Il volto umano della sacralità negli scatti di Monika Bulaj

“Sacred Crossings” è un viaggio per immagini nei luoghi d’intersezione tra popoli e religioni, dove gli dei parlano una stessa lingua: quella della convivenza

di Federica Salzano
su Twitter @FedericaSalzano

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Immagine gentilmente concessa da “Contrasto – progetti per la fotografia” | © Monika Bulaj

Ci sono, nel mondo, territori dai confini invisibili, luoghi difficili da individuare sulle carte geografiche, posti in cui le religioni s’incontrano e gli dei si parlano. Realtà raccontate dalla fotografa Monika Bulaj, che dall’America Latina al Medio Oriente, passando per l’Europa, l’Africa e la Russia ha immortalato i volti, i riti e le atmosfere di quelle ultime oasi di convivenza tra fedi, assediate dal fanatismo in lotta.

I suoi scatti, raccolti nel volume Sacred Crossings: dove gli dei si parlano, saranno pubblicati il prossimo gennaio dalla casa editrice Contrasto che ha presentato il progetto insieme alla fotografa polacca nel corso della manifestazione Più Libri più liberi, conclusasi ieri a Roma. Si tratta di una ricognizione sulla religiosità del mondo, un racconto di terre in cui esistono codici cifrati, segnati da parole tramandate per generazioni. Luoghi di luce e di bellezza. Molti sono a rischio, altri in guerra, alcuni non ci sono più.

Monika Bulaj, fotografa, reporter e documentarista, negli anni ha portato avanti una ricerca sui confini delle fedi, sulle minoranze, sui migranti e i diseredati. Racconta di essersi trovata spesso a lavorare con i poveri, persone perfettamente a conoscenza di quanto l’uomo non abbia altro da donare a Dio se non il proprio corpo. E in tutti i suoi scatti non c’è giudizio ma pura osservazione, c’è la voglia di immergersi e di testimoniare, con un approccio tra cronaca, antropologia e narrazione.

bulaj-federica-piulibriPer la sua attività la Bulaj è annoverata tra i migliori fotografi sul tema religioso, ma precisa: Non si tratta di un lavoro sul sacro, piuttosto sull’uomo, che rispecchia Dio e lo incarna”. E dalle sue immagini emerge una religiosità colma di umanità, colta nel suo aspetto ricco di vita, di emotività e di passione. Canti, balli, inni e rituali attraversano le fotografie e animano i soggetti raffigurati. Come le donne dell’Africa occidentale, che ballano in onore del culto di Aisha, manifestazione di un Islam che sa essere anche passionale. O ancora le danze in Galilea, durante le quali un salto mortale all’indietro costituisce il modo per purificarsi dai peccati.

L’indagine sulla devozione e le sue molteplici sfaccettature porta al confronto con storie dalle sfumature a tratti mitiche o ancestrali. Racconti che si costruiscono attorno a simboli, archetipi e gesti. Come ad esempio in Cappadocia, dove il popolo per secoli ha nutrito i monaci affinché con la preghiera sostenessero il mondo. O in Marocco, dove alcune danze religiose ricordano i cerimoniali della Grecia antica e collegano idealmente le diverse sponde di un Mediterraneo che un tempo non era confine ostile e luogo di sepoltura per milioni di disperati. E ancora il fango della Russia sotto gli Urali, dove i Nomadi sono colti nel loro peregrinare. Tra questi, una donna una volta chiese alla Bulaj: “Come faccio a non benedire queste pietre che il buon Dio ci manda dal cielo?”.

Immagine gentilmente concessa da Agenzia Fotogiornalistica Contrasto

Immagine gentilmente concessa da Agenzia Fotogiornalistica Contrasto | © Monika Bulaj

Sono storie raccolte in giro per il mondo, segnate da numerose differenze e altrettante similitudini. Ma lo sguardo non è rivolto tanto sulle affinità rituali e gestuali, quanto piuttosto intento a cogliere una certa atmosfera comune, quel fascino che prende la forma di “un’aura spirante dalle persone o dai luoghi, che a volte cresce, diventa turbine, nembo, nube abbagliante, riverbero dorato”, come ha raccontato in passato la stessa fotografa.

Il suo è un lavoro dal forte impatto emotivo, uno stimolo ad aprire mente e anima nel confronto con culture diverse, imparando a conoscerle attraverso il loro tratto più intimo, una sacralità che ha radici profonde nel tempo e nelle coscienze. È un passaggio importante e forse doveroso, soprattutto pensando a come, nel presente, le parole guerra e religione siano drammaticamente accostate. E chissà che osservando la religiosità altrui non si possa scoprire qualcosa in più anche sulla propria.

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Una risposta

  1. Mara ha detto:

    complimenti e grazie per avermi fatto conoscere una Fotografa che non conoscevo e che mi ha affascinato.

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