Messico, dove i giornalisti rischiano ogni giorno la vita

Nonostante il cordoglio governativo, le vittime non trovano giustizia. Nel 2022 sono già 3 gli assassinii e i giornalisti scendono in strada per chiedere un cambiamento.

“Uccidendo giornalisti non si uccide la verità”, questo lo slogan dei giornalisti di Guadalajara che il 25 gennaio hanno manifestato davanti al Palazzo del Governo chiedendo giustizia per i colleghi assassinati. Come Guadalajara anche Città del Messico, Tijuana, Ciudad de Juarez, Veracruz, Playa del Carmen, Monterrey e un’altra ventina di città in tutti e 23 gli stati del Paese. Giornalisti ma anche cittadini, a migliaia, scesi in piazza per condannare la costante e crescente violenza contro i professionisti della comunicazione.

Non soltanto la violenza: al centro del problema c’è anche limpunità in cui questi crimini rimangono nel corso degli anni, fino anche ad essere dimenticati. La facilità con cui davanti all’uccisione di un giornalista il Pubblico Ministero non apre un’inchiesta per approfondire le cause e verificare che l’assassinio non sia legato al lavoro della vittima. Perché, spesso, chi viene ucciso lascia aperte indagini giornalistiche relative a corruzione governativa o imprenditoriale – quando non a operazioni di narcotraffico di potenti cartelli.

L’anno 2022 è appena iniziato, ma già si riprende a contare i giornalisti assassinati in Messico: tre vittime in tre settimane. Il 10 gennaio José Luis Gamboa è stato accoltellato nel porto di Veracruz; il 17 gennaio il fotoreporter Margarito Martínez Esquivel è stato ucciso a colpi di arma da fuoco a Tijuana, Baja California. Il 23 gennaio è stato il turno di Lourdes Maldonado, sempre a Tijuana: a lei hanno sparato nella sua auto, appena rientrata a casa.

All’alba dello scorso mercoledì, a ridosso delle manifestazioni nazionali, è toccato a Josè Santiago, direttore di Penna Digitale, essere aggredito a colpi d’arma da fuoco, uscendone illeso. Santiago era sotto scorta: tempo addietro era stato minacciato da organizzazioni criminali su cui stava lavorando.

Ma quante persone sono state uccise? Quante voci silenziate? Nel 2021 le vittime sono state 9. Nel complesso è difficile parlare di numeri precisi perché spesso è difficile stabilire una connessione tra l’assassinio e la professione della vittima. Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti parla di 138 vittime dal 1992; per Articulo19, associazione per il diritto alla libertà di espressione, sono state 145 dal 2000 e 24 dal 2018 – ovvero da quando Lopez Obrador è presidente. E, sempre secondo la ONG, si uccide un giornalista ogni 12 ore.

E chi sono gli aggressori? L’argomento è stato indagato ancora una volta da Articulo19. Secondo la ONG, su 692 aggressioni riconosciute 343 sono avvenute per mano di pubblici ufficiali: in 188 casi presidenti comunali, assessori, deputati o addetti alle comunicazioni sociali; 144 erano poliziotti di qualsiasi livello e 11 soldati dei diversi corpi.

Il Messico scende in piazza, quindi, e chiede un immediato intervento per la prevenzione e la correzione di questi crimini. In concreto, si rivolge al Presidente e a chiunque altro abbia un ruolo e una responsabilità precipui: la Procura per i Delitti contro la Libertà di Espressione (FEADLE) e la Segreteria Governativa per le violazioni dei diritti umani in Messico, su tutti.

La FEADLE, in particolare, era stata rafforzata ed attenzionata già nel 2017 dal governo di Peña Nieto, in seguito all’uccisione di Miroslava Breach e Javier Valdez. Anche in qual caso, l’episodio aveva mosso l’opinione pubblica nazionale e internazionale, oltre che i lavoratori del settore.

