Più libri più liberi 2013: incontro sull’editoria

A Roma un convegno a cura di Regione Lazio con gli interventi di Ginevra Bompiani, Luca Fomenton e Lidia Ravera. La prospettiva che emerge è ottimista, ma il sì di risposa alla domanda non è scontato

di Clarissa Coppola

fonte immagine: facebook.com

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Con le politiche editoriali dei grandi gruppi la qualità decresce, si fanno pochi investimenti e i lettori diminuiscono. C’è una criticità da superare: in Italia si pubblica troppo e puntando all’omologazione piuttosto che alla formazione professionale.

La buona vera editoria  risale alla fine degli anni ’80, quando gli editori indipendenti del tempo si mettevano alla prova. Sperimentavano, animati dalla passione culturale dei pochi addetti ai lavori che venivano sostenuti come in una famiglia. Oggi però i tempi sono cambiati e anche  il modo di  concepire le pubblicazioni.

I termini “piccolo editore” e “qualità “ una volta si coniugavano bene tra loro perché non avevano il profitto come unico obiettivo; attualmente invece vanno rimessi in discussione. I giovani intellettuali sono sempre meno  e in un regime d’impoverimento culturale, un piccolo editore indipendente può risaltare solo se riesce a non entrare in competizione.

Un procedimento a tutto campo che per avere successo si appoggia ad alcuni pilastri: primo, l’editore dovrebbe scegliere gli autori da pubblicare in base alla sua passione di lettore e non alle previsioni di vendita; secondo, dovrebbe affidarsi alla qualità delle piccole librerie che lo rispecchiano maggiormente a livello di promozione; terzo, dovrebbe curare i rapporti di lavoro all’interno della stessa casa editrice; quarto dovrebbe garantire maggior contatto diretto tra autori e lettori.

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Molto spesso si preferisce puntare al sicuro ripetendo le stesse formule di adattamento al conformismo linguistico piuttosto che lanciarsi verso novità che non sempre garantiscono profitti notevoli.  Ad ogni modo i libri vanno accompagnati e sostenuti durante il loro ciclo di vita e da qui il riferimento a Sandro D’Alessandro, piccolo editore e grande professionista della casa editrice Et al , recentemente scomparso. Prendendo lui come esempio di qualità e rigore, ecco quello che durante il dibattito viene suggerito agli editori indipendenti del momento: cercare di andare oltre e pubblicare titoli da cui il presente cerca di scappare, reintroducendo la ricchezza perduta del passato.

Fare l’editore è un bel mestiere ed è possibile riuscirci bene senza scendere a compromessi, senza mentire al lettore, dicendo la verità sin dalla quarta di copertina. La staticità del periodo di crisi in cui viviamo va di conseguenza rivista, aggiungendo nuovamente quel valore in più che caratterizzava il panorama editoriale precedente. Ciò si può ottenere con  autonomia e indipendenza, ma anche con gruppi di lavoro dotati di voglia di fare e grandi capacità comunicative. Essere un buon editore di qualità  significa quindi avere sensibilità, aderenza alla realtà, purezza di valori e spirito collaborativo. Un lavoro che va fatto pensando al fruitore finale del libro, un pubblico leggente che per essere incrementato necessita di una solida base da cui partire.

 

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