Etiopia, non si ferma la guerra nel Tigray

Tensione in continuo aumento tra il Tigray ed il governo centrale: già migliaia le vittime, carestia e isolamento stanno annientando la regione al nord del Paese.

É possibile pensare che un Premio Nobel per la Pace decida di innescare una guerra civile e sobilli all’intervento armato di diversi gruppi etnici nella propria popolazione? No. Eppure è quanto accade in Etiopia, da ormai quasi un anno. Il Primo ministro Abiy Ahmed, che 2 anni fa ha ricevuto il Nobel dopo essere riuscito a mettere fine ad un’annosa (armata) questione con la confinante Eritrea, ha deciso di intervenire militarmente contro gli indipendentisti del Tigray, definiti terroristi dal governo centrale.

Solamente la scorsa settimana sono stati cinque i raid aerei su Mekelle – capitale della regione – e più al confine Adwi e Mai tsebri, che hanno mirato ad abbattere infrastrutture di comunicazione e magazzini individuati come potenziali depositi di armi. Attacchi che hanno fatto vittime tra i civili: il Fronte di Liberazione Nazionale del Tigray (TPLF) denuncia tre decessi nel primo assalto e una decina di ospedalizzati nel secondo. Il governo in un primo momento aveva negato le proprie responsabilità, finendo per ammetterle qualche ora dopo ma assicurando di avere avuto come obbiettivo esclusivo strutture e infrastrutture. Dal TPLF, invece, affermano il contrario perché i bombardamenti sono caduti vicini a zone residenziali e ad un mercato.

Come dicevamo, comunque, sono mesi che l’Etiopia è divisa in una tensione che continua a contare vittime: l’esercito ha preso il controllo della maggior parte della regione settentrionale del Tigray nel novembre 2020, dopo che le forze del TPLF sequestrarono una base militare, dando il via ad un conflitto che perdura da 11 mesi ed ha causato una crisi umanitaria.

L’ONU ha dichiarato in estate che il conflitto ha ridotto 4 milioni di persone in condizioni di carestia, generando 2 milioni e mezzi di sfollati. Tra questi ultimi, Save The Children contava 5 mila minori in stato di abbandono – o perché orfani o perché impossibilitati a raggiungere le famiglie. Si contano migliaia di uccisi nel conflitto e altri due milioni gli individui costretti a lasciare le proprie abitazioni. A Giugno, i ribelli hanno riconquistato il Tigray con un attacco a sorpresa e poi si sono trasferiti in parti delle regioni vicine come Amhara e Afar, estendendo così il territorio di guerra.

Da allora un crescendo di tensione con il governo, che ha reagito distruggendo infrastrutture di comunicazione, impianti elettrici e coltivazioni della regione “ribelle” – nonché chiamando alle armi “Tutti gli etiopi in forze e abili”, nelle parole di Ahmed, e coinvolgendo nel conflitto la vicina Eritrea.

In quale contesto si definisce questa tensione che sembra lontana da una risoluzione? Dal 1994, in Etiopia vige un sistema federale in cui diversi gruppi etnici controllano 10 regioni. In Tigray, regione al nord est del Paese, il TPLF è stato leader di una coalizione a quattro per diverso tempo: durante il controllo della coalizione, l’Etiopia ha vissuto in stabilità ed ha economicamente prosperato.

Ma, c’era un ma: diritti umani e democrazia, infatti, sono rimasti i punti deboli del contesto sociopolitico. Questo portò ad un malcontento della popolazione, sfociato in numerose proteste che portarono a un rimpasto di gabinetto e all’ascesa di Abiy Ahmed a primo ministro. Quest’ultimo, innanzitutto liberalizzò il sistema politico, rimosse i leader del governo tigrino accusati di corruzione e repressione e istituì il Partito della Prosperità. L’intervento di Ahmed non fu gradito alle vecchie retroguardie politiche del Tigray che lo accusarono di voler centralizzare il potere e distruggere il sistema federale dell’Etiopia.

Nel settembre 2021 è aumenta la tensione, dopo che Addis Abeba ha dichiarato illegali le elezioni regionali indette dal Tigray, adducendo l’emergenza covid a motivazione e interrompendo finanziamenti e ponti con la regione. La tensione politica ha portato, pochi mesi dopo, a una tensione armata tutt’ora permanente: Ahmed ha ritenuto “Inevitabile per il governo federale uno scontro militare”.

Sono sempre più numerosi i rapporti di Amnesty International e della Nazioni Unite che portano alla luce massacri e violazioni dei diritti umani da entrambe le parti: ormai la situazione è all’attenzione della comunità internazionale, che richiede un intervento per mettere fine ad un conflitto che non sembra potersi risolversi spontaneamente.

Sara Gullace

Immagine di copertina via facebook.com/RadioWegahtaTigray

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