La Repubblica degli ingrati e le spalle larghe di Napolitano

Costituzione alla mano cerchiamo di delineare, seppur brevemente, la figura del Presidente della Repubblica nelle sue prerogative e poteri, così da confrontare tali disposizioni con l’operato di Giorgio Napolitano negli ultimi anni di storia d’Italia

di Marco Assab

napolitanoletteraVoglia perdonarci il lettore per questo titolo volutamente provocatorio. Non intendiamo certo dire che coloro i quali non hanno condiviso, in questi ultimi anni, le scelte del Presidente della Repubblica, siano da bollare come ingrati. Qualsiasi scelta, in ambito politico o istituzionale, può certamente non essere condivisa e discussa nel merito (viva la democrazia), ma ciò sul quale vogliamo oggi spostare il focus è il modo, ossia la forma.

Dell’operato di Giorgio Napolitano in questi ultimi anni si è detto molto, criticando in particolare l’eccessiva ingerenza del Presidente (figura considerata essenzialmente di “garanzia costituzionale”) nella sfera politica del Paese. Marco Travaglio ad esempio gli ha dedicato un libro dal titolo molto eloquente: “Viva il Re! Giorgio Napolitano, il presidente che trovò una repubblica e ne fece una monarchia”. In realtà per comprendere appieno la fondatezza di una tale impostazione sarebbe opportuno prendere in mano la costituzione e leggerne i passi che delineano prerogative e poteri del Presidente della Repubblica.

Partiamo da una considerazione: il PDR non è unicamente una figura rappresentante l’unità nazionale, oppure il semplice garante della costituzione. Egli ha altresì dei poteri specifici che possono risultare decisivi nel determinare le sorti del quadro politico. Alcune delle sue prerogative ricalcano il ruolo che fu in Italia del Re, si pensi ad esempio al fatto che il PDR detiene il comando delle forze armate, oppure può nominare di sua iniziativa dei parlamentari (ci riferiamo ai senatori a vita). Quanto ai rapporti tra Presidente della Repubblica e Governo, ecco che veniamo al punto focale della nostra analisi, l’art. 92 della costituzione sancisce: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Insomma a seguito di una tornata elettorale il Presidente della Repubblica, preso ovviamente atto dell’esito delle elezioni, affida l’incarico di formare il nuovo governo a colui che dimostri di avere dalla sua parte una maggioranza tale da superare il voto di fiducia nei due rami del parlamento e, conseguentemente, governare. È chiaro che se i risultati delle elezioni sono netti il PDR non ha alcuna difficoltà ad identificare un vincitore per cui, venendo incontro ad una evidente volontà popolare, egli può affidare l’incarico di formare un nuovo governo a chi ha ottenuto più voti.

Un altro potere delicatissimo è quello disposto dall’art. 88 della costituzione: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”. Ciò avviene prevalentemente quando in parlamento si verifica una situazione di stallo, ad esempio quando chi deteneva prima la maggioranza non ce l’ha più, per cui il PDR scioglie anticipatamente (ossia prima della fine dei 5 anni di legislatura) le camere così che si possano indire nuove elezioni.

Ora, avendo preso piena coscienza delle prerogative del PDR sopracitate, ripercorriamo insieme gli ultimi anni di storia d’Italia, per comprendere se davvero l’operato di Giorgio Napolitano è stato tale da eccedere i limiti impostigli dalla costituzione, oppure se si è mantenuto entro il “perimetro costituzionale”, rappresentando anzi un punto di riferimento indispensabile in anni di tempesta.

