“Santiago, Italia” di Nanni Moretti: ritroviamo quell’Italia umana e solidale

Nanni Moretti ha presentato alla Sapienza Università di Roma il suo film documentario “Santiago, Italia”, una storia di accoglienza italiana durante la dittatura di Pinochet

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La locandina di Santiago, Italia. (immagine via nonsolocinema.com)

Sono passati tanti anni, però, vedrete, è una ferita ancora aperta. Una ferita che ancora brucia tanto. È vero che molte persone non riescono ad andare avanti nel racconto per quanto il ricordo di quei giorni sia così ancora vivido e la ferita ancora bruci“, ha dichiarato Nanni Moretti prima della proiezione del suo ultimo film documentario, “Santiago, Italia“, lo scorso 14 febbraio alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza Università di Roma.

La sconfitta” il suo primo cortometraggio; nel 1976, invece, arriva “Io sono un autarchico“, suo famoso lungometraggio. È il 2011 l’anno del profetico film “Habemus Papam“, il 2015 quello di “Mia madre”. Il 1° dicembre dello scorso anno, arriva “Santiago, Italia“, proiettato come film di chiusura del Torino Film Festival e distribuito nei cinema italiani da Academy Two dal 6 dicembre. Emozionante fonte di riflessione, tanto duro quanto delicato, Nanni Moretti ha raccontato, coraggiosamente e in modo veritiero, i mesi che seguirono il golpe cileno del dittatore Pinochet che segnò la fine della potente democrazia di Salvador Allende e, dunque, il ruolo importante che ebbe l’ambasciata italiana a Santiago, rifugio per centinaia di oppositori del regime.

Negli anni ’70“, ha raccontato il regista, “c’era una partecipazione alle vicende mondiali molto diversa, mi sembra, da oggi. (…) Si guardava con grande interesse e partecipazione a quello che succedeva nel mondo, in particolare, alle vicende del Cile. C’erano molte analogie tra i due Paesi, a cominciare dai partiti presenti sia in Italia che in Cile: Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Comunista, Radicali, Cattolici di sinistra, Sinistra Rivoluzionaria, che in Cile rivoluzionaria lo era davvero“. Salvador Allende, leader della coalizione Unidad Popular, aveva diffuso un’aria di partecipazione politica attiva, di cambiamento reale e di integrazione lavorativa.

Come ha spiegato Nanni Moretti agli spettatori, “nel ’70, il socialista Salvador Allende fu eletto Presidente in Cile. Insomma, per la prima volta la sinistra andava al potere non attraverso una rivoluzione con le armi ma democraticamente con il voto, e in quei tre anni di governo Allende, dal ’70 al ’73, il suo esperimento socialista non aveva niente, niente, niente a che vedere con i modelli del cosiddetto socialismo reale, in quel periodo. (…) Il Cile era in buona parte, e tuttora, un Paese con enormi squilibri economici, sociali. Gran parte della ricchezza era nelle mani di poche famiglie latifondiste e Allende avviò il suo percorso di riforme sociali. (…) Gli Stati Uniti ebbero un ruolo fondamentale nel contrastare e cercare di interrompere bruscamente l’esperimento di Allende“.

Conquistata la carica di Presidente con il 36% dei voti, la vittoria di Allende fu consentita dalla legge elettorale che permetteva ai candidati di essere scelti dal Parlamento. Non essendo previsto il secondo turno, dunque, vinse grazie all’appoggio del popolo e della Democrazia Cristiana, in Parlamento. Una volta capo di Stato, compì azioni non gradite da molti, come la privatizzazione delle industrie di rame in mano americana e l’espropriazione senza compensi. A partire dal 1971, inoltre, iniziarono gli scioperi soprattutto da parte dei camionisti; nel ’73, l’inflazione arrivò al 400%.

Molti di coloro che avevano appoggiato Allende iniziarono a sperare in un cambiamento ma, il 4 marzo del ’73, con il rinnovamento delle Camere, nonostante la crisi economica, il consenso popolare passò dal 36 al 42%. Il mondo politico è polarizzato: mentre una parte della Democrazia Cristiana cilena votò per Allende, l’altra si alleò con la destra velocizzando il colpo di stato che avviene l’11 settembre 1973 con il bombardamento militare della Moneta. Iniziò così la dittatura di Augusto Pinochet, fatta di violenza, sangue, sparizioni e uccisioni quotidiane. Meno Stato nell’economia, limitazione all’essenziale dei servizi sociali garantiti, redistribuzione della ricchezza da parte del libero mercato, eliminazione del deficit fiscale attraverso la riduzione della spesa pubblica e l’aumento delle tasse, l’apertura a livello internazionale dell’economia e la riduzione dei salari reali mediante la soppressione della negoziazione collettiva e l’attività sindacale, il suo modello economico.

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Salvador Allene (immagine via portal.andina.pe)

Quando tornò la democrazia“, sottolinea Nanni Moretti, “all’inizio del 1990, Pinochet continuò a essere comandante delle forze armate e senatore a vita, e per tutti gli anni ’90, nonostante fosse tornata la democrazia, ci fu una specie di patto tacito fra le varie forze politiche“, così che non si parlasse troppo di quanto accaduto. Nel 1988, infatti, il dittatore indisse un plebiscito: Pinochet sì, Pinochet no? Il 45% della popolazione cilena votò a favore del suo regime, il 55% no. Indette le nuove elezioni, dal ’90 diventa senatore a vita e prende il potere la Democrazia Cristiana. Pinochet rimane impunito fino al ’98, quando, durante un viaggio in Inghilterra, viene fermato.

