Il Kazakistan non rispetta i diritti umani fondamentali

Con il pretesto di contenere la pandemia del COVID-19, il Kazakistan sta mettendo in atto una serie di pratiche che vanno contro i diritti umani. Non solo; anche durante le ultime elezioni parlamentari il Paese non ha rispettato alcuni diritti fondamentali quali libertà di voto e di stampa

Il 2 aprile 2020 circa un centinaio di persone nella città di Ust Kamenogorsk, in Kazakistan, si erano svegliate scoprendo di essere state imprigionate durante la notte. Il portone d’ingresso del loro palazzo era saldato, intrappolando tutti dentro e causando il panico fra i residenti, che non potevano recarsi a lavoro.

Non si è trattato di uno scherzo. La sera prima, una inquilina del palazzo era stata ricoverata coi sintomi del COVID-19. Le autorità locali avevano deciso di imprigionare i suoi ignari vicini e di far circondare l’edificio dalla polizia. I residenti che erano arrivati a casa tardi dopo il lavoro erano rimasti intrappolati fuori e avevano dovuto dormire in macchina.

La testimonianza diretta

Non ci sono state spiegazioni, niente”, ha spiegato Aleksei, che vive nel palazzo con sua moglie e sua nonna. “Siamo rimasti intrappolati lì dentro per 14 giorni”. Il giorno dopo, un cartello nell’androne spiegava ai residenti che si trovavano in quarantena per due settimane.

Poi sono arrivati i dottori e hanno fatto il giro di tutti i 56 appartamenti, ordinando di prenderci la temperatura. Avevano un termometro ordinario da posizionare sotto l’ascella, e lo pulivano dopo ogni persona”, Aleksei aveva misurato la sua temperatura e quella di sua nonna e riportato i dati. I medici gli avevano consegnato un pezzo di carta che avvisava che chiunque avesse violato la quarantena sarebbe stato perseguito. “Secondo quale legge?” aveva domandato Aleksei. “Quando lo abbiamo chiesto, i dottori ci hanno detto di non saperne niente e che la polizia ci avrebbe spiegato”.

E così sono cominciate due bizzarre settimane per gli inquilini dell’edificio. La polizia era sempre numerosa e si continuava con la disinfestazione del palazzo. “Hanno disinfettato tutto. Scarpe, passeggini, anche il mio gatto! Lo hanno avvelenato, non mortalmente, grazie a Dio” ha raccontato Aleksei.

Dato che non era stato dato nessun preavviso, i residenti non avevano abbastanza cibo e hanno dovuto presto affidarsi ai pacchi di parenti e organizzazioni di volontari, che avevano appreso della loro situazione sui social media. Il negozio locale si era accordato per inviare beni su credito e il forno ha donato il pane a ogni appartamento. “Ma lo Stato non ci ha fornito nulla – nemmeno una informazione”.

Aleksei e i suoi vicini di casa non sono stati gli unici.

Simili quarantene forzate sono state documentate in almeno altre tre città del Kazakistan, ma anche nel vicino Kyrgyzistan. Di solito, i cittadini denunciano queste situazioni prima sui social media. Poi ai telegiornali locali. Ma di rado arrivano ai media internazionali.

Ad Aktau, città orientale del Kazakistan, il 12 aprile alcuni utenti avevano condiviso sui social media dei video che mostravano delle scintille brillare dalla porta di un appartamento, mentre qualcuno la saldava da fuori. Secondo i resoconti dei media locali, qualche giorno dopo un uomo si è fratturato la spina dorsale dopo aver saltato fuori da una finestra al terzo piano – pare che fosse andato a trovare i suoi parenti, quando è stato chiuso dentro. Sul suo account Instagram, l’amministrazione di Aktau aveva negato la notizia di aver chiuso l’edificio.

 

Queste misure sono arbitrarie, sproporzionate e contro la legge internazionale, in quanto sostituiscono una minaccia alla sicurezza e alla salute (il COVID-19) con altre (incendi, nessun accesso in caso di emergenze mediche, etc..). Inoltre, servono anche a ricordare il disdegno per i diritti umani e la corruzione che i residenti di questi Paesi affrontano. Tutto ciò riceve pochissima attenzione a livello internazionale.

