Legge elettorale, la riforma che non trova pace

Che la si chiami Brescellum o Germanicum, la riforma che mira a modificare l’attuale legge elettorale continua a dividere anche la maggioranza

Fonte: tg24.sky.it

Senza una riforma del quadro generale della legge elettorale, il taglio sfocia solo in una riduzione del numero dei parlamentari che di per sé rischia di limitare la rappresentanza e diritti costituzionalmente garantiti“.

Sull’edizione de “l’Espresso” del 13 settembre 2020, tra le ragioni per cui sarebbe stato necessario votare “No”, vi era quella summenzionata del filosofo Gianni Vattimo. Il taglio a cui si riferiva e contro cui si schierava era quello dei parlamentari proposto nel referendum per il quale i cittadini sono stati chiamati a votare il 20 e il 21 settembre e nel quale, con il 69,6% ha trionfato il ““.

In una democrazia già debole e umiliata dalle spaventose e preoccupanti svolte sovraniste del popolo e della classe politica, la riforma costituzionale contiene una delega al governo affinché ridisegni i collegi elettorali entro 60 giorni tagliando 345 parlamentari. Se da un lato i deputati saranno 400 e non più 630, dall’altro si avranno 200 senatori al posto degli attuali 315.

In vigore a partire dal 2023, quando saranno previste le prossime elezioni politiche, la riforma preoccupa molti costituzionalisti (e non solo) in quanto vi vedono il rischio di una distorsione della rappresentanza e di una penalizzazione delle regioni più piccole e meno popolose, soprattutto al Senato. Un rimedio potrebbe essere l’abolizione della base regionale per le elezioni del Senato. Per attuarla, sarebbe necessaria una modifica della Carta.

Un’ulteriore norma, invece, dovrebbe prevedere il taglio di un terzo dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica per evitare, dunque, che la stessa sia sproporzionata. Diminuendo anche le commissioni che talvolta si riuniscono in sede deliberante, sarebbe necessaria, inoltre, una riforma dei regolamenti per non inficiare l’efficienza delle Camere e la legittimità dei regolamenti presi. I collegi elettorali, dunque, sono tutti da ridisegnare.

 

In un Parlamento in cui il problema principale è sicuramente la qualità e non la quantità di chi lo popola, a dadi tratti, da un lato, Luigi Di Maio parla di “risultato storico” che ha ravvicinato la politica ai cittadini, dall’altro, Giorgia Meloni parla di un “Parlamento delegittimato”. Matteo Salvini, invece, definisce come un “dubbio legittimo” quello dei costituzionalisti che si chiedono quanto la Camera e il Senato rappresentino, così, il popolo italiano. “Sì”, “No”: il vero vincitore è sempre il populismo.

Legge elettorale e nuovo bicameralismo. Camera e Senato oggi fanno le stesse cose, e se già il Senato lavora con tempi lunghi, con 200 senatori i tempi saranno ancora più lunghi“. Sono queste le due riforme necessarie secondo Luciano Violante, magistrato, politico ed ex presidente della Commissione parlamentare antimafia e della Camera dei deputati. In un’intervista a “La Repubblica“, ha, infatti, affermato: “(…) Con 400 deputati e 200 senatori il gruppo dirigente del Paese sarà più ristretto. Se aggiungiamo che la legge elettorale non prevede le preferenze, ma le liste bloccate, vedo il rischio di un Parlamento fatto di cerchi magici intorno ai capi. Mi auguro che prevalga il senso della democrazia“. A favore dei collegi uninominali, ritiene, inoltre, che la legge Mattarella sia stata la migliore mai avuta.

Non sembra giungere a una conclusione il dibattito di questi giorni sulla riforma della legge elettorale, né sembra possibile trovare un punto d’incontro tra le diverse fazioni politiche. Il Brescellum o Germanicum divide chiunque e ovunque. A seconda che la si chiami con il nome del suo creatore, il deputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Brescia, o del modello tedesco a cui, secondo molti, si avvicina, la riforma della legge elettorale arriverà nell’Aula della Camera il 26 ottobre per la discussione generale.

I voti, invece, si terranno dal 27 dell’attuale mese, come deciso dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Verrà discussa, inoltre, la riforma che permetterebbe ai diciottenni di votare anche per il Senato (ad oggi, in seconda lettura), ma anche la proposta di legge di Federico Fornaro, Capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera dei Deputati. Quest’ultima prevede che la legge elettorale del Senato non sia più a base regionale e che venga tagliato di un terzo il numero dei delegati regionali che votano per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Nonostante sia evidente che una decisione davvero condivisa sulla nuova legge non si sia mai avuta, Vito Crimi, ospite a “L’Intervista” su Sky TG24, ha dichiarato che “l’accordo già c’è e c’era anche prima. È un accordo sul proporzionale puro con il 5% di sbarramento e rientrava nelle fasi iniziali dell’accordo di Governo. Noi stiamo ai patti, anche sulla legge elettorale. Forse qualcuno nella maggioranza sta rivedendo le sue posizioni ma noi contiamo sul rispetto dei fatti“.

