Riscoprire Grazia Deledda (a 150 anni dalla sua nascita)

Autrice sorprendentemente prolifica ma messa in un angolo del canone letterario e scolastico, Grazia Deledda ritorna con nuove vesti nel 150° anniversario della sua nascita.

Grazia Deledda è probabilmente un’autrice mal compresa, oltre che misconosciuta. Catalogata come verista e decadente, la sua arte per anni è stata in qualche modo accantonata – seppure sia stata una scrittrice di grande successo internazionale. Ecco, il grande successo internazionale, tale da farle ottenere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1926, non si è automaticamente tradotto in uno spazio maggiore su manuali e antologie. Anzi, al successo è seguito l’oblio.

La vita di Grazia Deledda è sorprendente ancor prima della sua arte. Nasce a Nuoro il 27 settembre del 1871 e la sua formazione ufficiale si arresta alle elementari. Eppure la sete di cultura e di letteratura la trasformano in una lettrice vorace e i suoi studi proseguono da autodidatta, nutrendo fortemente la sua penna insieme ai paesaggi e alle leggende dell’isola natía. Persegue con determinazione l’intenzione di essere scrittrice e il suo talento le varrà un gran successo. Suo marito, Palmiro Madesani, lascerà l’impiego al ministero per diventare suo agente letterario. Fatto incredibile per l’epoca (e forse anche per la nostra, di epoca).

 

Grazia Deledda è incontenibile. La voracità di lettrice si trasforma in prolificità di scrittrice: la sua ispirazione è prorompente e la sua produzione letteraria è difficilmente inquadrabile entro i confini di un’etichetta, difficilmente incasellabile. Il seme verista germoglia insieme ad altri semi, come quello romantico e quello gotico. Nonché quello di un forte simbolismo biblico, che permea le vicende dei protagonisti e ne fa degli emblemi della condizione umana. Il tutto intriso di animismo e bagnato dalle leggende del folklore sardo. Spiriti, folletti, giganti, fate, magie e tesori nascosti sono motivi ricorrenti, sia nei racconti sia nei romanzi. Basti pensare al romanzo più noto di Grazia Deledda, Canne al vento, considerato il suo capolavoro. “Canne al vento è un libro di fantasmi”, ci dice Michela Murgia nella sua introduzione all’audiolibro di Emons, sostenendo la parentela artistica di Deledda con Emily Brontë e Mary Shelley e rivendicando il suo essere più gotica e romantica che verista e decadente.

In quest’ottica è interessante l’operazione di Caravaggio Editore, che celebra i 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda pubblicando una selezione di suoi racconti dalle atmosfere tenebrose. Raccoglie per l’occasione varie suggestioni per i suoi lettori, fra cui il volume La casa maledetta e altre cupe storie per la collana “I classici ritrovati”, il racconto Di notte per la collana “Frammenti d’autore” e La regina delle tenebre per la collana “Gemme”. I tre testi – tutti a cura di Enrico De Luca – sono peraltro inseriti in un’iniziativa chiamata Deledda Box, realizzata proprio per celebrare la ricorrenza.

Scorrendo i racconti raccolti ne La casa maledetta e altre cupe storie, incontriamo una serie di elementi che rimandano proprio al genere gotico e noir: castelli in rovina, luoghi isolati, strani sogni e apparizioni, misteriosi incontri notturni, drammi del passato e fatti di sangue che riemergono come spettri nel presente, spiriti dei morti che interagiscono coi vivi, magie e malefici, atmosfere oniriche ed esperienze al confine tra sogno e allucinazione. Sono storie in cui si assapora la vulcanicità dell’immaginazione deleddiana e la sua maestria nell’arte della narrazione, capace di tenere il lettore col fiato sospeso ma anche di disseminare qua e là una nota ironica, che scaturisce soprattutto dove l’elemento sovrannaturale si lega alla superstizione. L’ironia è forse un ulteriore aspetto del confine labile fra le diverse tendenze che animano la scrittura deleddiana, fra scetticismo realista e suggestioni favolose.