La situazione in Kazakistan e Kyrgyzistan

Sia in Kazakistan che in Kyrghzistan, le autorità hanno utilizzato il COVID-19 come un pretesto per stringere il giro di vite sugli oppositori e restringere ulteriormente le libertà di espressione e associazione. Il 17 aprile, ad esempio, la polizia kazaka ha arrestato il difensore dei diritti umani Alnur Ilyashev perché aveva criticato sui social media la risposta del governo alla pandemia. La polizia aveva poi fatto visite intimidatorie ai suoi parenti, causando un attacco di panico alla sua figlia adolescente.

Barricare le persone all’interno dei loro palazzi è solo l’ultima manifestazione di un Paese che si è spinto troppo in là. Questi Stati considerano la libertà di parola un crimine e i diritti umani una scocciatura. In questo contesto, non sorprendono le critiche alle autorità del Kazakistan. Secondo Amnesty International, il Kazakistan e il Kyrgyzistan sono nazioni poco comprese in Occidente; anche l’Unione europea le descrive come “ignorate”. Le scioccanti misure prese per contenere il COVID-19 devono necessariamente far aumentare lo scrutinio circa il loro rispetto dei diritti umani.

Il voto parlamentare in Kazakistan

La questione del mancato rispetto per i diritti umani in Kazakistan è riecheggiata anche in occasione delle ultime elezioni parlamentari, che si sono tenute lo scorso 10 gennaio. In questo caso, il governo ha preso di mira la libertà di stampa e quella di voto.

Le forze dell’ordine e i responsabili dei seggi hanno interferito col lavoro di almeno sette giornalisti che stavano seguendo le elezioni parlamentari nazionali. Un funzionario ha sequestrato il cellulare di una giornalista che stava filmando la polizia mentre arrestava degli attivisti locali. I video sono stati cancellati. Inoltre, i funzionari elettorali hanno espulso due corrispondenti del RFE/RL dai seggi poiché non avevano con loro un risultato negativo del tampone per il COVID-19. Le autorità hanno allontanato dai seggi altri corrispondenti che stavano coprendo presunte irregolarità nel voto.

Per quanto riguardata la mancata libertà di voto, l’attivista kazaka per i diritti umani Anya Shukayeva ha spiegato che le elezioni non hanno messo i cittadini davanti a una vera scelta parlamentare. “Si tratta di una elezione dove non si può sostenere o fare campagna elettorale per nessun altro che non sia il partito Nur Otan”. Tale partito è guidato dall’ex presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev. Nel 2019, l’uomo aveva rinunciato alla sua carica dopo circa 30 anni al potere, ma ha ancora una pesante influenza su di esso.

La vittoria di Nur Otan

I dati preliminari suggeriscono che il partito Nur Otan abbia stravinto le elezioni di pochi giorni fa, nonostante gli osservatori occidentali abbiano dichiarato che il voto è stato non concorrenziale. Un risultato del genere era sicuramente atteso, in quanto nessun gruppo dell’opposizione si era candidato. Pare che Nur Otan abbia ottenuto il 71,09% dei voti.

La campagna non è stata competitiva. Sostanzialmente, i concorrenti non hanno sfidato i loro rivali sulle loro piattaforme politiche” hanno dichiarato gli osservatori dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. “Unito alle limitazioni sistemiche alle libertà fondamentali, garantite dalla Costituzione, tutto ciò non ha dato agli elettori una vera possibilità di scelta”. Gli osservatori hanno notato, nella loro dichiarazione, che il panorama politico nazionale è pesantemente dominato dal partito di maggioranza e che la distinzione tra partito e governo spesso non è netta.

La Shukeyeva ha dichiarato che, assieme ai suoi colleghi, sta cercando di raggiungere i diplomatici dell’Unione europea in Astana per far valere il loro punto di vista. Secondo la donna, le autorità europee non considerano la voce della società civile e non fanno i nomi di chi il Paese uccide o persegue politicamente.

 

Traduzione di Chiara Romano da amnesty.org, cpj.org, aljazeera.com, reuters.com, emerging-europe.com

Immagine di copertina via emerging-europe.com

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