Il Viaggio della Memoria: il passato non si cancella

Ripercorrere insieme ai superstiti le tappe del più grande genocidio che la storia abbia mai visto affinché i giovani d’oggi possano essere i testimoni del domani, affinché non si perda mai la consapevolezza di ciò che è stato l’Olocausto

di Giulia Mirimich

© Giulia Mirimich

© Giulia Mirimich

Avevo compiuto diciotto anni da appena una ventina di giorni quando ho preso l’aereo che mi ha portata, insieme ad altri 242 studenti delle scuole di Roma, a Cracovia nell’ottobre del 2009. Lo scopo non era solo quello di mostrare a noi giovani il ghetto della città e ciò che resta di Auschwitz-Birkenau, i due campi di sterminio nazisti, ma di renderci testimoni di un momento in cui l’uomo, come mai prima, si è rivelato capace di atrocità che resteranno indelebili nella storia.

Appena arrivati a Cracovia abbiamo visitato tutto il perimetro esterno del ghetto, fermandoci prima davanti al castello nel quale Hans Frank, governatore nazista della Polonia, stabilì il suo comando e il centro dell’amministrazione civile nazista. Struttura nella  quale fu deciso che Cracovia, essendo la capitale del governatorato generale, dovesse essere libera dagli ebrei. Ci siamo poi spostati a Piazza degli eroi, dove sono presenti 70 sedie in ricordo di quelle portate in quel punto durante lo svuotamento delle case degli ultimi ebrei rimasti nel ghetto.
Ogni sedia rappresenta 10.000 morti.

Nel ghetto il tempo sembrava essersi fermato. Ancora oggi è in gran parte rimasto quello che era un tempo, con le strade ormai rovinate, i vecchi palazzi, tutto avvolto da un silenzio glaciale. Qui sono stati costretti a vivere all’incirca 15.000 ebrei.

Quando siamo arrivati davanti all’asilo dove le donne ebree che lavoravano lasciavano i loro bambini, la nostra guida ci ha raccontato di come un giorno, quando tornarono per riprenderli, non li trovarono. Erano stati deportati. L’ultima tappa del ghetto è stata la sinagoga, che abbiamo potuto ammirare in tutto il suo splendore odierno, mentre durante il dominio nazista era stata adibita a stalla, quindi completamente rovinata.

La Polonia, in quegli anni, fu praticamente divisa in tre parti: una parte annessa al Reich, la parte centrale amministrata dai tedeschi, e la parte sottomessa all’Unione Sovietica. Quando nel 1941 i tedeschi invasero l’URSS, il governatorato generale si allargò fino ad occupare la Galizia dove venne azionata l’uccisione degli ebrei polacchi. E’ così che incominciò il “piano Auschwitz”.

Con noi viaggiavano tre testimoni, tre sopravvissuti alla morte: le due sorelle Bucci, Tatiana e Andra, e Sami Modiano. Abbiamo camminato per i resti di Birkenau e quelli di Auschwitz non solo fisicamente, ma anche attraverso i loro ricordi.

Tantiana e Andra avevano rispettivamente sei e quattro anni quando furono deportate. Vivevano con la loro famiglia a Fiume, dove nel 1938 vennero applicate le leggi razziali e nel 1943 iniziarono le persecuzioni e i rastrellamenti. Una sera, alla casa nella quale vivevano con i loro genitori, i loro zii, il cugino e la nonna, vennero a bussare soldati tedeschi. L’intera famiglia fu deportata.
Vennero inizialmente portati a San Sabba, a Trieste, in una risiera trasformata in lager, dove gli ebrei venivano ammassati in celle. Poi da lì ebbe inizio il loro lungo viaggio verso Birkenau, dove, appena arrivati, la nonna e la zia vennero mandate nelle camere a gas e le due bambine con il cuginetto separati dai loro genitori.

Ci hanno raccontato di come la madre, quando avevano modo di vederla, gli ricordasse i loro nomi, ripetendoglieli ogni volta affinché non dimenticassero, affinché non iniziassero ad identificarsi con i numeri che avevano tatuati. Un giorno poi non la videro più e inevitabilmente pensarono che fosse morta. Una di loro ha detto di non aver nemmeno pianto. Per loro la morte ormai era un qualcosa di normale, un qualcosa che occupava gran parte del loro tempo, del loro spazio. Ovunque, intorno a loro, c’era la morte.

La loro fortuna fu nell’entrare nelle grazie della blockova, una delle donne che si occupava dei bambini, la quale disse loro di rispondere sempre “no” alle persone che venivano a chiedere chi volesse vedere la propria mamma. Le due sorelle cercarono di farlo capire anche al loro cuginetto, Sergio, ma lui non diede ascolto e ciò gli fu fatale. Il bambino venne preso e usato come cavia per esperimenti senza anestesia sulla tubercolosi, come scoprirà anni dopo un giornalista tedesco.