Una nuova e adeguata legge elettorale, dunque, era la condizione per votare “Sì” al referendum. Scritta la bozza a gennaio, la proposta ottiene l’assenso del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle; mentre Liberi e Uguali chiede di abbassare la soglia di sbarramento dal 5% al 4%, Italia Viva, invece, non vota.

Il disegno di legge firmato da Brescia e voluto da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, dunque, sostituirebbe l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, dal nome del suo ideatore Ettore Rosato. Approvata in via definitiva al Senato il 26 ottobre 2017, quest’ultima ha sostituito l’Italicum (valido solo per la Camera dei Deputati) e il Porcellum (la legge Calderoli, in vigore per il Senato e non abrogata dall’Italicum).

Con un sistema elettorale misto, il Rosatellum prevede il maggioritario per un terzo dei seggi e il proporzionale per i due terzi; il 2%, invece, è destinato al voto degli italiani residenti all’estero ed è assegnato con un sistema proporzionale. Il territorio nazionale è suddiviso in circoscrizioni che, a loro volta, sono suddivise in collegi uninominali e plurinominali. Oltre alla presenza della possibilità di creare coalizioni e dei listini bloccati, la soglia di sbarramento prevista è al 3%.

Il Brescellum, invece, presenta un sistema proporzionale, la mancanza dei collegi uninominali, delle liste di coalizione (i partiti, dunque, correrebbero ognuno per conto proprio) e del premio di maggioranza. I seggi della Camera e del Senato (tranne quelli riservati all’estero e alla Valle d’Aosta) verrebbero assegnati in maniera proporzionale rispetto al numero di voti raccolti nelle singole circoscrizioni, con una soglia di sbarramento più alta rispetto al passato (al 5%). Verrebbe meno, inoltre, anche il numero previsto di massimo quattro candidati, consentendo, quindi, un numero di candidati pari al numero dei seggi assegnati nel collegio plurinominale.

È contemplata, inoltre, una delega al governo da esercitare entro 60 giorni dall’entrata in vigore della nuova legge per la determinazione dei collegi elettorali plurinominali. 391 sarebbero i seggi proporzionali da assegnare a Montecitorio ai quali se ne aggiungerebbero 8 per gli eletti all’estero e un collegio uninominale per la Valle d’Aosta. 195, invece, sarebbero i seggi proporzionali assegnati al Senato, 4 per gli eletti all’estero e un seggio per la Valle d’Aosta. Le circoscrizioni previste rimarrebbero 28 e ogni circoscrizione verrebbe ripartita “in collegi plurinominali tali che a ciascuno di essi sia assegnato, di norma, un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a otto”. Se da un lato non è ammessa la quota maggioritaria del Rosatellum, dall’altro la legge non interviene sui listini bloccati. Resta irrisolto, invece, il problema delle preferenze, desiderate dal Movimento 5 Stelle e poco accolte dal Partito Democratico, dal momento che preferisce le primarie per la selezione dei candidati e teme che la questione possa rinviare ulteriormente l’approvazione della nuova legge elettorale.

Il bicameralismo paritario serve per rendere più efficiente la macchina dello Stato“, ha dichiarato Nicola Zingaretti, dopo aver ringraziato, per il contributo dato, Luciano Violante, Enzo Cheli, Stefano Ceccanti, Dario Parrini e Roberta Pinotti, e dopo aver inaugurato l’apertura del cantiere istituzionale delle riforme, “per garantire istituzioni che funzionano meglio, in perfetta sintonia con il dettato istituzionale, per migliorare il Paese“.

Uno dei nodi principali ancora da sciogliere è, dunque, la modalità di scelta degli eletti e delle elette. Tra le novità, invece, il diritto di tribuna che permetterebbe alle forze politiche che dovessero ottenere buoni risultati in almeno due regioni per la Camera e in una per il Senato di eleggere alcuni deputati anche senza il raggiungimento del 5%. Alla Camera, dunque, verrebbero eletti i candidati di quelle formazioni con almeno tre quozienti ottenuti in almeno due regioni, mentre al Senato quei candidati con almeno un quoziente nella circoscrizione regionale. Grande protagonista (in)discussa, invece, resta la soglia di sbarramento al 5%: secondo Zingaretti, non si tratta di una scelta casuale, né discutibile ma frutto “di un compromesso su un proporzionale con forti correttivi maggioritari per dare maggioranze certe”, garanzia del rapporto tra eletto ed elettore e che “pulirebbe il sistema dai rischi di finanziamento delle campagne elettorali“.