12 Novembre 2011: Silvio Berlusconi rassegna le dimissioni dalla carica di Presidente del Consiglio. L’Italia è un Paese travolto da una crisi che erode la sua economia, il suo tessuto sociale. In quei giorni il termine “spread” diventa la star incontrastata dell’universo mass mediale italiano. Ma che diamine è questo spread? Ci si chiedeva all’epoca… Ora, premesso che il nostro Paese era investito da una vergognosa operazione mondiale di speculazione finanziaria, e detto altresì che le alchimie dei mercati spesso rasentano il ridicolo, non v’è dubbio che da quella situazione si doveva uscire alla svelta. Si, perché l’Italia rischiava seriamente il fallimento, che significa non avere i soldi per pagare i dipendenti statali, le pensioni, sostenere i servizi pubblici. Alla fine della legislatura mancavano ancora circa due anni, in una situazione tempestosa come quella sarebbe stato impensabile andare nuovamente alle urne, era necessario affidare subito a qualcuno la formazione di un nuovo governo.

Napolitano dunque esercita nei limiti della costituzione il potere che gli è affidato e, ascoltati vari pareri, affida la guida dell’esecutivo a Mario Monti. Certo si può discutere nel merito della scelta, ossia se fosse Monti la persona più adatta o meno, si può disquisire all’infinito circa i retroscena peraltro trattati da Alan Friedman nel suo libro “Ammazziamo il gattopardo”, ma dal punto di vista formale il Presidente della Repubblica ha agito secondo quanto stabilito dal dettato costituzionale.

Terminata la legislatura si va alle urne. Nel Febbraio del 2013 gli italiani sono chiamati a scegliere, e si spaccano: l’esito del voto è tremendo, senza precedenti nella storia del Paese. Bersani e Berlusconi risultano appaiati al 29%, Grillo ottiene il 25% delle preferenze. A causa della indegna legge elettorale formulata principalmente da Roberto Calderoli nel dicembre del 2005, il nostro parlamento si configura come un mostro a due teste: alla camera il Pd ha una consistente maggioranza, al senato no. Il Paese è chiaramente ingovernabile, i mercati si agitano, c’è il rischio di ritornare alla situazione del 2011.

Inizialmente Pier Luigi Bersani, formalmente vincitore delle elezioni, tenta un approccio con il Movimento 5 Stelle per formare un governo di coalizione ed escludere Berlusconi, ma riceve dai grillini un niet granitico. Non riesce dunque a formare una maggioranza e, ancora una volta, è Giorgio Napolitano a dover intervenire per prendere saldamente in mano la situazione e superare lo stallo politico che si protrarrà per ben due mesi. Andare a nuove elezioni sarebbe una follia, si perderebbero altri mesi di tempo e dalle urne è molto probabile che venga fuori lo stesso risultato. Oltretutto Napolitano si trova vicino alla scadenza del suo mandato ed è, come si dice tecnicamente, nel periodo del “semestre bianco”, ossia i sei mesi che precedono la fine del suo incarico durante i quali non può nemmeno sciogliere le camere!

Possiamo dirlo con certezza: ai nostri figli racconteremo che l’Italia del Febbraio/Marzo 2013 era un vero caos (non avevamo nemmeno il Papa!) Insomma non v’è che una soluzione: formare un governo di unità nazionale, com’è stato peraltro fatto in Germania. Napolitano dunque, sentiti più pareri, affida l’incarico ad Enrico Letta il quale dimostra di poter contare su una maggioranza più o meno stabile in parlamento. Ancora una volta Napolitano agisce entro i limiti della costituzione: non è un monarca, ma soltanto un Presidente costretto ad intervenire per colmare gli inaccettabili vuoti di una politica sempre più debole.

Ma attenzione: c’è un passaggio fondamentale in quest’ultima vicenda. Il 20 Aprile 2013, ossia prima di affidare l’incarico ad Enrico Letta, Giorgio Napolitano viene rieletto Presidente della Repubblica. Un secondo mandato che rappresenta una novità assoluta nella storia repubblicana. Perché viene rieletto? Perché la politica per l’ennesima volta si dimostra inadeguata, impotente. Non riesce a partorire dalle sue intricate elucubrazioni un nome, un nome attorno al quale far confluire le preferenze del parlamento.