Nei racconti emergono elementi – il peccato, il senso di colpa, l’espiazione, la vendetta – che risuonano con frequenza nel repertorio deleddiano. La novella Di notte si impernia su tali elementi: l’orrore scaturisce dal sentimento violento di dover vendicare un disonore e una bambina si ritrova testimone di una scena terribile in una notte gelida e burrascosa.

Figlio del peccato è anche Anania, protagonista di Cenere, romanzo “dimenticato” che Utopia Editore ha da poco ripubblicato inaugurando la riedizione di tutte le opere di Grazia Deledda all’interno del suo catalogo, scelte e introdotte da Michela Murgia. Anania è il figlio di Olì, ragazza sedotta, ammaliata con false promesse e poi abbandonata incinta da un uomo sposato. Cacciata dalla casa paterna per il disonore causato alla famiglia, verrà inizialmente accolta in casa dalla vedova di un bandito, poi deciderà di condurre il figlio dal padre, sperando così di dargli un futuro migliore. Anania crescerà quindi nella nuova famiglia e il ricco signore nuorese per cui suo padre lavora diventerà il suo benefattore, permettendogli di proseguire gli studi, prima a Cagliari poi a Roma. Innamoratosi, ricambiato, di Margherita, la figlia del ricco possidente, pianificherà un futuro insieme a lei, ma nel corso del suo farsi adulto il fantasma della madre lo perseguiterà e il sentimento ambivalente di vergogna e desiderio di rintracciarla guiderà segretamente le sue peregrinazioni fino al ritrovamento, che innescherà la tragedia finale: l’odio si mescola all’amore in un turbine che spazza via ogni possibilità di idillio, facendo eco al vento furioso che soffia incessante nella Barbagia e lungo le pagine del libro.

E se si pensa che la storia mostri solo la parabola di un destino segnato, è necessario ricordare quella luce di vita che si accende proprio dopo l’incendio distruttore: “fra la cenere cova spesso la scintilla” (p. 251). Anania è un personaggio impetuoso, ogni passione in lui è furiosa. Anania è un personaggio malinconico, nostalgico, inquieto, che sente spesso la necessità di uscire all’aperto, di salire sui monti, di immergersi in una natura selvaggia che nella sua potenza sembra vibrare in risposta alle tensioni dell’animo umano. D’altronde, spesso è con metafore e similitudini naturali che lo stato d’animo del protagonista è descritto. Anania sembra quindi possedere tratti dell’eroe romantico e a questo proposito è interessante notare che nel lasciare l’isola per il continente gli pare di scorgere su una roccia la sagoma di René, l’eroe romantico per antonomasia. Anche il René di Chateubriand si struggeva portandosi dentro nel suo errare un segreto scuro.

 

E, come l’eroe romantico, Anania è anche un personaggio incline al sogno e alla fantasticheria. Spesso lo vediamo affacciarsi alla finestra per abbandonarsi a contemplazioni solitarie e trasognanti. Tragicamente, è proprio nella cornice di una finestra che Anania rivedrà il volto consumato della madre. Le finestre in Cenere si aprono quasi sempre sui paesaggi della Sardegna rurale: anche il panorama visibile dalla finestra romana è un pretesto per ricordare la terra natía. Descrivendo minuziosamente i paesaggi vivi della sua Sardegna, Grazia Deledda dipinge quadri impressionanti. In quegli spazi descrittivi del testo la sua scrittura si fa ancora più suggestiva. Si fa poesia.

Significativamente, è nella contemplazione di un paesaggio notturno che la “regina delle tenebre” dell’omonimo racconto matura la consapevolezza di voler scrivere, di voler essere artista. Grazia Deledda è una scrittrice da riscoprire, un’artista dall’ispirazione incontenibile e inincasellabile. L’impressione alla lettura è quella di uno scompaginamento continuo di qualsiasi teoria preconcetta sulla sua arte.

Sara Concato

Immagine di copertina via dilei.it

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