imbracciare un’arma, non ho un addestramento militare. Quindi cerco di fare del mio meglio – scrivo un diario di guerra per un giornale sloveno, reinquadrando la mia ricerca, aiutando a coordinare le missioni di evacuazione e creando raccolte fondi per l’esercito ucraino e rifugi di animali.

Ma continuo a pensare al resto della mia famiglia e alle altre persone in Ucraina. Non se lo meritano – nessuno lo merita.

Traduzione di Chiara Romano via cnn.com

Immagine di copertina via NDTV.com

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