Il tempo sembrava non passare mai, finché i tedeschi iniziarono ad avere paura. Ad avere fretta di eliminare ogni prova di ciò che accadeva in quel campo di morte. Incominciarono a distruggere tutto quello che possono: bruciarono le baracche, fecero scrostare ai deportati ancora in vita, con le unghie, i pezzi di ossa e di grasso imano attaccati alle ciminiere, distrussero i forni crematori.

Ancora oggi, accanto ai resti di uno dei forni compare un monumento, una serie di lapidi in cui è inciso in varie lingue: “Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari paesi d’Europa. Auschwitz – Birkenau / 1940 – 1945”.

Andra e Tatiana dopo la liberazione vennero accolte da centri appositamente organizzati e portate a Londra. Hanno raccontato come ancora non si fidassero di quelle persone, di quegli adulti, nonostante si prendessero cura di loro. Ancora non riuscivano a credere che l’incubo fosse davvero finito. Grazie alla Croce Rossa furono rintracciati i coniugi Bucci, ancora in vita. Le due bambine vennero portate a Roma, dove ad accoglierle c’era la madre con alcuni membri della comunità ebraica.

Sami Modiano invece è di Rodi, isola greca che, essendo stata conquistata dagli italiani, nel 1938 adottò le leggi razziali. Sami dovette smettere di andare a scuola, pur essendo il primo della classe. Con estrema fermezza, ha ricordato davanti a noi il momento in cui, nel 1943, i tedeschi invasero Rodi e prelevarono tutti gli ebrei rimasti sull’isola, costringendoli a viaggiare su una barca sotto il sole di agosto, fino al Pireo, dove poi iniziò il lungo viaggio in treno, ammassati come animali in vagoni senza uno spiraglio di luce.  Anche questo treno aveva come destinazione Auschwitz – Birkenau. Sami aveva tredici anni, fu deportato con il padre e la sorella.  Non appena furono arrivati, uomini e donne vennero separati.

Quando durante la visita siamo arrivati davanti ad un edificio, Sami ci ha detto che ci trovavamo davanti alla “zauna”, sede nella quale i deportati venivano selezionati da Josef Mengele, il medico militare famoso per gli esperimenti, che con un semplice gesto con il pollice, indicando a sinistra o a destra decideva chi mandare subito nelle camere a gas e chi lasciar vivere. Sami fu salvato dal padre che riuscì ad inserirlo nella fila dei superstiti.

Sempre nello stesso edificio, furono portati in una stanza nella quale potessero svestirsi, poi in altre a seguire dove furono rasati, sterilizzati e infine marchiati. I loro effetti personali venivano accatastati, l’unica cosa che veniva data loro era un pigiama ed un berretto a righe e degli zoccoli.

Sami ha continuato il suo racconto spiegandoci come suo padre decise di consegnarsi in infermeria dopo aver saputo della morte della figlia. Prima di andare a morire disse a Sami: “Tu sei forte. Ce la devi fare”. Ed effettivamente Sami sopravvisse, nonostante tutto.
Nel 1945, quando i sovietici erano ormai sempre più vicini a Birkenau, i superstiti come lui furono costretti a camminare verso Auschwitz. Durante il cammino, Sami ricorda di essersi accasciato a terra, senza forze, convinto ormai di morire sotto i colpi di mitraglia. Invece due compagni lo trascinarono, portandolo a destinazione. Qui lo lasciarono su un cumulo di cadaveri, mimetizzandolo tra i corpi. Sami non ha mai scoperto i nomi dei suoi salvatori. Quando si svegliò raggiunse altri superstiti, tra i quali Piero Terracina, con il quale ci ha detto di aver stretto una lunga e fraterna amicizia. Il giorno dopo arrivarono i sovietici.

Sami ha aggiunto poi come spesso, a lui, a Piero e sicuramente anche ai pochi superstiti ancora in vita, spesso venga chiesto “Come avete fatto a salvarvi?”. “Non c’è un motivo”, ha detto, “Non abbiamo fatto niente. È stato il caso”. In molti hanno parlato di scuse, di perdono, interrogandosi sulla possibilità di perdonare tutto ciò che ha portato via l’innocenza, l’infanzia, l’adolescenza, la fiducia nell’uomo.
Io non ho perdonato, non avrei mai perdonato, non perdonerò mai perché queste colpe non si possono perdonare”, ha sottolineato Piero Terracina.
Quella che queste e moltissime altre persone hanno vissuto è stato un vero e proprio duello contro la morte.  Solo che loro sono riusciti sorprendentemente ad uscirne da pari a pari. Non come vincitori, perché di fatto ricominciare a vivere, non a sopravvivere, con il peso di essere stati testimoni di una delle più grandi tragedie che la storia abbia mai visto, sembra a dir poco impossibile.
Eppure tutti loro non solo ci sono riusciti, ma continuano a rivivere quei giorni, quelle vicende, quelle atrocità per tramandarle alle generazioni future, quelle come la mia, affinché non si trasformino mai in ricordi sbiaditi. Cosicché un giorno tocchi a noi raccontare tutto ciò. Cosicché la Shoah non resti mai una piccola parentesi nella storia, ma un impegno. L’impegno di non far dimenticare mai cosa l’uomo sia stato capace di fare ad un suo simile.

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