Oscar 2018, la preview

Domani notte avrà luogo l’amatissima cerimonia degli Oscar. Condotta da Jimmy Kimmel, l’edizione numero 90 potrebbe vedere il trionfo del film mistico di Guillermo del Toro, “La forma dell’acqua”. Tra gli attori favoriti Gary Oldman e Sam Rockwell, Italia con il fiato sospeso a tifare per il film di Luca Guadagnino, “Chiamami col tuo nome”

Per ogni buon cinefilo questo 4 marzo sarà una data doppiamente importante. Sintonizzati sulla cerimonia degli Academy Awards 2018, tra un premio e l’altro, ci sarà anche tempo per controllare gli exit-poll delle elezioni politiche. Senza mai, però, perdere di vista l’obbiettivo principale: ovvero ricordare a tutti quanto sia stato giusto che La La Land non abbia vinto lo scorso anno.

Saoirse Ronan e Laurie Metcalf in Lady Bird

Rivendicazioni a parte, la novantesima edizione degli Oscar ritroverà un presentatore d’eccezione come Jimmy Kimmel, ritornato sugli schermi dopo alcune difficoltà familiari. L’anno scorso il suo nome sollevò alcune polemiche, come sempre legate a qualche battuta poco politically correct che innervosiscono sempre molto gli americani (nonostante poi il loro presidente nda). Invece, Kimmel si è comportato in maniera molto professionale, quindi abbastanza attesa era anche questa riconferma. Anche perché ci saranno già sufficienti gossip da Oscar con l’assenza di Casey Affleck, vincitore della statuetta come miglior attore protagonista lo scorso anno per Manchester by the sea e cordialmente (si dice) invitato a non presentarsi a causa delle accuse di molestie sessuali e maltrattamenti a suo carico.

Entrando invece in tema, nove sono le pellicole che quest’anno competono per il premio più ambito di tutti e i bookmaker sono più affaticati che mai. Raramente infatti, si è vista una congrega più eterogenea di generi e messaggi, ambientazioni e performance attoriali. Così si passa dal richiamo storico e quasi consequenziale di L‘ora più buia e Dunkirk (il primo infatti si conclude proprio dove inizia il secondo), attraverso la terrorizzante comicità di Get Out e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, la tenerezza di Chiamami col tuo nome e Lady Bird, il mistero del Filo Nascosto, il coraggio di Kay Graham in The Post, fino alla meravigliosa storia d’amore e comprensione ne La forma dell’acqua.

Una scena dal film Dunkirk

Una cosa è certa, riguardo i premi tecnici ci sono pochi dubbi. Blade Runner 2049, il fortunato remake del famosissimo successo di fantascienza vintage, e Dunkirk si divideranno equamente tutti i riconoscimenti per montaggio, audio e visivo. Un peccato per Star Wars, che questa volta manca la meta. Qualche parola va spesa per il film di Christopher Nolan, una pellicola corale che riesce bene a raccontare l’enormità di un evento come la battaglia di Dunkirk. Nonostante la giovinezza degli attori, tra cui Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney ed Harry Styles alla prima performance sullo schermo, un perfetto bilancio con l’esperienza di Kenneth Branagh, Mark Rylance e Cillian Murphy, crea un gioco di ruoli convulso e la sensazione nello spettatore di stare a guardare qualcosa di grande. L’obbiettivo di Nolan era dare un peso specifico a tutte le vite che, partecipando ai fatti di Dunkirk, hanno costruito una storia che ha faticato troppo a ricordarli per bene. Per questa ragione personaggi come quelli di Jack Lowden e Aneurin Barnard risultano così vivi da commuovere. I tre piani di inquadratura (mare, cielo e terra), vero capolavoro di Dunkirk, rendono superfluo chiarificare chi meriti di vincere il premio per la Migliore Fotografia.

Una scena dal film Get Out

Venendo alle mani esperte degli sceneggiatori, c’è molto da festeggiare. Questo 2018 sembra destinato a rivelarsi giusto nei confronti di chi i film, nel lato più pratico possibile, li scrive. Il premio per la Sceneggiatura non originale sarà il primo (e forse l’unico, ma incrociamo le dita) italiano. Chiamami col tuo nome, basato sul successo di André Aciman, con la sua delicatezza che tanto bene racconta il dolore, crediamo che vincerà senza difficoltà. Vincerà giustamente, per l’intimità delle scene mai scontate, per la facilità con cui una storia che sulle pagine è così complessa prende una vita poderosa con le telecamere. Più difficile, ma ugualmente corretta, sarebbe la vittoria di Get Out per Sceneggiatura originale. Dopo le recenti accuse fatte a La forma dell’acqua, secondo le quali la storia di Guillermo Del Toro sarebbe fortemente ispirata ad una pièce teatrale scritta da un drammaturgo danese, la statuetta si allontana. Avvicinandosi così, sempre più, al film di Jordan Peele, regista e produttore esordiente e geniale. Get Out (Scappa in italiano) dovrebbe essere un thriller. Il condizionale si rende necessario perché non si può dimenticare la parte comica che domina tutte le scene, anche quelle più terrorizzanti. Si vede che in fondo alla sceneggiatura di questo film c’è un’idea, buona e originale per giunta, che ha trovato il suo naturale sviluppo in un’opera che, piaccia o no, ha inventato qualcosa. Riuscendo, inoltre, a giocare con i luoghi comuni, con il politically correct e persino, non chiedete come, con la borghesia americana.