Come ha dichiarato lo stesso Moretti, allora come oggi, la Chiesa Cattolica ha giocato un ruolo fondamentale nell’accoglienza e nella solidarietà nei confronti di chi soffre: “La Chiesa Cattolica fa una bella figura in questo documentario. (…) Questa bella figura non è il segnale, la premessa di una mia futura conversione religiosa. Purtroppo no. Io non sono mai stato d’accordo con quella famosa frase del regista spagnolo Buñuel ‘grazie a Dio, sono ateo’. No, io sono incavolato nero di esserlo, sono indispettito con me stesso e avvilito, però, purtroppo, non mi è stato dato questo dono. Però, appunto, i diversi testimoni parlano di una suora italiana che ebbe un ruolo fondamentale nell’asilo di queste persone e di un cardinale cileno che fu un baluardo durante il golpe militare, aiutando le persone perseguitate“.

L’intervento di Nanni Moretti all’interno del film documentario si limita all’interrogazione dei testimoni, alternando, così, interviste frontali ai protagonisti e filmati d’archivio. Il punto di vista principale rimane quello dei testimoni, di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle la dittatura e ne hanno ancora i segni: operai, intellettuali, registi, musicisti, artigiani, educatori, professori che hanno riconosciuto il Cile come “patrigno” e l’Italia come “madre” dolce. Come ha sottolineato Moretti, la situazione creatasi era del tutto nuova, “persone che per sfuggire alle persecuzioni all’inizio, poi anche per sfuggire alla miseria, scavalcarono il muro dell’ambasciata e chiedevano asilo politico. (…) E quando mi è venuto in mente per la prima volta di girare un documentario che raccontasse una storia dei miei vent’anni, quando andai poco tempo fa in Cile e l’ambasciatore italiano mi raccontò questa bella storia di accoglienza, una storia italiana di cui andare orgogliosi, fieri, allora mi sono detto ci denigriamo sempre, siamo specialisti del parlare male di noi stessi, una volta tanto che c’è una storia di cui andar fieri, mi fa piacere raccontarla“. Una pagina di accoglienza di cui andare fieri.

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(immagine via sentieriselvaggi.it)

El MIR no se asila” era lo slogan del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) a seguito del golpe: molti furono, in seguito, i militanti che chiesero asilo politico e andarono in esilio all’estero. Presente nel capolavoro di Moretti anche il ricordo di Lumi Videla, venticinquenne a capo del MIR: torturata e uccisa dalla Dina, il suo corpo fu trovato nel giardino dell’ambasciata italiana a Santiago. Ed è a seguito della repressione e della violenza perpetrate dall’esercito e dalla polizia segreta di Pinochet che i cittadini oppositori politici al regime diventano clandestini, mentre altri vengono accolti presso le ambasciate.

Presente in aula anche la lucida testimonianza di Franco Catucci, allora inviato Rai in Cile: “In certi quadri politici, il lavoro del giornalista diventa sempre molto difficile perché molto sgradito al detentore del potere e, quindi, il nostro in particolare, di giornalisti italiani, è stato difficilissimo per due motivi“, ha dichiarato il giornalista. Da un lato, infatti, l’ambasciata italiana fu la prima ad accogliere rifugiati, seguita da quella svedese (circa 800 furono le persone salvate, alcune arrivarono anche in Italia); dall’altro, il secondo motivo riguardava lo stesso Catucci. Come ha raccontato, in Cile c’erano due televisioni, l’una dell’università cattolica, l’altra dello Stato. Dovendo scegliere, il giornalista optò per quella universitaria non sapendo, però, che il collegamento via cavo era stato bombardato a differenza di quello della televisione statale, rimasto intatto. “In Cile apparivo e la gente sentiva che io raccontavo, io lo dicevo in italiano ma tanta gente capiva un po’ l’italiano e, purtroppo, lo sapevano soprattutto gli italiani, devo dire purtroppo, che la maggior parte degli italiani erano favorevoli al golpe“. Descrivendo quello cileno come un popolo pieno di dignità e fortemente democratico, ricorda quell’esperienza come tristissima dal punto di vista non solo politico. “Non voglio fare il nazionalista ma mi consenta di dire che in quei giorni lì, veramente, ho ammirato l’Italia perché soprattutto ha avuto il coraggio e la costanza di non riconoscere Pinochet“, ha concluso Catucci.

Io sono contento di mostrarvi oggi questo piccolo film sull’accoglienza. Quando ho cominciato a girarlo, la situazione politica, sociale italiana  era un po’ diversa, ora ha preso una certa piega. Ecco, sono contento di mostrarvi questo film sull’accoglienza oggi, quando, purtroppo, un gran pezzo della società italiana ha preso la direzione opposta ai valori dell’accoglienza, della solidarietà, anche della curiosità e compassione verso gli altri“, ha dichiarato Nanni Moretti, creatore di un’opera eccellente, colma di quei valori che dovrebbero ritornare a essere fondamentali e imprescindibili, come la solidarietà, il senso di umanità, l’accoglienza e l’integrazione, dunque, la capacità di conoscere e riconoscere se stessi attraverso gli altri.

Giorgia Cecca

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