La risposta è stato un aumento del budget, ma ad oggi le risorse sono insufficienti: con 700 giornalisti sotto protezione, mancano ancora scorte, rifugi e mezzi operativi – oltre alle giacche antiproiettile e ai mezzi blindati. Soprattutto, però, mancano strategie e intenti di persecuzione. Il risultato è che molti professionisti si auto-silenziano: rinunciano a denunciare per paura di ritorsione o, peggio, rinunciano al proprio lavoro. O si trasferiscono in altra città, quando non espatriano. Se non ci sarà un cambiamento di strategia ai vertici, il ciclo di assassinii e silenzi non terminerà.

A Tijuana, la giornalista di Punto Norte Inés García è intervenuta puntando il dito contro le autorità: “Vediamo con rabbia e indignazione che i crimini nel Paese continuano nell’impunità. Uccidere un giornalista in Messico è come non uccidere nessuno. Senza un’indagine seria, le cifre sono in aumento. La presenza della criminalità organizzata in collusione con i governi ha permesso il silenzio e mette a rischio il nostro lavoro” (fonte: El País). Posizione che si aggiunge ad altre centinaia, raccolte in tutto il Paese.

In risposta, AMLO ha assicurato intransigenza: “Tutti i papabili verranno indagati, non ci sarà impunità. Ma – si è preoccupato – non dobbiamo fare passi affrettati, dare giudizi sommari. Si deve avere fiducia nel fatto che nessuno verrà protetto: non siamo più ai vecchi tempi”. Del resto, Obrador conosceva bene Lourdes Maldonado: nel 2019 la giornalista chiese al governo protezione, temendo per la propria vita.

Questo accadeva negli anni in cui la giornalista era in causa con la sua precedente azienda, la PSN, per licenziamento e mancata retribuzione. Tale controversia andava avanti da tempo e preoccupava Lourdes Maldonado, al punto da spingerla a rivolgersi direttamente al Presidente per chiedere “Aiuto, appoggio e giustizia lavorativa visto che, addirittura, ho paura per la mia stessa vita”. La PSN è proprietà di Jaime Bonilla, che qualche mese dopo sarebbe diventato governatore della Baja California.

Il 19 gennaio Lourdes Maldonado aveva vinto la causa, il 23 è stata uccisa. Nell’assicurare trasparenza ed equità di indagini Obrador ha messo le mani avanti, chiedendo di “evitare politicizzazione del caso”. Il presidente ha inoltre preteso che non si traggano conclusioni affrettate, visto che “Non c’è ancora alcun legame tra Bonilla e quanto accaduto”.

Per comprendere al meglio questo stillicidio di settore, occorre ricordare che il Messico è uno dei luoghi meno sicuri al mondo. Nel Paese centroamericano si contano in media 100 vittime al giorno, di cui 10 sono femminicidi e una è un componente delle forze dell’ordine. Di questi omicidi, circa il 90% non viene punito.

E se quello messicano è un contesto particolarmente insicuro, non dobbiamo dimenticare che aggressioni e violenze nei confronti di giornalisti e comunicatori accadono anche ad altre latitudini. Per l’UNESCO, infatti, l’87% degli omicidi di giornalisti commessi dal 2006 nel mondo rimane irrisolto.

Nel 2021 il giornalista investigativo della criminalità organizzata Peter de Vries è stato assassinato ad Amsterdam. Nonostante i Paesi Bassi siano al sesto posto nell’elenco dei paesi con le migliori garanzie per la libertà di stampa, la stessa Polizia denuncia l’inerzia dello Stato contro questo tipo di reato.

Nel 2018, in Slovacchia, il giornalista Jan Kuciak venne ucciso assieme alla sua ragazza, mentre indagava sul rapporto tra potere politico e criminalità organizzata. Per molto tempo il caso è stato quasi ignorato, risollevato solo grazie allo sdegno dell’opinione pubblica.

Che sia per lavoro o meno, uccidere chi si occupa di informazione va oltre l’esecuzione della vittima. Si uccide l’indagine giornalistica e la ricerca della verità, dunque la ricerca della giustizia. Nessun governo democratico dovrebbe permetterlo.

Sara Gullace

Immagine di copertina via twitter.com/InSightCrime

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