Frances McDormand in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Più complessa la scelta tra le performance attoriali, tutte di altissimo livello. Giusto è l’Oscar di Gary Oldman, per aver ricreato Winston Churchill e aver saputo sostenere un film come L’ora più buia con una precisione tutta british. Dispiace, tuttavia, che una recitazione del tutto asservita alla passione e al personaggio come quella di Timothée Chalamet non possa aver diritto ad un riconoscimento. Ché se si seguisse l’ideale della resa più che della storica carriera, il risultato sarebbe diverso. Indubbia la statuetta di Frances McDormand, meravigliosa in Tre manifesti. Porta su schermo una madre lacerata, vuota e senza paura che combatte per una vendetta insaziabile eppure necessaria. La McDormand trionferà in un gruppo di stelle: impeccabile la Tonya Harding di Margot Robbie come commoventi le turbe adolescenziali di Saoirse Ronan, sempre perfetta Meryl Streep così come la toccante interpretazione di Sally Hawkins, moderna sirena muta e meravigliosa.

Allison Janney in I, Tonya

Tra i non protagonisti a vincere la statuetta maschile sarà Sam Rockwell, che in Tre manifesti è la sciocca, violenta e fortissima controparte della McDormand. Sbagliando dall’inizio alla fine Dixon, il suo personaggio, si rivela il più inguaribilmente umano e dimostra che tutti, proprio tutti, possono migliorare se trovano uno scopo. Tra le donne è guerra vera tra Laurie Metcalf ed Allison Janney, due madri (rispettivamente in Lady Bird e I, Tonya), due donne difficili e affaticate. L’una, la Metcalf, severa e piena di amore doloroso per una figlia che non riesce a capire; l’altra, Allison Janney, crudele e senza speranza che vota sé stessa ad un solo scopo: la vittoria di Tonya sulla vita. Indimenticabile la scena dell’accoltellamento o quella in cui lei, serissima, si sente urlare in faccia: “Tu mi hai rovinata!”. Forse, però, sarà il momento in cui la Janney porta la piccola Tonya alla sua prima lezione di pattinaggio a concederle questa vittoria, ed è bene così.

Coco, film della Disney Pixar

Il 2018 sarà anche ricordato come l’anno in cui non ci saranno lamentele per la vittoria dell’Oscar come miglior film d’animazione da parte della Disney. Coco, il lungometraggio animato di Lee Unkrich e Adrian Molina, è decisamente adorabile. Nonostante la tecnica poetica del montaggio a dipinto utilizzata da Loving Vincent, nulla può battere una nonna cicciottella e convincente che ricorda a tutti quanto era bello essere bimbi. Tra i cortometraggi animati, anche se vincerà Dear Basketball, gli altri quattro candidati sono davvero delle perle rare di tecnica e bellezza, in special modo Negative Space della Tiny Inventions, struggente al punto giusto.

Una scena dal film La forma dell’acqua

Se però c’è una causa che quest’anno dovrebbe infuriare le folle di appassionati, parliamo della miglior Canzone. Per la colonna sonora, infatti, La forma dell’acqua si rivolge ad Alexandre Desplat, già premiato per Grand Budapest Hotel. Le 26 tracce, tra cui A Summer Place, You’ll Never Know, e I Know Why, adottano voci come quelle di Glenn Miller e Carmen Miranda, meritando di diritto la statuetta. Le singole melodie, invece, che porteranno sul palco degli Academy delle splendide esibizioni, vedono per ora in vantaggio Remember Me da Coco. Pur essendo una melodia commovente, viene decisamente surclassata dal capolavoro di Sufjan Stevens: Mystery of love. Dolcezza, scoperta, note delicatissime che sfidano anche i cuori più gelidi. Questo è uno di quei casi in cui la giustizia deve trionfare, riconoscendo ad un lavoro davvero ben fatto il talento e l’arte. Se non dovesse accadere, cada la disgrazia sull’intera edizione!

Prima di chiudere passiamo alle previsioni più spicciole. Come detto, quest’anno sarà difficile immaginare un vincitore certo per il titolo di Miglior Film. Secondo i sondaggisti più navigati il nome giusto è La forma dell’acqua, mentre la critica più erudita inneggia a Tre manifesti a Ebbing. In entrambi i casi si tratterebbe di statuette meritate: in un caso da un grande regista ingegnoso, nel secondo da una storia dura e meravigliosa. Nel mondo tra il sogno e la realtà, però, vige un altro imperativo: chiamami col tuo nome.

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