Egitto: sarà democrazia con al-Sisi?

Acclamato dai suoi elettori, il neo presidente egiziano si è insediato. Ad attenderlo, almeno due sfide: ripresa economica ed uguaglianza sociale, conquiste tutt’altro che scontate

di Sara Gullace

Il presidente egiziano Abd al-Fattah Khalil al-Sisi

Il presidente egiziano Abd al-Fattah Khalil al-Sisi

Ha giurato per un futuro migliore, per il rilancio del suo Paese. Ha promesso: “lealtà alla Repubblica, rispetto per la Costituzione e la Legge, di proteggere gli interessi del suo popolo tutto, garantirgli unità nazionale e sicurezza”. All’indomani della sua nomina, forte di una vittoria senza precedenti così come annunciata, il nuovo presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha davanti a sé una sfida realmente difficile: pianificare e costruire non solo la ripresa economica dell’Egitto, ma strutturare la sua società, diffondere l’humus per costruire il sostrato politico e sociale per abbattere una corruzione secolare.

Ad Al Sisi era bastato rappresentare l’uomo forte che aveva estirpato Morsi ed i Fratelli Musulmani per vincere sbaragliando la concorrenza. Consapevole di questo, la sua campagna elettorale era stata concisa, di poche ma comunque pesanti promesse. Aveva puntato forte innanzitutto sul turismo (parlando di oltre venti nuovi resorts ed otto aeroporti), dunque sull’ industrializzazione delle città e la coltivazione delle aree desertiche (per fronteggiare una disoccupazione ormai ai massimi storici e dare fiato all’economia nazionale) ed infine su misure per ridurre le sovvenzioni statali sul carburante (per il risparmio di ingenti risorse economiche).

Prioritario, per al-Sisi, sarà formare il nuovo governo, per cui avrà 60 giorni di tempo; definire la legge parlamentare, da presentare entro il prossimo 18 luglio come previsto da Costituzione; definire una normativa sulla valutazione della Camera dei Rappresentanti.
Se le premesse (e le promesse) erano ottimiste, più difficili e contraddittori sono staiti i primi segnali.

Sul Parlamento, a fine maggio è stato presentato un primo disegno di legge, che ha insoddisfatto le diverse correnti. Ci sarà molto da lavorare per trovare un accordo sull’art. 48 che definisce la suddivisione dei seggi riducendone al 20% quelli dedicati ai partiti politici. Destinare i seggi a parlamentari cosiddetti “indipendenti”, extra partitici, vorrebbe dire spianare la strada a lobbies ed economisti, riproponendo un modello di clientelarismo e di conflitti di interessi già vissuto ai tempi di Mubarak. E dal quale l’Egitto si vorrebbe affrancare. Un punto, questo, sul quale al-Sisi rischia un pesante boicottaggio.

Per quanto riguarda il rapporto Stato-Religione, un punto fermo della politica di al-Sisi è la proibizione dei movimenti e dei partiti politici di matrice religiosa, così come stabilito dalla recente Costituzione. Il Parlamento, quindi, sarà sbarrato a Libertà e Giustizia, dei Fratelli Musulmani, ed al partito salafita Al-Nour. “Chi ha votato per me – ha fermamente dichiarato il presidente – ha votato contro ogni possibile presenza del Fratelli nei futuro politico dell’Egitto”. Un’intransigenza che, però, si è più spesso manifestata anche a al di fuori del contesto politico e che rischia di diventare intolleranza e proibizionismo.

Perché non è di certo un esempio di democrazia la Protest Law, legge “anti riunione” voluta dal governo di transizione post golpe del luglio 2013 e che ha comportato, in questi giorni, la condanna della voce più alta d’Egitto, il blogger Alaa Abdel Fattah. Arrestato a novembre scorso per aver partecipato ad una manifestazione “non autorizzata” al fianco dei Fratelli Musulmani, dovrà adesso scontare 15 anni di carcere. Insieme a lui altri 24 attivisti. Il governo di transizione, durante il suo anno scarso di presidenza, conta 16 mila arresti tra i simpatizzanti della fratellanza.

Mentre il conduttore satirico Bassef Youssef, padre di un programma tv dissidente che in questi mesi ha spesso criticato la classe politica, ha subito diverse pressioni per il contenuto delle sue uscite fino ad annunciare la chiusura delle trasmissioni con uno sfidante “non avrebbe possibilità di essere ancora trasmesso su alcun canale arabo o egiziano” che lascia poco spazio alle interpretazioni su aspettative e timori che intellettuali e impegnati possano avere nei confronti del nuovo corso.

 

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