Considerata eccessiva da Liberi e Uguali, Italia Viva,invece, la ritiene proibitiva e preferisce un sistema elettorale di tipo maggioritario, in cui “la sera delle elezioni si sa chi ha vinto“, come affermato da Matteo Renzi. Non timoroso della soglia di sbarramento, pensa a un’intesa con Carlo Calenda e +Europa; per accettare il proporzionale, però, auspica modifiche costituzionali di portata anche maggiore del taglio dei parlamentari, come l’introduzione della sfiducia costruttiva e le modifiche al bicameralismo paritario. Una seconda soglia è prevista al 15% e vale solo a livello regionale per la Camera e per le liste rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute.

Beppe Grillo abbandona sé stesso a esternazioni tragicomiche: “Non credo più nella rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum“, ha affermato. Nessun monologo comico, purtroppo, nessun palco teatrale. Solo sipari che si sperava restassero chiusi.

Ma i momenti di comicità non mancano, di certo, neanche a destra. “(…) Se potessi avere la bacchetta magica farei dell’Italia una Repubblica federale e presidenziale“, ha dichiarato Matteo Salvini. “Il proporzionale sarebbe tornare indietro di quarant’anni“, ha affermato, inoltre, colui che, molto volentieri, tornerebbe indietro anche di novanta. E al suo elettorato non dispiacerebbe. Se da un lato sente di appoggiare Giancarlo Giorgetti e il suo sostegno al maggioritario, dall’altro deve placare i rivoltosi di Forza Italia che non intende seguire Salvini sulla strada che porterà i moderati della coalizione a perdere seggi. Lega e Fratelli d’Italia puntano, dunque, a un maggioritario netto e voterebbero subito anche con l’attuale legge. “Il proporzionale è una legge salva inciucio. Ha come unico obiettivo mettere insieme tutto e il contrario di tutto per mantenersi sulla poltrona, fregandosene del fatto che l’Italia ha bisogno di un’altra cosa. Tutte le più grandi democrazie avanzate funzionano con il meccanismo del maggioritario e dell’alternanza. Il proporzionale comporta che non ci sarà stabilità e non sarà mai chiaro agli italiani cosa stanno votando. Non è democrazia“, ha affermato Giorgia Meloni.

La riforma, però, divide anche alcuni partiti che sostengono la maggioranza su questioni come la soglia di sbarramento, il diritto di tribuna e i listini bloccati.

Enrico Costa, deputato di Azione, afferma di essere favorevole al sistema maggioritario e alla soglia di sbarramento al 5% se si passasse al proporzionale, ma è sicuramente contrario a qualsiasi accordo con Renzi, in quanto sostenitore del governo. Maria Elena Boschi e Italia Viva dichiarano il sostegno al maggioritario e ai collegi uninominali che danno la possibilità al cittadino di scegliere. Per Zingaretti, invece, le leggi maggioritarie non hanno quasi mai garantito la chiarezza sul capo del governo nel giorno delle elezioni e, per questo, il 5% “è un giusto compromesso, con una legge proporzionale ma con forti correttivi di carattere maggioritario. Permette di dare stabilità al Parlamento e maggioranze certe“. Si dichiara preoccupato, piuttosto, per gli alti costi delle campagne elettorali con il sistema delle preferenze.

Graziano Delrio, inoltre, vi vede “un ulteriore passo per riconquistare la centralità del Parlamento differenziando le funzioni e rappresentando adeguatamente i territori“. A favore del proporzionale anche Renato Brunetta dal momento che, finché non saranno ristabiliti gli equilibri della coalizione e ci sarà una predominanza dei sovranisti, “l’unico modo per tutelare le istanze liberali ed europeiste del centrodestra è il proporzionale“. Non prevede, in ogni caso, interlocuzioni con il centrosinistra. Enrico Letta, invece, si descrive come un “irriducibile tifoso del Mattarellum, che ha dato la miglior governabilità al Paese” e si distacca dal Partito Democratico; sulla stessa linea anche Veltroni e Prodi.

Il padre della nuova legge elettorale, Brescia, ritiene necessarie delle riunioni di maggioranza per far cadere tutti gli ostacoli presenti per un seguente confronto con le opposizioni. Spera, inoltre, che i tempi non si allunghino ulteriormente a causa delle tante questioni ancora irrisolte sul tavolo.

Con un centro-sinistra spaccato (ormai, non più motivo di stupore), una maggioranza che non giunge a un punto d’incontro e un centro-destra che continua a parlare, con successo, alla pancia del popolo, la legge elettorale, ad oggi, sembra essere un’utopia. Una risata la salverà.

Giorgia Cecca

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