La politica tutta chiede dunque a Napolitano di accettare un nuovo incarico e questi, con spalle larghe da vero statista, accetta sulla soglia dei 90 anni. Alle camere riunite pronuncia un vibrante discorso dove bacchetta i partiti, evidenzia le loro mancanze e li richiama alle proprie responsabilità. I parlamentari lo applaudono (!!!) in quella che sembra essere una scena kafkiana: applaudono come automi colui che li sta duramente strigliando ma, d’altronde, non possono fare altro. Il Presidente parla chiaro ed in sostanza dice: rimango a condizione che si facciano le riforme altrimenti non esiterò a trarne le dovute conseguenze.

Negli ultimi mesi Napolitano ha dovuto sostenere attacchi da ogni parte. Il tema della trattativa stato-mafia ha tenuto banco sui media nazionali trascinandolo in un vortice di sospetti, le critiche di chi lo accusa di essere un monarca e di dover lasciare non accennano a placarsi, anzi, hanno ripreso vigore dopo che nelle ultime settimane sono circolate alcune voci in merito alle sue possibili dimissioni. Tali dimissioni non ci stupirebbero: Napolitano aveva detto fin da subito che sarebbe rimasto fino a quando fosse stato necessario, ossia fino al momento in cui l’instabilità sarebbe terminata e la politica avesse conosciuto l’inizio di una nuova stagione fatta di credibilità e, soprattutto, stabilità.

Certo sarebbe clamorosamente ingiusto se questo Presidente venisse ricordato solo per la questione della trattativa stato-mafia oppure per aver nominato presidenti del consiglio “non eletti” dal popolo. Abbiamo tentato di dimostrare che le cose non stanno in questi termini. Certo, è vero che i predecessori di Napolitano avevano mantenuto un profilo più basso, ma vi siete domandati il perché? Perché il quadro politico era molto più stabile, durante la “prima Repubblica” i governi cadevano un anno sì e uno no, però era sempre lo stesso partito (la Democrazia Cristiana) a guidare la nazione.

I predecessori di Napolitano avevano le sue stesse identiche prerogative, i suoi stessi poteri, ma non furono costretti ad usarli in modo così determinante perché quella politica, seppur con tutti i suoi mali, era decisamente più affidabile, solida e capace di svolgere i propri compiti.

Quando, tra venti o trent’anni, sui libri di storia i nostri figli leggeranno del Presidente Giorgio Napolitano, si racconti loro anche della crisi economica, del porcellum, dell’instabilità e dell’incapacità della politica di svolgere il suo ruolo di guida, delle leggi ad personam che hanno distrutto questo Paese. Si racconti insomma del contesto nel quale ha agito Giorgio Napolitano, ed essi capiranno che non era un monarca, ma solo un grande statista.

(fonte immagine: http://www.tafter.it)

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Una risposta

  1. Luca ha detto:

    Letta così convincerà solamente quelli che non l’hanno vissuta.
    Bersani chiese a pentastellati di fornire i voti e basta (nessun punto di programma da condividere)… persino Vespa (che di minchiate ne ha sentite tante sgranò gli occhi). Il NIET era stato guidato da Bersani che temeva le leggi sui tanti conflitti di iteressi dei pentastellati. Lo stesso Napolitano temendo che molte porcate o porcatine venissero all aluce si impegnò per un mega pastrocchio, magari in buona fede, ma da un ex-fascista, ex-comunista, ex-trattativista (ex?) e chi sa che altro ho tutto il diritto di dubitarne.
    Non si poteva tornare alle urne perché si temevano gli elettori, mica lo spread (la spagna alle urne tornò) e si temeva che travolto dagli scandali e senza finanziatori il PD crollasse. Ecco il Napolitano Bis, e la teoria dell atrattativa infinita.
    La storia è piena di balle quanto una troia di sifilide diceva Swift, ma anche il presente non scherza.

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